Cambia Calabria che l’erba cresce di Filippo Veltri (zoomsud.it)

di Bruno Gemelli, del 25 Agosto 2017

L’ultima fatica di Filippo Veltri (Cambia Calabria che l’erba cresce, Rubbettino, 2017, pag. 124) si muove tra buonismo e finto buonismo. Egli, come ormai fa da qualche tempo a questa parte, condensa in un pamphlet di gradevole lettura i suoi settimanali editoriali che appaiono prevalentemente sulla prima pagina del Quotidiano del Sud. La scrittura di Veltri si muove controcorrente. Quanto è urlata, vilipesa e canzonata la politica, tanto è pacato il suo ragionamento, sempre alla ricerca di un filo conduttore per sbrogliare la matassa e cogliere il nocciolo. È così assennato il suo pensiero da sembrare “buonismo”. D’altra parte in un’epoca in cui ai lettori e agli internauti riesce difficile distinguere la catastrofe dal catastrofismo ci deve essere qualche voce fuori dal coro. Tuttavia, gratta gratta, sotto la superfice si scopre il finto buonismo perché l’Autore non rinuncia, e come potrebbe, a denunciare i mali della società calabrese. E siccome una cosa, buona o cattiva che sia, non può essere o sempre buona o sempre cattiva, i capitoli del libro sono divisi in due macro categorie: “La Calabria da cambiare” e “La Calabria cambiata”. Una sorta di stato di avanzamento culturale, ideale, sociale ed economico. Insomma, il vissuto senza alcuna tara o soma. 

La formazione culturale dello scrittore disegna un Veltri critico severo, incline alle mode del momento. La lunga vita professionale gli suggerisce di comprendere le ragioni degli altri, di considerare senza pregiudizi un diverso punto di vista. In questa mescolanza di sentimenti e intuizioni il buonista e il finto buonista sfumano in ragione di quel l’approccio giornalistico che lo nutre e lo caratterizza. Egli ha fatto sempre e solo il giornalista. Una volta si diceva – apro un inciso che può apparire fuori tema ma non fuori luogo – che per chi masticava politica senza riuscire a sfondare c’era un futuro o da sindacalista o da giornalista. Outing in sedicesimo.

Filippo, pur rimanendo sempre sé stesso, nel tempo ha affinato l’angolo visuale, aprendo permanentemente una finestra sulla società calabrese con annessi agi e affanni. Nella sua prima parte della vita professionale è stato cronista de l’Unità, il quotidiano del Partito comunista italiano, il più potente strumento di critica al potere costituito attraverso la formazione delle coscienze popolari e la diffusione della dottrina di partito. Nella sua seconda parte ha lavorato all’Ansa diventando poi il direttore della sede regionale della Calabria. Ecco quindi che si fondono il Veltri d’attacco e quello maturo che guarda il contesto, il tempo, le circostanze senza mai dire o bianco o nero. Questa modalità di analisi e di racconto si trova negli editoriali che settimanalmente pubblica e che sono il serbatoio e l’archivio della sua saggistica. 

Nei suoi precedenti lavori c’era una Calabria dolente – che non è sparita all’improvviso – ma che non si può più raccontare secondo cliché di fine secolo, seppure nel recinto del web e del resistente cartaceo. Il diario di bordo dell’Autore oggi prende in considerazione due elementi che hanno cambiato la vita del giornalista: la “rete”, intesa come network sui social e sugli altri strumenti multimediali, e lo svolgimento della “comunicazione” (l’informazione è un’altra cosa) che si nutre di immagini, di titoli, di slang. 

Scrive Veltri: «… si sono inseriti prepotentemente nuovi modi di comunicazione politica che hanno soppiantato vecchie abitudini, vecchi riti e anche le stesse espressioni verbali o prosaiche, testimonianza del mondo che fu».

Poi circoscrive il campo e continua: «Ma al fondo noi crediamo che ci sia – ieri come oggi – lo spessore della persona e, soprattutto, il merito: cioè quello che si vuole comunicare, quello che si deve dire, quello che la politica può e deve fare, quello che necessariamente deve esser fatto per colmare un gap vecchio – questo sì! – di molti decenni tra il vertice e la base. Quel mondo ci dice che il senso di un fare positivo è attuale più che mai, il tracciato per evitare che vecchie e nuove forme di populismo prendano il sopravvento in una società sempre più disincantata e in preda al collettivismo elettronico». Cioè, cibernetico.

Ma, alla fine, il finto buonista prevale sul buonista: «C’è una sostanziale debolezza delle classi dirigenti, una pochezza di ambizioni, visioni poco alte che hanno alla fine allargato una storica marginalità e perifericità anche in riferimento ad altre aree del sud Italia. C’è una perversa presenza della ‘ndrangheta e del suo innestarsi nei gangli vitali di politica, istituzioni, economia».

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