LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Coraìsime di Migliaccio Spina (Rubbettino) (zoomsud.it)

del 2 Marzo 2019

«Le aveva viste da bambino fuori dalle case in campagna. Appese per un laccio nero. Vecchie bambole mutilate con il viso squagliato dal sole. I capelli uniti in un unico grumo nero avevano superato inverni e piogge estive. Ad alcune mancavano gli arti, erano solo una testa e la parte superiore del busto. Con il vento danzavano davanti alle porte serrate delle case. Le chiamavano coraìsime e tenevano lontano il maligno. Alcune erano di ceramica e gli occhi mancavano d’espressione, quelle di pezza avevano dei bottoni neri che crescevano sotto le ciglia disegnate male. Paolo più volte si era fermato a osservarle. Stavano a difesa della casa con i loro volti sfigurati dal sole e gli abiti stracciati di chi lotta col buio. La tenevano al sicuro dagli uomini senza testa.»

 

Nel mondo di Coraìsime di Bernardo Migliaccio Spina, recentemente pubblicato da Rubbettino, la realtà non è che una delle dimensioni del mistero, reso fisicamente evidente nel reticolo di cunicoli sotterranei che attraversano un paese fatto di grotte inquietanti e continuamente evocato da presenze oscure, malattie dell’anima, paure della mente, riti magici, simbolismi criptici.

Una sorta di noir dello spirito, nel senso che ciò che conta non sono tanto i fatti quanto la percezione che se ne ha, una percezione senza contorni definiti, in un movimento in costante deformazione. Una sorta di gotico che ha poche corrispondenze nella narrativa calabrese attuale, reso plasticamente da una scrittura capace di dominare il flusso veloce del torrente non solo emozionale in cui sembra muoversi la vicenda: «Osservava le strade con i semafori accesi, la frutta sui banconi, le scale della scuola, la fontana della villa, il mare nel mare. Un sogno ricorrente di palazzine ricoperte d’acqua, un deserto liquido senza più suoni. Da sotto contemplava ciò che rimaneva del mondo emerso, una manciata di tetti e pilastri di cemento a bucare il cielo grigio di nubi. Il sogno del maremoto.»

 

Il piccolo Paolo Pavone, figlio di un contadino e di una bidella con «una cura maniacale per quel quadrato di terra che era il suo giardino», vede materializzarsi nella notte figure mitiche generate dai discorsi degli adulti e trova nei riti magici della nonna «un senso di sicurezza e di protezione». Frequenta la scuola fino al liceo, parte per l’università, ma l’abbandona presto: «Lo studio non faceva per lui. Amava come suo nonno la terra e solo il pensiero di abbandonarla gli procurava una strana nausea. Una violenta fitta allo stomaco lo rendeva sofferente solo all’idea di vivere lontano da dove era nato. Lontano dagli ulivi.» Sposa Adele, di cui si era innamorato fin da piccolo: «Adele era precipitata dal cielo. Era caduta nello spettro dei suoi occhi e si era trasformata in quel sorriso chiaro di bimba tra i fiori di camomilla, nella luce che filtra fra i grandi rovi di more selvatiche.»

La morte della moglie accentua il suo bisogno di isolamento, lo intrappola nei suoi pensieri contorti: «Gli uomini della montagna erano aiutati da qualcuno in paese. Arrivò a questa conclusione mentre metteva via la foto della donna che non c’era più. Adesso la casa gli rubava l’aria.»

Paolo non manda più a scuola l’unica figlia e «lei non aveva detto niente. Si era chiusa pian piano come un fiore che si difende dalla tempesta. Si era chiusa pian piano come un fiore che si difende dalla tempesta. Le parole non le erano più uscite. I discorsi le erano rimasti dentro, un lago di frasi in fondo agli occhi. Marta si era fatta contenitore trasparente di singhiozzi e fremiti. Chiusa per sempre.» E rapisce Giuseppe o, meglio, Giuseppone, uno degli alunni della scuola della nonna, «quell’enorme bambino che non controllava i movimenti», «un altro nodo che legava Paolo al passato.»

Le forze oscure che Paolo aveva trasmesso alla figlia esplodono negli spasmi violenti di una battaglia muta che si combatte dentro di lei: «Marta volava contro le felci, tagliava i sentieri, superava il buio, la notte, il paese, Paolo tra i fulmini, la nonna Rosa, le estati tra gli ulivi, i nodi, la folla che portava il Santo. La morte e le bestemmie, l’amore ultimo, le granite, i cinghiali, il proprio corpo.» L’epilogo, con l’abbraccio della grande quercia che frena la sua corsa, sa di escatologico.

Coraìsime come osserva Giocacchino Criaco nella sua prefazione, è un libro di strabordante energia. Lo è nella violenza dei sentimenti, per quanto umbratili, nell’articolarsi di un immaginario impastato di paure, nei nodi inestricabili che avvolgono la psiche, nella ricchezza degli odori, dei colori e dei sapori: «Ci metteva (Paolo, ndr) tutta la cura del mondo in quelle forme di pane fatto in casa, tagliato in maniera da contenere più companatico possibile. (…) Adele arrivava più tardi e disponeva quella fatica mattutina a piramide a lato del banco. Dovevano riposare per qualche ora, inumidirsi per bene dell’olio e inglobare le olive, lo strato di caciocavallo aderire al pomodoro tagliato a fettine sottili.»

Con i suoi squarci sull’inferno che ribolle nelle menti ancor prima che nella desertificazione di paesi abitati solo d’estate, Coraìsime è una storia, parole ancora di Criaco, che induce il lettore ad una convulsa navigazione «nella piena di una fiumara che sta a Sud, non sappiamo nemmeno dove, in una sponda qualunque di un Mediterraneo antico» verso un futuro ignoto.

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