«Il doppio sogno di Stanley Kubrick» di Luigi Cimmino, Daniele Dottorini e Giorgio Pangaro (sololibri.net)

di Mario Bonanno, del 3 Settembre 2017

Eyes wide shut è un ossimoro kubrickiano, come dire occhi aperti-chiusi al tempo stesso. Come dire occhi costretti all’atto di vedere (una mise en abyme degli occhi invasi dalla pioggia caleidoscopica dell’astronauta in 2001 Odissea nello spazio? O di quelli aggrediti dalle immagini di Alex in Arancia Meccanica?). Occhi ulteriori, capaci di visioni altre e potenziali (quelle del piccolo Danny in Shining?). I bulbi oculari guizzanti e serrati dei sogni. Divisi in due, per sguardi ineguali (quelli dei coniugi Harford di Eyes wide shut): uno che vede (che sogna) e l’altro che no (vive?). Oppure viceversa.

Sono le verità nascoste del capolavoro oscuro di Stanley Kubrick. L’apice estremo della sua parabola filmica, il suo film necessario (ha avuto una gestazione ultra-decennale) necessitante di scopie più vigili: occhi aperti-chiusi sul doppio sogno schnitzleriano (“Novella del sogno” nel tedesco originale) da cui muove e si discosta la visione. Per ultimare il discorso sullo sguardo – che diventa giocoforza un discorso sullo sguardo meta-cinematografico – mi sembra illuminante quanto scrive Daniele Dottorini a p. 72 del volume collettivo “Il doppio sogno di Stanley Kubrick. Dalla Traumnovelle ad Eyes Wide Shut” (Rubbettino, 2017).

“L’occhio aperto e chiuso al tempo stesso è anzitutto l’occhio della visione onirica, l’occhio mobile della fase Rem del sonno, e se la comparazione con l’immagine cinematografica e l’immagine onirica è da sempre un elemento presente nel cinema, essa è anche la linea sottile che attraversa la scrittura schnitzleriana, in particolare in un testo come Traumnovelle. In secondo luogo, l’occhio chiuso e aperto al tempo stesso è anche l’occhio sbarrato della morte, pupilla fissa senza più scintilla vitale”.
Tutto vero: Eyes wide shut è un film riepilogativo anche del sostrato tanatologico che attraversa per intero lo specifico kubrickiano. E non soltanto perché film incompiuto, interrotto dalla morte del regista, ma in quanto in equilibrio sull’horror vacui sotteso allo scivolare nel sonno. Così come sotteso al rimosso, al non-vissuto, alla ritualità (compresa la ritualità sessuale, extra e intra-coniugale) attraverso cui si estrinsecano forme di relazione borghese.

Se mi passate la reiterazione: uno dei meriti principali di questo “Doppio sogno di Stanley Kubrick” è il doppio registro (la doppia ottica analitica) attraverso cui inquadra il materiale fratto su cui poggia Eyes wide shut. Alle nitide analisi dei curatori – Luigi Cimmino, Daniele Dottorini e Giorgio Pangaro – si aggiungono nel volume, le letture filmico-letterarie di germanisti, accademici, kubrickologi – italiani e internazionali -, chiamati a inquadrare da focus sfaccettati la pellicola quanto il romanzo breve da cui è tratta. Sguardi ulteriori – occhi ulteriormente aperti-chiusi? – su Eyes wide shut, capace di correlare il discorso freudiano sui sogni all’intrinsecità fra eros e thanatos. In fondo resta pur sempre la solita storia di amore e morte che vanno a braccetto come facce di una stessa medaglia.

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