Nel guado: IO & IA di Riccardo Manzotti e Simone Rossi (Pensierosecondario.wordpress.com)

di Redazione, del 10 Agosto 2023

Riccardo Manzotti, Simone Rossi

Io & Ia

Mente, Cervello e GPT

Hanno usato l’intelligenza artificiale per fingere il rapimento di mia figlia, è stato tremendo”. “I tanti bug su Trieste dell’intelligenza artificiale”. “Uno youtuber ha progettato un’AI per fare i video al posto suo”. “ChatGPT non sa fare le addizioni”. “Potrà mai un robot veder sgorgare dai propri occhi lacrime vere?“. “Il pericolo più grande dell’intelligenza artificiale ancora non esiste”. “L’intelligenza artificiale sostiene che saprebbe gestire il mondo meglio degli umani”. E via discorrendo.

Questi sono solo alcuni titoli pescati a caso in un giorno qualunque dell’estate 2023 dal carosello mediatico del web, nel quale ormai l’intelligenza artificiale rappresenta da mesi un trending topic.

Con tutte le tipiche conseguenze del caso, ovvero l’appiattirsi sul versante sensazionalistico della questione, il clickbait pasturato da un’immancabile prospettiva allarmistica/distopica derivata nel migliore dei casi da tanta fantascienza variamente “predittiva” o filosofica (Dick, Clarke, Lem, Asimov…) e dal cyberpunk (Gibson, Sterling, Stephenson…), ma ancor più dalle ricadute su tanto immaginario cinematografico, dagli esiti a volte epocali (da Odissea 2001 a Blade Runner passando da Ghost In The Shell) ma più spesso orientati sulla pronta presa del mainstream (con Terminator a rappresentare l’apice totemico del genere).

Non so se si possa parlare di un vero e proprio avvento dell’IA, ma di certo siamo arrivati fin qui con le tasche piene di zavorre culturali, preparati, per così dire, allo scontro. Anzi, decisamente già mobilitati per una guerra – più correttamente: una guerriglia – le cui cause hanno finito per cannibalizzare le prospettive, la sua cornice di senso. L’avvento di cui sopra è nello specifico un’emersione, un market launch: vale a dire il lancio del chatbot ChatGPT, col quale la società OpenAI (proprietà Microsoft) ha battuto sul tempo il chatbot Bard di Google e tutti gli altri agenti conversazionali basati su LLM che seguiranno. Ciò non significa che l’IA – l’acronimo italiano che qui utilizzeremo al posto del corrispettivo inglese AI – sia caduta sulla terra solo il 3 novembre del 2022 (giorno in cui è stato lanciato ChatGPT).

E neppure mi riferisco solo ai tool di imaging come Dall-e (targato OpenAi) o Midjourney, di cui si parla (molto) almeno dalla primavera del 2022. In realtà da tempo è noto ai più (almeno ai meno disattenti) che in pratica ogni algoritmo che si frappone tra noi e i big data fa ricorso a tecniche sempre più sofisticate che autorizzano a includerlo nel club delle IA, si tratti di un assistente vocale o di un navigatore, della tua app preferita per prenotare gli alberghi e di quella per scattare/modificare fotografie dallo smartphone, del traduttore automatico o del correttore di bozze, eccetera.

L’intelligenza artificiale non è un ritrovato tecnologico che ne sostituisce un altro, un po’ come il CD che fece strage di audiocassette e vinili (salvo poi venire sterminato a sua volta da download e streaming) oppure, per citare un esempio classico, l’automobile che decretò la fine delle carrozze trainate dai cavalli (malgrado le resistenze anche strenue del settore). L’IA introduce un cambiamento intrinseco, per molti versi trasparente, destinato però a determinare cambiamenti profondi che ridefiniscono la sfera d’uso del dispositivo tecnologico. Il noto filosofo Luciano Floridi – tra le voci più autorevoli in tema di etica digitale a livello internazionale – ha parlato addirittura di “riontologizzazione della realtà”, non in senso profetico ma come presa d’atto di un processo già in corso.

Ma torniamo a ChatGPT, che se lo merita: il modo in cui ha saputo diffondersi nell’utilizzo quotidiano e nell’immaginario collettivo prova quanto si trattasse di un “bisogno” sottaciuto, uno scalino decisivo verso l’approdo a un web meno specifico e collaborativo, a cui si aggiunge la piuttosto intrigante possibilità di oltrepassare finalmente la linea fatale del Test di Turing, dopo la quale si apre il bivio tra l’incubo della singolarità e il sogno (per qualcuno) del transumanesimo, che poi è forse una riedizione della vecchia dialettica tra apocalittici e integrati, ferme restando tutte le gradazioni intermedie. Nasce qui il problema di capire il cosa e il come di ChatGPT, al di là del florilegio di articoli (e titoli) sparati in direzione basso ventre dalla batteria mediatica (con poche lodevoli eccezioni).

Ribadito che questa “estate” dell’IA è iniziata da qualche tempo – come testimonia il temporale del giugno 2022 provocato dalle dichiarazioni di Blake Lemoine a proposito della presunta autocoscienza di LaMda (un LLM di Google) – e che quindi la letteratura in materia si è infittita negli ultimi anni, vale la pena segnalare l’uscita di Io & IA – Mente, Cervello & GPT (Rubbettino Editore), un instant book che ha il merito di scegliere una chiave di lettura particolarmente significativa. Ovvero: entra nel merito di come l’IA conversazionale ci spinga a rinnovare interrogativi su di noi – su chi e cosa siamo in quanto specie pensante – e a elaborare di conseguenza ipotesi di nuove prassi di esistenza. Impresa, ne converrete, non da poco. Ma aiuta il fatto che gli autori possano contare su cassette degli attrezzi eterogenee (nonché, perdonerete la tautologia, attrezzate) per speculare sul tema.

Simone Rossi è infatti professore di neurologia di lungo e apprezzato corso, mentre Riccardo Manzotti è un filosofo (autore tra l’altro dell’intrigante La mente allargata per Il Saggiatore, 2019) che nasce ingegnere e da anni si occupa di intelligenza artificiale: l’approccio segnatamente biologico alle meccaniche del pensiero (del pensare) di Rossi e la capacità di tracciare connessioni tra architetture informatiche e argomentazioni – come dire? – ontologiche di Manzotti, consentono ai due di spingere lo sguardo oltre gli allarmismi a breve termine (ma senza ignorarli), per dirigerlo nell’orizzonte non certo chiarissimo di ciò che potrà e dovrà essere, a partire dall’interrogativo più urgente: come dovremo presentarci all’appuntamento con il futuro che si sta ridisegnando davanti al nostro sguardo allibito?

Inevitabile partire dal cos’è davvero un algoritmo conversazionale come ChatGPT, partendo dal significato dell’acronimo GPT, che già da sé spiega molto: Generative Pre-trained Transformer. Dove quel “Transformer” indica il punto di svolta tecnologico che ha determinato la frattura rispetto alle precedenti tecnologie. Con chiarezza rara, i due autori spiegano come le risposte di ChatGPT siano – in estrema sintesi – un costrutto statistico (o, se preferite, stocastico) che non prevede in alcun modo comprensione ma (appunto) attinenza statistica della risposta alla domanda, ogni parola scelta come conseguenza probabilistica in un costrutto sintattico coerente al contesto. Una tale impostazione diventa straordinariamente efficiente grazie alla formidabile quantità di dati su cui l’algoritmo può basarsi (Pre-trained): ben 175 miliardi di parametri per GPT-3, mentre per la versione successiva GPT-4 si parla addirittura di 100 trilioni di parametri, un numero circa 500 volte maggiore. Va da sé che stiamo parlando di una crescita esponenziale, di fronte alla quale le cosiddette “allucinazioni” – le risposte errate in maniera più o meno marchiana – tenderanno a diventare sempre più sporadiche (anche se sarà sempre il caso di tenerne conto).

Tanto vale farsene una ragione: se fino a qualche tempo fa, come ben sintetizzano Rossi e Manzotti, “tra mondo e IA c’era un cordone sanitario: il linguaggio”, oggi gli argini sembrano evaporati. Ovvero, nelle loro parole:

Fine. Le porte sono saltate e gli achei sciamano dentro la città. Oggi IA è in grado di parlare e reagire come se avesse capito perfettamente quello che le diciamo. Al punto che, nel momento in cui una IA parla su internet noi non siamo più in grado di sapere se sia un essere umano o una macchina. Il linguaggio è l’interfaccia universale che permette a una persona di essere parte della nostra società. Vi ricordate il termine “barbaro”? Abbiamo imparato a scuola che era il termine che i Greci (ancora loro!) avevano dato a chi non sapeva parlare la loro lingua e quindi che balbettava. Fino a ieri, IA balbettava, oggi non più.

I due non si fermano qui, anzi si pongono la domanda cruciale: di cosa parliamo quando parliamo di intelligenza? Questione complicata. A cui forse proprio la consapevolezza di come funzioni la IA generalista – ovvero non progettata per uno scopo specifico come ad esempio il trattamento delle immagini, la gestione della temperatura in un ambiente domestico o la guida automatica – ci suggerisce risposte, ahinoi, scomode. Ovvero, che in fondo il nostro modo di pensare dimostra modalità assai simili a quelle “stocastiche” sopra descritte. A questo punto è doverosa un’altra citazione:

(…) il dubbio che ci assale è che, coscienza a parte il pensiero verbale sia, nella stragrande maggioranza dei casi, molto più simile agli algoritmi generativi di quanto ci piaccia credere. Il termine “pensiero” diventa un residuo metafisicamente sospetto di epoche passate. Che bisogno c’è di vedere il pensiero come la causa invisibile di questa danza di probabilità attraverso le quali le parole causano altre parole?

Potremmo aggiungere che il pensiero artificiale dimostra – con ChatGPT ma già anche con Bard – di sapersela cavare su un fronte ampio e variegato di argomenti e problemi anche meglio del pensiero naturale medio, tanto da un punto di vista dei contenuti che della forma. E questo accade perché ci è utile. Molto utile. E lo sarà sempre di più. La questione non riguarda affatto la consapevolezza, tantomeno la coscienza (tra parentesi: molti dibattiti incentrati sulla paura dell’intelligenza artificiale somigliano più che altro a cazzeggi isterici su una fantomatica coscienza artificiale). Casomai, il punto è – appunto – la conoscenza. Altra citazione:

IA sa ma non capisce. E sa nel senso di disporre del potere della conoscenza, nella misura in cui noi umani la mettiamo in grado di partecipare ai nostri giochi linguistici.

 

Da qui si arriva con pochi passaggi al Problema (si noti la P maiuscola): l’impatto della diffusione dell’IA sul mondo del lavoro. Le stime vanno dal catastrofico all’incoraggiante, ma la sensazione è che ad oggi sarebbe più onesto ammettere che non è possibile prevedere alcunché. Volendo prendere per buona una chiave di lettura mediana, potremmo affidarci a un articolo abbastanza recente che tra le altre cose riporta quanto segue:

Secondo uno studio pubblicato il 27 marzo 2023, l’80% della forza lavoro statunitense sarà interessata da GPT per almeno il 10% del proprio lavoro, e circa una persona su cinque vedrà coinvolta in questo senso almeno la metà delle proprie mansioni (Eloundou, Manning, Mishkin, and Rock 2023). Le professioni più vulnerabili includono matematici, interpreti e web designer. Secondo le conclusioni dello studio, il 19% di tutti i lavoratori potrebbe vedere compromessa almeno la metà delle proprie mansioni. Tra le professioni potenzialmente esposte al 100% c’è anche quella del giornalista (Greg Ip 2023).

Diciamolo: non c’è ragione di credere che qualunque mansione preveda applicazione di regole, che sia cioè computabile e in qualche misura seriale, possa sfuggire al processo di automatizzazione. E ciò riguarda ovviamente tanto le professioni che necessitano di lavoro fisico (la classica categoria dei blue collar, in cui entra in gioco il “corpo” del lavoratore) che quelle “intellettuali” (dove cioè opera la “mente”, dagli impiegati – white collar – ai creativi), con tutto ciò che sta nel mezzo: la novità sta proprio nel fatto che dal punto di vista dell’IA e delle sue più recenti applicazioni, la barriera tra lavoro fisico e intellettuale è destinata a rappresentare un ostacolo tecnologico risolvibile con sempre maggiore prontezza. Con sempre maggiore facilità.

Nessuna professione – e persino l’ambito del ricreativo se è per questo – è al riparo. Ciò vale ovviamente, se può consolare, anche per le nuove opportunità professionali che necessariamente si creeranno, tenuto conto però che trovarsi nel bel mezzo della transizione potrebbe rivelarsi assai drammatico (come sempre accade durante le transizioni). Tuttavia, non è pensabile che i “posti” di lavoro di cui si farà carico l’IA saranno sostituiti da altri (altrettanti) “posti”. A uscire di scena – per obsolescenza – sembra essere il concetto stesso di lavoro e quindi di Homo Faber. Ancora un passaggio dal libro, un po’ inquietante ma difficile da confutare:

Quando un’attività diventa riproducibile dalle macchine, cessa di avere valore per gli esseri umani e, automaticamente, cessano di avere valore gli esseri umani che la svolgono. L’espansione degli algoritmi nel mondo dell’intelligenza toglie valore a molte delle attività che oggi svolgiamo.

E ancora:

Il fatto che dovrebbe far riflettere è che se l’artificiale raggiunge il biologico, in qualsiasi settore, lo ha sconfitto in partenza. Sulla carta l’artificiale vince, non c’è storia. Il motivo è che il naturale è limitato da una serie di vincoli determinati dalla nostra storia evolutiva.

Sempre il succitato Floridi parla di come le IA tendano a stabilire prassi che consentono di effettuare operazioni a intelligenza zero, ovvero senza investimento di intelligenza da parte dell’utente. Il primo esempio che mi viene in mente è quello, banalissimo, della calcolatrice: la fuori c’è ancora qualcuno che, superata la scuola secondaria di primo grado, effettua su carta moltiplicazioni di numeri a tre cifre? Oppure si pensi ai navigatori, che tendono a far estinguere la figura quasi mitologica del tassista che conosce a menadito gli stradari delle città più labirintiche. O ancora si pensi a come i più recenti ritrovati della domotica sono in grado di gestire luminosità, temperatura, pulizia e sicurezza dei nostri appartamenti con minimi interventi dei nostri neuroni (non viene risparmiato neppure il rifornimento del frigorifero e – un pungolo alla volta – la nostra dieta). Come sintetizzano Rossi e Manzotti, “il dominio dell’intelligenza si è progressivamente ristretto per lasciare spazio all’intelligenza artificiale”.

Quali scenari si aprono quindi? L’idea di mettere un freno allo sviluppo dell’IA mi pare francamente poco realistica. La Storia insegna che ostacolare una tecnologia disruptive – e le IA sembrano essere approdate a questa dimensione – non ha senso, almeno non quanto cercare di gestirla, a partire dalla comprensione delle conseguenze, dal nuovo paradigma che introducono. Nell’ottica di immaginare – e quindi progettare – un futuro che tenga conto di tutto questo, anche della possibilità che il concetto di lavoro abbia un senso e un peso notevolmente diverso da adesso.

Il volume di Rossi e Manzotti non si spinge oltre questo monito ben circostanziato, idealmente riassumibile con le righe seguenti: “Se il sapere diventa potere, attraverso la condivisione del mondo tra IO e IA, il linguaggio come gioco linguistico catturerà il mondo. Oggi IO, IA e domani, forse, I/O”. E quindi?

Su questo blog abbiamo già accennato alle idee di Maurizio Ferraris, che nel suo Documanità arriva a ipotizzare un “webfare” finanziato dalle società di gestione delle piattaforme web come forma di pagamento dei dati (documenti, nell’accezione di Ferraris) messi loro a disposizione dagli utenti (noi). Si tratterebbe di un vero e proprio reddito universale che compenserebbe (in parte?) la riduzione (o la sparizione) dei redditi da lavoro, il tutto ovviamente all’interno di una cornice normativa tutta da progettare. Che si tratti o meno di uno scenario plausibile, va considerato che poggia su un aspetto fondamentale: la convinzione che l’IA potrà sostituire l’essere umano in molti ruoli economici – progettista, produttore, promotore, distributore, venditore… – ma non sarà mai un consumatore. Ciò ha perfettamente senso perché, in effetti, senza bisogno e desiderio – di cui l’IA è, fino a prova contraria, ontologicamente sprovvista – non sembrano esistere i presupposti per il consumo.

Ma non è detto che le cose stiano davvero così. Proprio Manzotti in un paper pubblicato nel dicembre del 2022 (I Shop Therefore I Am: The Artificial Consumer) prova ad argomentare – risultando anche piuttosto convincente – attorno all’eventualità di ”agenti non umani come componenti completi dell’economia”. Provo a riassumere selvaggiamente: stabilito che un atto di consumo può “essere definito in modo volutamente circolare come l’utilizzo di una risorsa da parte di un soggetto economico per realizzare un’intenzione”, e dal momento che “nessuno ha bisogno di sapere se c’è un soggetto cosciente o una macchina dietro a una transazione economica, purché il comportamento sia coerente con la nostra posizione intenzionale”, una volta sviluppati agenti economici di IA funzionalmente uguali agli esseri umani è lecito concludere che “non vi è alcuna ragione a priori per cui (…) non debbano anche assumere il ruolo di consumatori”.

Rimandandovi alla lettura integrale dell’articolo per l’argomentazione estesa (che affronta tra l’altro questioni spinose, tipo le ricadute sul PIL dell’attività di consumatori artificiali e la possibilità di considerare l’IA titolare di un bene), è comunque evidente anche da questi sommi capi come l’IA obblighi ad aggiustare la portata delle analisi, a ricollocare le convinzioni entro contesti profondamente mutati proprio dall’impatto sulla realtà di ciò che al momento si profila come un’eventualità imminente e per molti versi già concreta. È proprio questo uno degli scogli su cui ci stiamo sbucciando le ginocchia: ciò che dobbiamo urgentemente affrontare non esiste ancora, e quello che vogliamo preservare sta irrimediabilmente svanendo.

L’instabilità vertiginosa dello scenario è il perfetto brodo di coltura per timori, catastrofismi e complottismi vari: a cui è doveroso contrapporre il massimo della consapevolezza. Se è vero che l’IA potrebbe rappresentare l’ennesima spallata (qualcuno si spinge a dire: quella definitiva) all’antropocentrismo, d’altro canto potrebbe ripristinare l’Homo come squisitamente Sapiens, liberandolo almeno parzialmente dalla zavorra del Faber. Ma non è pensabile che questa visione trovi consenso unanime, anzi. Ci sarà molto da elaborare, discutere, sintetizzare. Ci ritroviamo, che lo si voglia o meno, in un guado storico. Per l’attraversamento avremo bisogno di tutte le risorse intellettuali disponibili, ogni disciplina (dalla fisica alla filosofia, dalla sociologia alla biologia, dall’arte alla politica passando dalle molte ramificazioni della tecnologia, e via discorrendo) è chiamata a contribuire. Il grande assente a questo punto è un dibattito serio e circostanziato, non sensazionalistico, costruttivo. In preparazione del quale anche un piccolo libro – così denso e agile – come IO & IA può risultare assai utile.