Carestie, pestilenze, terremoti: le giornate cruciali di Palermo nell’età moderna (Corriere.it)

di Aurelio Musi, del 13 Dicembre 2023

Il termine “cruciale”, nel suo significato più compiuto, è associato a una congiuntura critica che impone una scelta decisiva per ottenere una soluzione. Se associata a un’emergenza, la scelta deve essere al tempo stesso rapida ed efficace. Nella storia dell’antico regime le congiunture critiche sono frequentissime, tali da diventare strutturali, permanenti. Congiuntura-struttura rappresenta, pertanto, un ossimoro solo apparente.

Il binomio catastrofe naturale-catastrofe prodotta dall’uomo entra così nel tempo storico dell’età moderna, nella durata braudeliana breve, media e lunga: battaglie, alluvioni, terremoti, peste e rivolte sconvolgono la vita quotidiana delle popolazioni, chiamano in causa la politica e le istituzioni, provocano effetti negli assetti economici e sociali, coinvolgono sentimenti, emozioni, sensibilità religiosa, aspetti legati alla mentalità, cioè, come scrive Braudel, quei fattori che “il tempo stenta a logorare”.

Il termine “cruciale” costituisce, fin dal titolo, il protagonista del volume di Rossella Cancila, “Palermo giornate cruciali, secolo XVI-XVIII”, Rubbettino editore. Lo spazio è costituito da una grande capitale di un regno del sistema imperiale spagnolo poi, dopo alterne vicende, austriaco. Il tempo, tra la metà del Cinquecento e i primi decenni del Settecento, è quello in cui gli eventi catastrofici si abbattono fulminei e improvvisi sulle popolazioni; le guerre sono continue sia nel periodo dell’egemonia di una sola potenza, quella spagnola, sia nella fase del passaggio dal mondo unipolare al multipolarismo degli Stati maturi; l’inquietudine popolare regna sovrana e oscilla di continuo fra resistenza sotterranea e vera e propria rivolta.

A caratterizzare la storia della capitale del Regno siciliano nelle “giornate cruciali”, analizzate da Rossella Cancila, sono due fattori in particolare: la lontananza da Palermo di re e, molto spesso, anche dei viceré, rappresentanti del sovrano e massima carica di governo del territorio; i poteri concorrenti, laddove l’aggettivo è da interpretare non solo in senso spaziale, ma anche funzionale, ossia nel senso che tante istituzioni entrano in conflitto nella gestione della stessa materia di governo.

Il primo caso studiato dall’autrice è la rivolta di Palermo del 1560. Sullo sfondo la carestia, la fame, la crisi commerciale. I bottegai, maggiormente colpiti dalla crisi come intermediari fra produzione e distribuzione, sono i soggetti protagonisti del moto. Ma leader sono esponenti del “ceto civile” come il notaio Cataldo Tarsino, dotato di carisma, centro di un fitto sistema di relazioni, che vediamo all’opera nel tentativo di occupare un suo spazio politico. In gioco entrano gli interessi personali dell’élite cittadina, il ruolo dell’Inquisizione, ma la fedeltà alla Corona spagnola dell’aristocrazia palermitana provoca il fallimento della rivolta.

Secondo caso: la peste del 1575. Qui protagonista è Filippo Ingrassia: straordinaria personalità di medico, approfonditamente studiato dalla Cancila sia come autore di opere importanti, che hanno formato uno stuolo nutrito di medici e sanitari tra Cinque e Seicento come il chirurgo calabro-napoletano Marco Aurelio Severino, sia come responsabile della maggiore istituzione sanitaria palermitana, il Protomedicato. Ingrassia interviene sia a livello di emergenza sia a livello di prevenzione della peste. E la capitale siciliana dimostrerà di essere più avanti di Milano in entrambi i livelli: con la creazione del Lazzaretto, che separa gli appestati in via di guarigione dai casi più gravi; con gli interventi al di fuori del Lazzaretto; con il carattere laico delle condotte sanitarie, distante dal primato ecclesiastico milanese (si ricordi il ruolo del cardinale Carlo Borromeo). Ma, come ricorda l’autrice, l’oculata gestione dell’Ingrassia si dimostra di breve durata se confrontata con “la città fuori controllo” in occasione della peste del 1624, “in un contesto in cui l’impianto messianico e la componente emozionale ebbero il sopravvento di fronte all’impotenza umana” (p. 66).

Dell’alluvione del 1666 – il terzo caso – colpiscono in particolare due elementi: l’eco che la catastrofe suscitò nel sistema dell’informazione contemporanea, tanto che ne diede comunicazione persino la Gazette di Parigi dell’11 dicembre; il primato della componente emozionale che indusse la popolazione ad attribuire l’attenuazione degli effetti catastrofici al miracolo di Santa Rosalia diventata, a seguito del suo intervento prodigioso, la protettrice di Palermo. Il risanamento e la ricostruzione non furono in grado di far fronte alla collocazione geomorfologica della “città di fiumi”, soggetta a permanente rischio idrogeologico, e all’incuria di istituzioni e popolazione.

L’autrice passa quindi a collocare la battaglia del 1676 – terzo caso analizzato – entro la congiuntura interna e internazionale complessa: la guerra tra Spagna e Francia durante la rivolta di Messina e la riconquistata centralità del Mediterraneo; le minacce esterne e le minacce interne; il conflitto Palermo-Messina. Le maestranze della capitale difendono la città, impediscono che essa segua l’esempio di Messina, difendono e consolidano la fedeltà alla Corona di Spagna.

Infine il terremoto del 1726. L’evento è una sintesi rappresentativa della dinamica delle “giornate cruciali” palermitane: il protagonismo della natura che, con la comparsa del sole, fa respirare “la città lacera e deformata”; la gestione dell’emergenza tra polemiche, poteri concorrenti sul territorio, conflitti istituzionali; i problemi di ordine pubblico; il ruolo della sfera del sacro.

Un prodotto riuscito, questo volume della Cancila: anche per lo stile agile, piacevole, accattivante.