Diventare liberali sorpassando le ideologie (Libero)

di Luciano Capone, del 14 Ottobre 2013

Da Libero, del 13 ottobre 2013
 
Sembra che oggi sia impossibile non dirsi liberali. I princìpi della tutela dei diritti naturali, dell’intangibilità della vita umana e della proprietà, della libertà di parola, di movimento, di religione, di associazione, in sostanza i diritti e l’autonomia degli individui anche nelle loro aggregazioni sono riconosciuti da tutti. Ciò non vuol dire che la cultura liberale, per certi versi egemone, sia un monolite o un’ideologia definita, anzi.
In tutta la sua storia il liberalismo è stato percorso da uno scontro serrato e spesso aspro tra intellettuali, giuristi, filosofi ed economisti liberali sulle sue proprie definizioni: Hobbes contro Locke, Mazzini e Cattaneo, Croce e Einaudi, Rawls e Nozick, Hayek e Keynes. Confronti avvenuti lungo i deavage culturali Stato/mercato, libertà/eguaglianza, giusnaturalismo/positivismo, centralismo/ autonomismo che hanno in gran parte costruito le identità politiche della destra e della sinistra liberale. Corrado Ocone in Liberalismo senza teoria (Rubbettino, pp. 122, euro 10), invece di solcare le linee di frattura della cultura liberale, le affronta trasversalmente, le supera per costruire un liberalismo non ideologico, «senza teoria», appunto. Il liberalismo secondo Ocone è prima di tutto un’etica, una filosofia, un’attitudine mentale che ha a che fare con la realtà che vuole trasformare e che perciò non può affidarsi esclusivamente ad una teoria astratta. Il libro, piccolo ma denso, disegna questa concezione liberale riservando un capitolo per ogni autore, Montesquieu, Stuart Mill, Einaudi, Gobetti, fino a Bobbio, legati da un filo conduttore che è lo storicismo crociano. In questo pantheon c’è posto per intellettuali spesso catalogati in squadre contrapposte e a tal proposito sono particolarmente interessanti le parti dedicata a Piero Gobetti e il saggio sull’ultimo Bobbio.
Ma ciò che è particolarmente importante è il rilievo che Ocone ha dato a due autori spesso ignorati come il tedesco Wilhelm von Humboldt e l’italiano Carlo Antoni. Humboldt vede, secondo i princìpi liberali classici, l’individuo come principio e fine di ogni attività e lo Stato come il principale nemico dello sviluppo della libertà individuale, quindi un male. Ma un male necessario in quanto, da garante della sicurezza delle persone, è anche il presupposto della libertà. Una volta tutelata la sicurezza, ogni tentativo di ampliamento delle facoltà statali implica un restringimento delle libertà individuali e dello sviluppo della creatività umana.
«Una teoria dei limiti dello Stato – scrive – deve avere come risultato una più alta libertà di tutte le energie e una più grande varietà di situazioni». In pratica il conformismo e l’omologazione, patologie sociali comunemente attribuite al «mercato», sono un prodotto dello potere statale. Carlo Antoni invece è un allievo di Benedetto Croce che mette in contrapposizione il liberalismo continentale francese a quello insulare britannico. Il primo illuminista, centralista e statalista e il secondo empirista e spontaneista. Secondo Antoni è stata la frammentazione culturale e religiosa che ha permesso all’Inghilterra di respingere l’assolutismo che ha trionfato nel continente. Lì il liberalismo è stato resistenza al potere. Il contrario di quanto accaduto in Italia dove il liberalismo di matrice franco-tedesco ha costruito lo Stato e troppo a lungo si è riconosciuto in esso.

Di Luciano Capone

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