Giovani e vocazioni, don Armando Matteo: “Bisogna entusiasmarli, basta club esclusivi nella Chiesa” (lastampa.it)

di Domenico Agasso, del 18 Gennaio 2022

Domenico Agasso

Senza Pastori?

La crisi delle vocazioni e il futuro delle parrocchie

Don Armando Matteo è nato a Catanzaro nel 1970, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma. Dirige la rivista «Urbaniana University Journal». Dal 2005 al 2011 è stato assistente ecclesiastico nazionale della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana). Nell’aprile 2021 papa Francesco lo ha scelto come sottosegretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della fede. Nel 2010 ha pubblicato per Rubbettino La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede (II ed. 2017). Con lui parliamo proprio di giovani e vocazioni, una relazione «molto sfidata. Almeno nell’ambito delle Chiese europee, le vocazioni al sacerdozio, non meno di quelle alla vita religiosa, sono in declino da molto tempo». La maggioranza dei ragazzi vive «una diffusa indifferenza rispetto all’universo della fede. Certo, non si pongono “contro”: contro Dio, contro la Chiesa, contro il Vangelo o contro Gesù. Ma semplicemente vivono “senza”: senza Dio, senza la Chiesa, senza il Vangelo e senza Gesù». C’è dunque «un problema di fede prima che di vocazione», secondo don Armando. «Del resto, sono in calo anche i matrimoni concorda- tari. E il crescente ateo-agnosticismo delle nuove generazioni europee è tema che fatica a diventare centrale per le agende delle Chiese», rileva. Anche il Sinodo sui giovani del 2018 «lo ha solo sfiorato. Ma è lì che si deve tornare, se si vuole pensare al possibile futuro delle vocazioni sacerdotali e religiose. E delle vocazioni al matrimonio concordatario». Secondo don Matteo, «due sono gli elementi decisivi di svolta radicale nel rapporto giovani e vocazione negli ultimi decenni». Il primo, «più semplice da capire è la crescente denatalità dei Paesi occidentali. Da noi ci sono meno bambini e questo segna un declino quasi ovvio per un “mestiere” che comporta più rinunce di altri». In secondo luogo, c’è da tenere conto di «un profondo cambiamento da parte delle generazioni adulte sia in relazione alla loro fede che alla loro testimonianza di vita. I nostri giovani che credono poco o non credono affatto sono figli di genitori che a parole sono molto vicini alle istituzioni religiose ma che nei fatti non pregano, non leggono il Vangelo, non parlano mai di Gesù. Noi adulti, infatti, abbiamo radicalmente marginalizzato la nostra esperienza di fede. Abbiamo aperto il nostro cuore ad altre religioni, tra le quali spicca “quella della giovinezza”». Nel senso che per gli adulti di oggi «il massimo della vita e la vita al massimo è la giovinezza ad ogni costo, anche al costo di apparire semplicemente imbecilli. Il giovanilismo è una vera e propria “religione”, inutile girarci attorno». Inoltre, presi da questo «mito dell’eterna giovinezza, noi adulti facciamo di tutto per sfuggire alla nostra prima ed elementare “vocazione”: che è quella di diventare ed essere adulti, responsabili cioè della vita, della vita di tutti, di tutta la vita. Siamo sempre più egoisti, individualisti, cinici, narcisisti, chiusi in noi stessi». Per don Armando è «da qui che accade poi un fatto notevole: il concetto generale e semplice di vocazione evapora. Noi adulti non abbiamo più orecchie per voci altre dalle nostre a cui rivolgere le nostre energie e attenzioni». Per questo motivo ogni volta che «un giovane o una giovane decide di seguire consapevolmente, liberamente e coscientemente la strada di una consacrazione religiosa, per tanti aspetti si può dire che siamo davanti a una sorta di miracolo».

Nella sua esperienza il sacerdote teologo si è «imbattuto in genitori molto combattuti rispetto alla scelta del figlio di diventare prete. Non ne erano particolarmente entusiasti. In primo piano, c’era la preoccupazione per le difficoltà connesse con l’esercizio del sacerdozio (solitudine, scarsa considerazione sociale della religione, guadagni modesti, temuta poca soddisfazione). Il quadro dipinto dal film Se Dio vuole non è tanto lontano dal vero. Non era poi difficile da capire che, per quei genitori, c’era pure la paura di un taglio abbastanza netto del loro legame con il figlio (a volte, il loro unico figlio), legame che i genitori oggi coltivano più che nel passato e non sempre per il bene dei loro figli».

Più in generale, però, don Armando rimarca le responsabilità della Chiesa, che «non affronta sul serio la rottura della trasmissione generazionale della fede. Senza giovani credenti, è difficile recuperare terreno nell’ambito delle vocazioni. E qui non parlo solo dei preti, delle suore, ma anche del matrimonio concordatario e dell’impegno dei fedeli laici nel sociale». Mentre per quel che riguarda i giovani seminaristi, negli ultimi tempi, «dietro forte sollecitazione di papa Francesco, si sta lavorando davvero molto, in termini di autentico discernimento. Mi pare che questa sia la strada giusta, insieme ovviamente all’importante testimonianza di una Chiesa che con gioia e con spirito aperto affronta le sfide di questo tempo, tra le quali quella di un cambiamento di mentalità pastorale, capace di riattivare la trasmissione della fede tra le generazioni, è al primo punto dell’ordine del giorno». I futuri preti «debbono poter cioè sviluppare la convinzione di andare a lavorare in e per un’istituzione che non semplicemente tenta di sopravvivere ma che, con fiducia nel suo Signore, sa cambiare ciò che c’è da cambiare perché la bella parola del Vangelo raggiunga ogni uomo e ogni donna, ogni giovane uomo e ogni giovane donna di questo nostro tempo. Un club esclusivo di vecchiette e di vecchietti non potrà entusiasmare nessuno a lungo andare!».