Santori Elettra. Sette silenzi (Lankenauta.it)

di Luca Menichetti, del 28 Aprile 2023

Nella considerazione che Elettra Santori è un’affermata sociologa, anche in virtù degli argomenti affrontati nella sua raccolta di racconti, al lettore meno navigato magari potrebbe venire il sospetto che “Sette silenzi” possa rappresentare un classico esempio di letteratura “che si serve della sociologia come spunto, cornice, suggestione, chiave di lettura, metodo di scrittura”; giusto per citare un breve saggio sul rapporto tra sociologia e racconto. In realtà la lettura di “Pagina bianca” oppure di “Be free” semmai ci fa pensare a una abilissima creatrice di vicende coinvolgenti e imprevedibili, non certo a un semplice serbatoio di situazioni “idealtipiche” sulle quali i sociologhi ci costruiscono delle carriere.

Di sicuro, almeno chi conosce gli ambiti di ricerca e soprattutto gli interessi culturali di Elettra Santori, nei racconti potrà cogliere gli “spunti”, non certamente “il metodo di scrittura” che resta soprattutto una bella prova di virtuosismo letterario. Virtuosismo che fa il paio con ecletticità, se solo pensiamo a “Shodō” [nrd: “via della scrittura”], titolo paradossale per un racconto letteralmente raffigurato in un lungo dialogo via whatsapp; per poi giungere a “Non pensarci”, monologo teatrale di nome e di fatto.

Versatilità anche nel tradurre i sette “silenzi” del titolo in altrettanti modi di interpretare la vita di fronte a quella che Bufalino definiva “l’inevitabile profilassi”: dal tacere enigmatico e beffardo della malata terminale in “Shodō”, al mutismo della giovane pianista lesbica che torna a parlare dopo aver subito un’aggressione, passando per il diario giornaliero di una scrittrice che, quasi in un impeto di ribellione, si ritrova ad abbandonare la parola scritta: “La chiacchiera è un’invenzione dei secoli rumorosi, è la reazione maldestra al silenzio cui non siamo più allenati […] è il silenzio, non la morte, il vero tabù dei nostri giorni. L’errante che non ha più patria, il reietto, l’abraso” (pp.128).

Peraltro nella quarta di “Sette silenzi” compare giustamente la parola “metaromanzo” che, come anticipato, possiamo anche interpretare in relazione alle più recenti posizioni intellettuali di Elettra Santori, sempre poco in sintonia col cosiddetto “politically correct”. Pensiamo a “Be free” dove la storia del profugo Abu Hamza Bayero consente di mostrare come la linea tra il tragico e il farsesco sia molto sottile; ma anche come l’oltranzismo delle anime belle possa produrre dei risultati a dir poco discutibili, se non proprio ridicoli: “Ci ha già provato a convincere Silvia dell’assurdità di quella lingua che produce mostri barrati: il/la, mediatore/trice, dottore/dottora (per carità, non dottoressa, il suffisso essa in origine era spregiativo verso le donne, sostiene lei, che infatti si definisce Dottora in scritture femminili)” (pp.72). Allo stesso modo in “Pagina bianca” acuminate le parole della scrittrice in procinto di diventare una ex scrittrice, insofferente alle imposizioni culturali – “quanta parte di realtà finisce arsa viva per colpa dell’ennesimo Manifesto Letterario”, pp.120 – nonché a tutte le frasette moraleggianti: “In breve, io non avrei mai potuto pronunciare certe frasi tronfie di ego come ‘scrivo per mettere ordine dentro di me’ o peggio ‘scrivo per realizzare le possibilità del mio io che nella vita reale non si sono concretizzate’; ma nemmeno potrei sostenere, con ridicolo altruismo, che scrivere per me fosse una forma di impegno civile” (pp.118).

Le riflessioni che si manifestano nei personaggi, spesso nei loro monologhi, tentano di scandagliare in profondità il nostro vivere quotidiano, con tutti i suoi perenni paradossi, sempre con grande intuito e intelligenza: “Dunque, l’ansia è asservita alla produzione. La depressione invece è improduttiva, ma è anche ribelle e pericolosamente anarchica. Sembra inerte, passiva, invece è un bradisismo, lento ma inesorabile, che scuote l’essere umano dalle fondamenta e costringe a fare i conti con i propri limiti e con il limite più liminare che ci sia, quello della propria morte” (pp.163).

In sostanza, come ben evidenzia la quarta di copertina – “Sette modi di tacere (per strategia, per orgoglio, per disprezzo verso gli altri) o di mettere a tacere (il senso critico, la coscienza, il lavorio usurante del cervello che rimugina)” -, i racconti di Elettra Santori sono felicemente non inquadrabili e, grazie al tratto che spazia dalla sottile ironia al sarcasmo, rappresentano una delle più belle novità letterarie di questi ultimi anni.