Il Sud e la follia di fallire ancora (Econopoly (Il Sole 24 Ore))

di Rosamaria Bitetti, del 26 Maggio 2016

Da Econopoly (Il Sole 24 Ore) del 26 maggio

La definizione di follia, secondo un noto adagio, è ripetere la stessa azione ancora e ancora, e aspettarsi risultati diversi. Eppure, ancora oggi, la soluzione più mainstream è chiedere, ancora una volta, più politiche per il Sud, più investimenti pubblici, più interventi dall’alto. La storia dell’Italia meridionale è una storia di azioni simili con risultati simili. È una storia di aiuti, di regole imposte, di piani intervento. È una storia di politicizzazione della crescita, incentrata sull’idea che questa possa avvenire attraverso la redistribuzione, e non dal territorio.
Non sono solo i keynesiani a essere ossessionati dagli investimenti: qualsiasi economista sa che la crescita è impensabile senza. Ma ciò in cui sbagliano i keynesiani, che hanno dominato il dibattito, e che le politiche sul mezzogiorno tralasciano, è che non tutti gli investimenti sono uguali: e questo è un errore alla base della loro economia, che si concentra sugli aggregati, tralasciando l’aspetto fondamentale di tutte le scelte sociali: gli esseri umani. Ben lo spiega Francesco Forte nel suo ultimo libro: continuare a pensare ai consumi, alla domanda aggregata, implica una visione dell’uomo scisso. Un attore economico che subisce e non crea il cambiamento economico.
Nell’impostazione keynesiana “c’è un passaggio fallace: quello per cui la domanda effettiva (di consumi) non solo è una condizione necessaria per l’investimento fruttuoso, ma anche una condizione sufficiente. Ciò implica sia l’ignorare il ruolo del risparmio, delle istituzioni e delle infrastrutture, sia obliterare l’uomo intero in modi molteplici: cioè ignorare la disoccupazione strutturale dovuta all’inadeguatezza del capitale umano, ignorare la variabile ‘progresso tecnologico’ riguardante l’uomo faber che apprende, applica e sviluppa le tecnologie e l’uomo ‘imprenditore’ desideroso di rischiare e ambizioso di costruire una realtà economica produttiva con le sue energie e con quelle della sua impresa. Questi uomini non si creano con il messaggio della somma utilità sociale del consumo, della virtuosità della moneta facile a tasso zero, del deficit di bilancio e della tassazione redistributiva” (Keynes versus Einaudi, IBL Libri, 2016, p. 23).
Non è un caso che le politiche per il sostegno del mezzogiorno siano servite a poco. Non è perché non erano abbastanza incisive o motivate. Sono state inutili o dannose perché tralasciavano la componente umana dello sviluppo. Proprio per questo le politiche per il mezzogiorno non solo rimanevano – e rimarranno – impotenti davanti a una classe politica unaccountable e pronta a farsi oggetto di scandali e commistioni mafiose: ma le producono e le incoraggiano.
Ha ragione Francesco Bruno: a beneficiarne sono state le mafie locali, il cui core business è esattamente l’intermediazione delle risorse che arrivano dal governo centrale. (Per chi ha visto “Lo chiamavano Jeeg Robot”, la banda camorrista organizza un attentato terroristico non in risposta all’eccessiva presenza dello stato, ma al blocco degli appalti che gli toglierebbe una delle più importanti fonti di reddito).
Ma non sono solo le mafie a beneficiarne, sono le élite locali, che diventano i gestori ultimi dell’intermediazione di queste risorse. I tanto invocati interventi pubblici devono necessariamente – e non è un’eccezione meridionale – passare per quelle che Acemoglu e Robinson chiamano “élites estrattive”: gruppi di potenti che decidono chi può partecipare al gioco economico e chi no, controllando le risorse. Più queste élite sono potenti, più rallenteranno la distruzione creatrice dell’innovazione, proteggeranno lo status quo, congeleranno la crescita. (Daron Acemoglu, James Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore, 2012)
Per decenni il Sud ha insegnato ai giovani che per avere un posto fisso, aspirazione “zaloniana” di una vita perfetta, bisognava corteggiare il sindaco o il potente di turno. Che imparare a vincere un bando della Regione era più importante che imparare a fare un business plan. Che se volevano aprire un’impresa, dovevano conoscere le persone giuste, altrimenti non sarebbero mai riusciti a conformarsi a una serie di regole – dall’accesso al mercato a quelle del lavoro – troppo stringenti per un’area in via di sviluppo. O meglio, un’area in via di non-sviluppo: perché la storia del Sud è la stessa storia dei paesi poveri che, con gli aiuti internazionali, crediamo di arricchire, mentre arricchiamo solo i potenti, permettendogli di continuare a impoverire i loro paesi.
È una storia di persone che vivono in un sistema in cui le istituzioni incentivano a ingegnarsi per fare rent seeking, e non per porre in essere attività imprenditoriali che favoriscano la crescita. Ma il rent seeking funziona finché ci sono rendite da appropriare: quando queste finiscono, un sistema che ha deciso di utilizzare la creatività degli individui per perfezionare tecniche bizantine di redistribuzione si trova in mano pochi strumenti con cui reagire. Per questo le politiche di austerity – e fa sorridere pensare che ce ne siano, in un paese in cui la spesa pubblica continua a crescere – colpiscono asimmetricamente il Sud.
Il caso del sud d’Italia non è un’eccezione, è la regola: non c’è un solo caso nella storia in cui lo sviluppo economico sia avvenuto grazie agli aiuti dall’esterno, senza sviluppare regole, istituzioni, capitale umano. E di nuovo, il capitale umano non si crea usando gli stessi ingredienti: non c’è regione del sud che non regali borse di studio, progetti all’estero, incubatori, e ancora i nostri giovani prendono la valigia e vanno via, ogni anno più numerosi. Il capitale umano non si crea con più soldi, si crea con gli incentivi giusti.
La storia del Sud è invece una storia di investimenti sbagliati, ma è anche e soprattutto una storia di accentramento politico, di deresponsabilizzazione e di marginalizzazione dei cittadini meridionali, beneficiari di politiche per lo sviluppo, mai fautori di questo. Anche il frequente appello alla necessità del Nord di aiutare il Sud perché ne ha bisogno in quanto mercato di sbocco non è che una paternalistica concessione, che continua a confermare questa storia.
Per rileggerla consiglio un bel libro scritto da un economista campano e da un filosofo bresciano, a ricordarci che se la deresponsabilizzazione e i disincentivi sono ciò che ha rallentato lo sviluppo del Sud – così come di tanti altri paesi in via di sviluppo – l’unico modo per uscirne è cambiare questa storia, cambiare le ricette: “Se possiamo chiamare povertà l’incapacità di far fronte ai problemi (ed è tale condizione che è all’origine dell’indisponibilità materiale di beni e servizi fondamentali), per vincere tutto ciò è necessario che la tossicodipendenza da denaro pubblico venga affrontata con coraggio attraverso una decisa riduzione degli aiuti. Quello che può salvare il Mezzogiorno non è il semplice trasferimento di risorse prodotte altrove, ma l’avvio di un effettivo processo di trasformazione istituzionale e quindi anche culturale, che ponga quanti vivono al Sud sempre più di fronte alle loro responsabilità” (Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri, Come il federalismo fiscale può salvare il mezzogiorno, Rubbettino, 2008, p. 37).
Questo libro è stato pubblicato da una casa editrice calabrese, che è una delle piccole eccellenze di un mercato difficile: questo ci dimostra che la capacità imprenditoriale è ovunque, anche in un posto con la disoccupazione giovanile al 65% e il malaffare imperante. Però al Sud è un atto di coraggio, e così non deve essere. Le persone non sono diverse a seconda del meridiano in cui nascono, la storia e la cultura non sono macigni insuperabili: le istituzioni che danno incentivi perversi nemmeno. Ci vuole solo il coraggio di guardare a soluzioni diverse da quelle che hanno fallito finora. Solo un folle può ripetere la stessa azione ancora e ancora, e aspettarsi risultati migliori.

di Rosamaria Bitetti

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