IL LIBRO. I cannibali di Mao, di Marco Lupis (Rubbettino) (zoomsud.it)

di Filippo Veltri, del 16 Luglio 2019

Marco Lupis

I Cannibali di Mao

La nuova Cina alla conquista del Mondo

Il libro
Come mai la Cina, fino a ieri produttore di mercanzia a basso costo, oggi domina il mercato high-tech mondiale, si impone come attore globale, assume il controllo economico e finanziario di intere nazioni ed è in grado di “richiamare all’ordine” persino gli Stati Uniti d’America? In questo libro Marco Lupis ci spiega l’origine del nuovo potere globale cinese, quali sono le sue radici e dove ci sta portando. Lo fa cominciando da quell’alba umida e rovente del 1995 quando – giovane reporter poco più che trentenne – atterrava per la prima volta nella sua vita nel vecchio aeroporto Kai Tak di Hong Kong, lembo di terra in Cina, allora ancora saldamente colonia di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra, e aveva inizio così quella che lui stesso ha definito: “Una vera storia d’amore, vissuta non con un’altra persona, ma con un continente, l’Asia, e con un popolo in particolare: i cinesi”.

E in Cina, basato a Hong Kong, ci rimarrà – salvo brevi pause – fino a oggi, raccontandone ai lettori – da corrispondente delle maggiori testate italiane e della RAI – l’attualità più stringente, gli avvenimenti più imprevisti e curiosi, e quella diversità che la rende unica. Ricco di notizie e di avventure, di emozioni, testimonianze e anche ironia, questo libro è un ininterrotto reportage lungo venticinque anni e un irripetibile diario di viaggio, ma soprattutto è l’appassionante romanzo della storia umana di un giornalista, di un uomo, che ha attraversato le trasformazioni e gli sconvolgimenti degli ultimi decenni in Cina, e per questo è in grado, più di molti altri, di aiutarci a comprendere l’attualità e i pericoli rappresentati dalla Cina di oggi.

Marco Lupis: “Hong Kong? È esplosa la rabbia repressa per le promesse non mantenute”
Marco Lupis, autore per Rubbettino del libro «I cannibali di Mao. La nuova Cina alla conquista del mondo», in libreria dal 4 luglio, su quanto accaduto ad Hong Kong, è durissimo: «Mai messaggio a Pechino, e al Mondo intero, poteva essere più chiaro. Una sfida alla “Madrepatria” cinese che non ha precedenti, l’aver messo in discussione la stessa sovranità cinese riacquisita esattamente 22 anni prima. Ma anche, cosa ben più importante per chi conosca la gente di Hong Kong, la misura della loro esasperazione, diciamo pure della loro disperazione.

Io ho vissuto personalmente, e raccontato, gli ultimi anni della Hong Kong britannica, e il traumatico ritorno sotto la Cina. So bene come la Gran Bretagna non fosse precisamente ben vista dalla popolazione dell’epoca, formata già allora, per il 98%, da cinesi, costretti comunque a vivere sotto un “padrone” straniero. Ma al “povero” popolo di Hong Kong, già allora, al momento di decidere della sua sorte, la Cina fece lo sfregio più grande e la Gran Bretagna girò la testa dall’altra parte: nessuno diede loro la possibilità di decidere autonomamente del proprio destino, del proprio futuro, concedendo un referendum che li avrebbe portati all’indipendenza (come accaduto in pratica per tutte le ex colonie) o magari a restare sotto l’ala protettiva di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra o persino, chissà (la storia non si fa con i “se” e con i “ma”) a tornare volontariamente sotto Pechino. Nessuno li interpellò. Nessuno nemmeno li prese in considerazione, come popolo”.

Per questo la rabbia esplosa negli ultimi mesi, le manifestazioni oceaniche contro la proposta di legge sull’estradizione in Cina (il pretesto, non certo IL problema), che hanno visto scendere in piazza praticamente l’intera Hong Kong, hanno radici lontane. Radici che affondano in quell’offesa atroce fatta agli honkonghesi tanto tempo fa, ormai. ‘’Gente – dice Lupis – che si ribella alle umiliazioni subite da Pechino in questi 22 anni, a una Cina che ha tradito e sta man mano tradendo tutte le promesse e gli impegni che stanno alla base della famoso formula “un Paese, due sistemi”. In primis avendogli impedito di eleggere liberamente e democraticamente i loro rappresentanti, se non all’interno di una “rosa” di candidati graditi ai boiardi al potere in Cina. Che democrazia è questa? hanno cominciato a chiedersi già nel 2014 i ragazzi della cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli”, i “millennials”, molti di loro nati dopo il ritorno alla Cina. Così la rabbia è montata, e alla fine i cittadini di Hong Kong si sono ribellati a modo loro, con i loro tempi, nel tipico modo “asiatico”: a scoppio ritardato. Dopo avere sopportato, chinato il capo e covato dentro di sé quella rabbia sorda – che la rigida cultura confuciana della sottomissione all’ordine superiore, che vede nella ribellione, nel caos, lo sconvolgimento dei valori dell’armonia famigliare e. per traslazione, dello stesso universo, non può accettare – complice la stessa indole dei popoli asiatici, che non sono abituati ad esprimerla liberamente, come succede per noi occidentali, quella rabbia dicevo, sta esplodendo, ed è esplosa».

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