Nel promuovere l’alleanza tra cattolici e liberali, Benedetto Croce fu uno dei veri padri della Repubblica Italiana (lanostrastoria.corriere.it)

di Luciano Monzali, del 14 Luglio 2019

Eugenio Di Rienzo

Benedetto Croce

Gli anni dello scontento 1943-1948

Benedetto Croce è stato uno degli spiriti più elevati e una delle menti più robuste espresse dalla cultura italiana negli ultimi centocinquanta anni. La sua grandezza – contraddistinta dalla varietà dei suoi talenti e interessi, dalla profondità e vigore del suo pensiero e dalla continuità e intensità del suo impegno intellettuale e politico – è stata riconosciuta anche da alcuni dei suoi più grandi rivali e avversari ideologici. Antonio Gramsci definì Croce un leader mondiale della cultura, un grande intellettuale di stampo rinascimentale, capace di svolgere un’importante funzione egemonica nella cultura nazionale italiana, simile a quella del Papa cattolico in ambito religioso.
Negli ultimi decenni, nonostante l’ammirevole sforzo di studiosi, come Rosario Romeo, Gennaro Sasso, Giuseppe Galasso, di tenere viva la tradizione intellettuale crociana, la sua opera e la sua figura, così come quelle del suo amico/nemico Giovanni Gentile, sono state progressivamente dimenticate e trascurate dalla cultura italiana.
Eppure nell’Italia contemporanea dilaniata dalla sfiducia e dalla paura, i cui ceti dirigenti oscillano fra l’adesione a un cosmopolitismo succube e suddito nei confronti della cultura egemonica anglo-americana e la difesa egoista e meschina del proprio interesse e privilegio particolare, e sono incuranti e incapaci di enucleare una qualsiasi sorta di visione o ruolo nazionale, il filosofo napoletano costituisce inevitabilmente un punto di riferimento fondamentale. Croce rimane, infatti, una fonte d’ispirazione irrinunciabile e un maestro di vita per tutti quegli italiani che credono in una spiritualità laica e perseguono una concezione della vita fondata su princìpi quali il culto della libertà e della Nazione.
Dobbiamo quindi essere grati a storici come Eugenio Di Rienzo che tengono viva l’attenzione verso l’opera e il pensiero di Benedetto Croce, mostrandone la vitalità e la complessità, contribuendo a preservare la continuità della tradizione del liberalismo nazionale, da tempo morto come organizzazione politica e minacciato di estinzione anche sul piano culturale. Ed è ciò appunto che Di Rienzo ha fatto anche con il suo ultimo appassionante e appassionato lavoro: “Benedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948” (Rubbettino Editore), con la cui stesura egli salda una promessa fatta all’amico e maestro Giuseppe Galasso.
Chi scrive apprezza nella storiografia di Di Rienzo il suo sforzo e la sua ambizione di rifarsi e ispirarsi a varie e diverse tradizioni della cultura italiana, da Volpe, Croce e Gentile a Gramsci, Salvemini, Chabod, De Felice e Galasso. Questa sua fedeltà alla tradizione culturale italiana, che egli ama rileggere e ripresentare in maniera spesso provocatoria e anticonformista, ma sempre interessante e stimolante, con un temperamento e uno spirito critico e persino eretico verso il corrente mainstream, quasi di stampo «salveminiano» fanno del direttore di «Nuova Rivista Storica» uno degli storici italiani di maggiore tempra e vigore degli ultimi anni.
Pregio di quest’ultimo libro di Di Rienzo è l’essere una ricostruzione precisa e documentata dell’attività politica di Croce fra il 1943 e il 1948, che mostra anche il ruolo tutt’altro che secondario del pensatore napoletano nella vita italiana in quegli anni. Il sottotitolo del libro, “Gli anni dello scontento”, sottolinea che l’impegno politico di Croce avvenne in un contesto politico difficile e fu spesso segnato da contrapposizioni dolorose e traumatiche per il filosofo napoletano, talvolta pessimista e sfiduciato sulle prospettive future dell’Italia e dell’Europa, nonché preoccupato che la crisi dello Stato nazionale italiano mettesse a rischio le possibilità di rinascita liberale e democratica dell’Italia.
Eugenio Di Rienzo spiega e racconta in maniera efficace il durissimo scontro ideologico e politico che si sviluppò fra Croce e il Partito d’Azione. Fu un momento molto doloroso e difficile per il filosofo napoletano perché molti dei leader e ideatori dell’azionismo e della nuova sintesi ideologica ispiratrice del Partito d’Azione, il liberalsocialismo, da Guido Calogero e Guido De Ruggiero a Adolfo Omodeo, Luigi Russo e tanti altri, erano seguaci e amici di Croce. Alcuni di loro avevano combattuto con lui una difficile e eroica battaglia politico-culturale, sulle pagine de «La Critica», nell’arduo tentativo di far sopravvivere una cultura liberale nell’Italia fascista.
Di Rienzo mostra efficacemente come Croce ritenesse inaccettabile ogni ipotesi di fusione fra liberalismo e socialismo in quanto ingiustificabile snaturamento dell’ideologia liberale e della “religione della libertà”, nonché un piegarsi ad un’impostazione economicista opportunista. Egli accusava inoltre gli azionisti di essere inconsapevoli, o forse consapevoli, strumenti dell’ascesa nel nostro Paese di un partito comunista legato, a doppio filo, a Mosca, al Comintern e poi al Cominform.
Croce, insiste Di Rienzo, non era certo un misoneista, un reazionario chiuso a ogni riforma sociale (come dimostra il suo elogio di Giolitti e della stagione giolittiana) ma, da coscienzioso “conservatore”, riteneva che il vino novello, che poteva provenire dalle istanze socialiste, radicali e persino comunistiche, andava filtrato dal pensiero e l’azione liberali, con molta cura, prima di essere travasato nelle botti della storia. E, a dimostrazione di questo, Di Rienzo cita un passo, molto significativo, della lettera inviata dal filosofo a Luigi Einaudi, il 1° marzo 1941.

“Certo il liberalismo non può mai accettare, neppure in piccola parte, il comunismo con la sua anima materialistica, negatrice di libertà. Ma può eventualmente accettare certe particolari proposte, che trova nei programmi comunistici, perché con la sua accettazione stessa le trasforma in proposte liberali: tali una più estesa statizzazione o accomunamento d’industrie, di terre, e simili. In idea non posso escludere che in dati tempi e luoghi ciò possa dare maggiore respiro e slancio di libertà all’opera umana. Nel fatto, credo anch’io molto difficile questo caso; ma io ragiono sull’idea e non risolvo casi pratici, che ho già rimandato al genio politico che sopra esso sorge. Tenga presente questo punto: che io miro a disintossicare le richieste economiche del comunismo, riducendole a problemi di maggiore o minore convenienza ai fini della civiltà umana; ma non mai a conciliare due inconciliabili, liberalismo e comunismo, idealismo e materialismo”.

In questo obiettivo additato dal filosofo, certo, l’azionismo fu impari al suo compito di forza autenticamente liberale. Eppure, chi scrive, a differenza di Croce e dello stesso Di Rienzo, ritiene che il progetto liberalsocialista fosse un disegno politico interessante, la cui genesi si spiegava con l’aspirazione di vari giovani intellettuali di dare, attraverso la creazione di nuove sintesi ideologiche che modernizzassero l’ideologia liberale, una risposta al fallimento e alla crisi del vecchio liberalismo di fronte alla mobilitazione delle masse e all’ascesa del fascismo. Come ha ben mostrato il bel libro di Giuseppe Spagnulo, “Un giovane liberale del Sud. Michele Cifarelli e la vita politica italiana dal fascismo alla stagione europeista 1938-1954” (egualmente edito da Rubbettino e recensito da Federico Imperato su questo blog), il Partito d’Azione si poneva l’obiettivo di creare un partito liberale progressista capace di competere con comunisti e socialisti nella conquista del consenso fra le masse operaie e contadine italiane. Questo progetto, lo sappiamo, si rivelò fallimentare e velleitario. Eppure lasciò un retaggio politico e culturale che ha avuto una sua rilevanza nella vita dell’Italia repubblicana.

Benedetto Croce colse con efficacia alcuni limiti del discorso liberalsocialista, che furono poi alla base del fallimento politico del Partito d’Azione. Molto dure e del tutto giustificate furono le critiche di Croce circa la visione semplicistica e ideologica della storia italiana di vari intellettuali azionisti, da Luigi Salvatorelli a Omodeo, da Calogero a De Ruggiero a Ferruccio Parri, allo stesso Raimondo Craveri, segnata, ad esempio, da un manicheistico rifiuto di ogni aspetto della tradizione monarchico-risorgimentale e delle conquiste politiche e sociali della stagione giolittiana. Rifiuto che si saldò dall’ossessione dell’epurazione antifascista, che portò il Partito d’Azione a non essere in grado di raccogliere consensi nei settori più dinamici di quella vasta parte della società italiana che aveva vissuto, si era formata durante il Ventennio e aveva collaborato, volente o nolente, con il regime mussoliniano.
Il settarismo azionista – ispirato da un’esigenza di rinnovamento radicale che ignorava, come sottolineò Croce, che una società e uno Stato per funzionare efficacemente avevano anche bisogno di esperienza, conoscenze e tradizioni di cui inevitabilmente erano portatori uomini e donne operanti nell’Italia prefascista e fascista – si tradusse in un atteggiamento impolitico astratto che rese il Partito d’Azione incapace di conquistare consensi nei nuovi ceti intellettuali e borghesi che si erano formati nell’epoca mussoliniana e che preferirono invece sostenere la Democrazia Cristiana o il Partito Comunista Italiano.
Molto amareggiato fu Croce anche per i durissimi attacchi che in quegli anni ricevette da Gaetano Salvemini, che lo accusava di eccessivo conservatorismo e di voler preservare le vecchie strutture politiche e sociali del Meridione, e per le violente critiche di cui fu oggetto da parte di Palmiro Togliatti e dai comunisti, desiderosi di delegittimarlo politicamente e di intaccare il suo prestigio di maestro di varie generazioni di intellettuali italiani.
Molta attenzione Di Rienzo dedica alle posizioni di politica estera di Croce, in quelle che sono fra le pagine più efficaci del libro. Pur dimostrando ammirazione verso il coraggio e la determinazione di Churchill e dei britannici nella lotta contro la Germania nazista, Croce, così come molti italiani, rimase molto deluso dalla politica vendicativa e punitiva seguita dalla Gran Bretagna verso l’Italia sconfitta. La sfida politica e militare dell’Italia fascista all’Impero britannico aveva prodotto decine di migliaia di morti nel popolo inglese e aveva seriamente messo in pericolo le posizioni di Londra in Africa e nel Medio Oriente. Colta da una hybris vendicativa alimentata anche dagli umori popolari britannici, la classe dirigente di Londra perseguì con determinazione una politica di ridimensionamento radicale dell’Italia, che doveva di fatto ritornare alla condizione anteriore al 1861. Si trattò di un grave errore politico, che suscitò una forte anglofobia nella società italiana postfascista e rese anche liberali antifascisti come Croce, ben disposti verso la cultura inglese, ostili contro la Gran Bretagna. Una strategia, quella del Foreign Office e del War Office, che non evitò, peraltro, il progressivo «declino» britannico in Medio Oriente e nel Mediterraneo che si tramuta in irreversibile «caduta» con la crisi di Suez dell’ottobre-novembre 1956.
La lettura del libro di Di Rienzo conduce, come abbiamo accennato, a rivalutare l’importanza dell’azione politica di Croce come rifondatore e presidente del Partito Liberale Italiano nel secondo dopoguerra. La speranza di Croce fu di creare un partito capace di raccogliere le forze tradizionali e conservatrici, spesso conniventi con il regime fascista, guidandole e integrandole in un sistema politico e costituzionale parlamentare, democratico e pluralista, fondato sul recupero dei valori del liberalismo risorgimentale e su un antifascismo razionale e pragmatico. Consapevole della difficoltà di tale impresa, Croce simpatizzò per il mantenimento della forma di Stato monarchica, che però andava depurata e purificata dal passato filofascismo. Da qui l’insistenza del filosofo napoletano nel pretendere la rinuncia di Vittorio Emanuele III e del figlio Umberto al trono e l’instaurazione di una reggenza in cui il nuovo Re, il giovanissimo Vittorio Emanuele, sarebbe stato guidato dalla madre, Maria José, sincera antifascista, e da alcuni fedeli consiglieri.
In realtà, nonostante che Croce fosse accusato da più parti, da Gaetano Salvemini così come dai comunisti, di essere uno dei capi delle forze conservatrici italiane, proprio la richiesta di una liquidazione politica immediata e radicale non solo di Vittorio Emanuele III ma anche del Principe Umberto, aprì e alimentò una spaccatura in seno alle forze liberali e conservatrici laiche che rese più difficile la realizzazione del progetto politico del Partito Liberale, aprendo uno spazio a destra che sarebbe stato occupato dai monarchici intransigenti, dalla Democrazia Cristiana e dai neofascisti, creando problemi al nascente PLI.
Altro aspetto importante dell’azione di Croce fu il suo favore verso la riconciliazione fra Chiesa cattolica e forze liberali al fine di favorire la stabilizzazione del sistema politico italiano in senso anticomunista. A tale riguardo egli dimostrò spirito di conciliazione, lungimiranza e mancanza di rancore. Nonostante la feroce aggressione ricevuta dalla Santa Sede e dal cattolicesimo intransigente clerico-fascista nel corso degli anni Trenta, culminata nella messa all’indice della sua opera insieme a quella di Giovanni Gentile nel 1934, Croce realisticamente comprese che senza l’alleanza fra cattolici e liberali sarebbe stata impossibile la creazione di un gruppo di forze capaci di contrastare le sinistre social-comuniste e di far permanere l’Italia nello schieramento occidentale. Per riprendere quanto scrisse Croce stesso nel giugno 1946, egli riteneva che, nonostante le differenze ideali, liberalismo e cattolicesimo potessero «nel presente e per un non breve avvenire, cooperare, in virtù delle comuni origini nella civiltà romana ed occidentale, alla difesa contro un comune nemico, che prende il nome di materialismo storico o etico che sia, e che minaccia entrambi, minaccia la spiritualità laica dell’uno e la spiritualità confessionale dell’altro, e mira ad abbattere prima quella e poi questa, o (che torna lo stesso) prima questa e poi quella».
Nonostante alcuni inevitabili limiti ed errori nella sua azione, Croce, giocò un ruolo decisivo nella rifondazione politica e nel rinnovamento ideologico del liberalismo italiano. Oltre a spingere per una conciliazione e alleanza politica con i cattolici, ben dimostrata dal suo sostegno all’azione di governo di De Gasperi, Benedetto Croce fu importante nel delineare alcuni elementi ideologici e politici che innovarono il liberalismo italiano e gli consentirono di sopravvivere e di svolgere un ruolo importante nella storia della cosiddetta Prima Repubblica. Croce, ad esempio, fu uno dei fondatori dell’europeismo liberale italiano. Il liberalismo risorgimentale aveva percepito lo Stato nazionale come l’istituzione che esprimeva i valori politici e morali supremi e aveva sostenuto l’esigenza dell’espansione politica e territoriale di questo attraverso il colonialismo e l’imperialismo. Riflettendo sulle conseguenze tragiche del fascismo, che aveva fatto propria ed estremizzato la politica di potenza dell’Italia liberale, dopo l’importante opera sulla Storia d’Europa Croce, a mio avviso, e qui mi distacco parzialmente dall’interpretazione formulata da Di Rienzo, impose e radicò, almeno sul piano culturale se non su quello immediatamente politico, nel liberalismo italiano una concezione politica europeista. Una tendenza, cioè, che vedeva nella cooperazione fra i popoli europei e in un’integrazione europea, che a suo avviso doveva avere come centro propulsore la Germania, i fondamenti per garantire un futuro allo Stato nazionale italiano.
Il libro di Di Rienzo ci mostra come Croce, uno degli ispiratori dell’alleanza fra liberali e cattolici nel secondo dopoguerra, sia stato non solo un punto di riferimento, diretto e indiretto, delle molteplici anime del “vario liberalismo italiano” (per usare la formula di Gioacchino Volpe) della seconda metà del Novecento, ma anche uno dei veri padri della Repubblica Italiana, alla cui vita e sviluppo uomini e idee liberali hanno dato un contributo molto più rilevante di quanto ritenuto e conclamato da molti storici comunisti, cattolici, neo-azionisti, liberals sedicenti progressisti.

Altre Rassegne