In viaggio nell’estetica del selfie (Repubblica.it)

di Alberto Custodero, del 21 Febbraio 2014

Giorgio Bonomi

Il corpo solitario

L'autoscatto nella fotografia contemporanea

Da Repubblica.it del 21 febbraio

Un esteta è innanzitutto esteta di se stesso. E’ questa la molla che scatta in chi fa dell’autoritratto un’arte. Narciso ergo sum. Se Narciso avesse avuto una macchina fotografica, la propria imago della quale s’innamorò anziché riflessa in uno specchio d’acqua rimbalzerebbe oggi di web in web. Tra i milioni di selfie che oggi immortalano in ogni istante della vita fotogrammi dei più vari auto-reality, ce ne sono milleduecento nel mondo che, come ha scritto Giorgio Bonomi (autore del libro “Il corpo solitrario”, editore Rubbettino) “hanno fatto della tecnica dell’autoscatto una vera e propria poetica”.

LE IMMAGINI

Alla self art,  a queste opere selfie d’autore, ha dedicato una sezione tematica il Premio Internazionale Lìmen di Vibo Valentia. Ma qual è la differenza tra una foto selfie qualunque e un autoritratto d’arte? “Per autoscatto d’arte  –  spiega il critico Bonomi  –  intendiamo tutte le forme con cui un artista realizza una foto di sé o di una sua parte: con il temporizzatore, con il flessibile, con la camera in mano, con il porre una parte di sé direttamente sull’apparecchio riproduttore”. Bonomi nel suo libro ha già censito 700 artisti, altri 500 compariranno in una seconda edizione in corso di pubblicazione. Ecco come avviene la selezione. Bonomi: “Noi studiamo solo gli artisti bravi e meno, giovani e vecchi, di successo e emergenti, che si autoriprendono escludendo quelle centinaia di ‘dilettantì che oggi amano autoritrarsi e poi ‘postarsì sulle reti”.

Il fenomeno selfie, per Bonomi, ha spiegazioni sociologiche prima che artistiche. “E’ evidente  –  spiega il critico nel suo libro  –  che in questa odierna società, sempre più spersonalizzata e basata sull’immateriale, il percorso di riappropriazione non può che partire da se stessi e dal proprio corpo, soprattutto per le giovani generazioni, nate e cresciute in una sorta di ‘vuoto pneumatico’”. Altro dato interessante, aggiunge Bonomi, “consiste nel fatto che, tra gli artisti che usano l’autoscatto, sono prevalenti quelli di genere femminile. E tra quelli di genere maschile, c’è un numero consistente di omosessuali”.

Al Premio Lìmen si sono contesi il primo premio venti selfie-concorrenti ognuno dei quali appartiene a una particolare tipologia degli autoscatti. Le classificazioni, come spiega Bonomi, sono almeno cinque, dalla “Ricerca dell’dentità” al “Travestimento”, dalla “Narrazione” al “Corpo assente”. Il primo premio se l’è aggiudicato la pugliese trapiantata a Roma Giada Rochira, categoria “Il corpo messo a nudo, anche”. La sua opera è intitolata “Sine photoshop”, un’autoimmagine ad effetto impressionistico sullo sfondo di una masseria pugliese abbandonata, rigorosamente senza l’intervento di tecniche di post produzione. “Giada Rochira  –  commenta ancora Bonomi  –  spesso si è autorappresentata nuda, ma sempre all’interno di un discorso poetico o concettuale assai significativo”. Ex aequo, ha ricevuto il primo premio l’artista Marco Circhirillo, sezione “travestimento”, autoscatto intitolato “Acqua”. Tra i protagonisti, Tea Giobbio (“Autoritratto 2008”), Glenda Boriani (titolo “Laura”), Isabella Bona (“Metamorfosi”), Stefano Scheda (“Toccata due”).

Giada Rochira, mestiere tecnico di radiologia, vita da artista dell’autoritratto. “In un certo senso  –  spiega  –  è come se fossi sul set fotografico regista e protagonista, con l’incognita, però, di quel che sarà il risultato finale. Non stando dietro alla fotocamera che clicca in automatico dopo dieci secondi, non vedo mai realmente il frame finale. L’opera è dunque parte merito del mio estro creativo, parte del caso”. “Ogni scatto, per me, è sempre una petite mort, la morte di un istante irripetibile della mia esistenza”. “Fotografare il sé  –  aggiunge Rochira  –  è un cortometraggio bidimensionale dell’anima che traspare dal corpo”. Insomma, per dirla con André Gunthert, un acuto studioso di fotografia e cultura iconografica, “più che un oggetto fotografico, il selfie d’arte è una manifestazione delle nuove conversazioni connesse”.

di Alberto Custodero

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