“Forse resteremo ad ammuffire tu a Bovalino, io a Racalmuto, fino alla consumazione del tempo” ()

di Redazione, del 28 ottobre 2013

La contraddizione della provincia nell'epistolario La Cava-Sciascia, due intellettuali periferici

Lettere dal centro del mondo (Rubbettino, pp. 492, 17 euro). Titolo più calzante non si poteva trovare per far riferimento alla corrispondenza epistolare tra Mario La Cava e Leonardo Sciascia, durata oltre 30 anni. Calabrese il primo, siciliano il secondo, ma entrambi operano e comunicano dal centro dei loro rispettivi mondi, la provincia. Una provincia di un Sud d'Italia ancora in via di sviluppo, che non dedica troppo spazio a scrittori e intellettuali. Un epistolario di ampio valore letterario: per la prima volta infatti si rende pubblico che La Cava fu il primo editor di Sciascia (lesse e corresse le poesie ancora inedite che poi confluiranno nel libriccino Favole della dittatura), che ne promosse l'affermazione e credette in lui sin dagli esordi della loro amicizia. Epistolario di grande pregio che dà un prezioso contributo alla storia dell'editoria italiana, consentendo di far luce, dall'interno, sulle dinamiche relative alla nascita e allo sviluppo della rivista nissena Galleria, fondata e diretta da Sciascia e alla cui diffusione La Cava lavora alacremente.
Ma la caratteristica, non ancora del tutto messa in evidenza, che rende unico l'epistolario sta nel suo farsi testimonianza di una corrispondenza tra due personalità umane e artistiche, costitutivamente sofferenti. Il dato che emerge con irruenza dal carteggio è senza dubbio la connotazione antropologica delle esistenze dei suoi protagonisti. La loro produzione letteraria nasce in provincia, in un mondo dagli antichi natali ma immobile, statico. Negli anni cinquanta, all'avvio della corrispondenza, La Cava e Sciascia non perdono occasione di idealizzare questo loro microcosmo, placido e calmo, che appare come direttamente funzionale alla propria attività di scrittori. I due arrivano addirittura a soffrire il mondo cittadino e la frenetica vita moderna. Così La Cava a Sciascia: «Ma quanto al perfezionamento artistico, escludo oggi, più di prima, che la grande città possa essere favorevole, non solo per le distrazioni irreparabili che offre, ma anche per le difficoltà evidenti che la sua mostruosa organizzazione oppone ad una approfondita osservazione della vita» (lettera del 13 luglio 1951). Gli fa eco Sciascia nella lettera di risposta: «Ma in fondo vivere così mi piace: leggere un libro al giorno e scrivere un articolo ogni mese; e quando posso, una piccola scappata oltre lo Stretto. Sono d'accordo con te sulla vita di città: tra chiese e gallerie e circoli ed incontri, non capisco quale tempo e voglia resti agli amici di città per leggere, e per scrivere» (lettera del 2 agosto 1951). Ma col passare del tempo i due scrittori si rendono conto della necessità d'interrompere periodicamente il tranquillo otium artistico per "muoversi verso il nord" e rapportarsi con quella parte degli intellettuali che conta, per trovare alle proprie opere il naturale sbocco editoriale. La salute del giovane e irrequieto Sciascia risente dello s-paesamento nel quale viene a trovarsi; e il sentimento di rassegnazione accompagna il più maturo La Cava col passare degli anni.
La contraddizione della vita di provincia continua a manifestarsi negli anni a seguire; il carteggio ce ne da numerosi ragguagli. Gli animi dei due intellettuali assorbono la contraddittorietà di questa condizione. Infatti per Sciascia si presenta nel '55 l'opportunità della tanto sospirata evasione (il trasferimento a Roma come insegnante), ma anche in questo frangente si sente tormentato. L'abbandonare la Sicilia gli appare quasi come "una diserzione davanti al nemico", ma sa che non partendo potrebbe precludersi l'unica possibilità di "fuga". Una volta trasferitosi a Roma fa sapere all'amico rimasto in Calabria che, seppur il lavoro d'insegnante proceda bene, così come i rapporti istaurati con i periodici, non riesce a concentrarsi alla sua produzione personale. Alla fine Sciascia farà ritorno alla sua terra d'origine, questa volta per sempre. Le più scarse possibilità economiche di La Cava non consentono allo scrittore dei reali progetti di vita fuori dalla Calabria.
È facile percepire come i due scrittori si lamentino spesso della vita che sono costretti a condurre nei propri paesi, ma una volta fuori il pensiero torna sempre alla propria terra. A sottolineare l'emblematicità di questa condizione si possono citare l'intestazione e le prime righe della lettera che La Cava spedisce a Sciascia dall'Israele nel '61 (dove si era recato per seguire il processo Eichmann):

«Bovalino M., cioè Tel Aviv, 5.VI.1961
Carissimo Leonardo,
sono sempre col pensiero al mio paese, come vedi dall'intestazione della lettera, non è facile per me dimenticare».

La riflessione sul ruolo della provincia e dell'isolamento spicca prepotentemente dal carteggio. Questa condizione è certamente propria dell'artista, del creatore della opera poetica – per dirla, rievocando l'etimo magno-greco, con La Cava – che non si sente mai al proprio posto, che è sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuovi orizzonti da superare; allo stesso tempo sente impellente quel bisogno di far tendere tutta la sua creazione artistica verso la propria terra, verso ciò che conosce meglio e da cui ha avuto origine la propria esistenza. Solo sperimentando con sofferenza questa condizione si può dar vita all'opera d'arte. E la loro angoscia, il loro s-paesamento, il non sentirsi mai al proprio posto, testimoniano il fatto che essi «rimangono» nella loro terra più con la rispettiva opera che con la mentalità e con il pensiero.

Gaetano Moraca
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