LETTURE/ Pensiero unico e dittatura dei “buoni”: tornano gli anni 70? (ilsussidiario.net)

di Monica Mondo, del 21 Giugno 2020

Maurice Bignami

Addio rivoluzione

Requiem per gli anni Settanta

Requiem per gli anni 70. Non è solo il titolo di un bel libro di Maurice Bignami, ex terrorista di Prima linea, dissociato, scrittore, un parabola ascendente in umanità irrobustita dalla riscoperta della fede cristiana. È un auspicio, chiudere e consegnare alla storia quegli anni feroci, che hanno generato violenza e vite lacerate. E invece no, nella durezza delle contrapposizioni di oggi vediamo ritornare con enfasi tutti gli stereotipi ideologici che hanno segnato l’antagonismo di quel tempo, frettolosamente archiviato, e a ragione, dal desiderio di respirare, di godersi la vita, di ritrovare concordia civile.

Chi era ragazzino allora ricorda i miniassegni e la crisi petrolifera, la coda drammatica dell’assurda guerra del Vietnam, e lo spirito arioso, baldanzoso del Sessantotto trasformarsi in rabbia che sfascia, corrode, uccide. La droga o la P38, la stessa voglia di distruzione e autodistruzione. Attenzione, che i corsi e ricorsi dovrebbero insegnare, e rendere guardinghi: siamo, già prima e per la pandemia, in una crisi economica che durerà a lungo; vediamo sempre nuove povertà che ingrossano ghetti e rancori, e alcune anime belle che li cavalcano, reduci di un passato che coincide con una giovinezza rimpianta, ed epurato per superficiale trascuratezza dei suoi livori.

Mai come oggi dopo tanti anni, termini come fascismo e razzismo sono sparati per far male, e spesso facendo sospirare se non rabbrividire i nostri genitori e nonni, che il fascismo e il razzismo l’hanno combattuto e subito. Ma non si usano armi improprie per diatribe politiche, né in casa né fuori casa perché la realtà è complessa, e si finisce per ridurla a schemi che, separando il mondo in buoni e cattivi, individuano i cattivi da una parte sola, scordando, iper ingenuità o malafede, chi dovremmo combattere dall’altra parte.

Gli Stati Uniti così sono ancora una volta, come fu negli anni 70, il bersaglio di tutti i movimenti giovanili che ne condannano un potere arrogante, temerario, sprezzante, colpevole di tutte le disgrazie possibili: la distruzione dell’ambiente, l’intromissione in governi stranieri, lo sfruttamento e la segregazione dei migranti, le ipocrisie moraliste, il limite alla partecipazione sociale e politica delle minoranze, delle donne, che rivendicano il loro essere persona, non corpi.

Giustissimo. Userei termini ben più duri per la Cina, la Turchia, l’Iran, i paesi arabi, tanto per fare nomi, che pure non suscitano eguali dimostrazioni di sdegno. Negli anni 70 ci si dimenticava di Pol Pot, Ho Chi Min, Breznev, Castro. Le donne erano discriminate solo nelle democrazie occidentali, negli imperi comunisti o nei nascenti Stati islamici godevano evidentemente di rosee condizioni di vita. Vedo nuovamente spaccare il mondo a metà, eppure non vedo i buoni. Vedo grida trasformarsi in vetrine spaccate, negozi saccheggiati, vedo un furore ideologico che crea miti facilmente smontabili da un’informazione imparziale. Vedo ancor di più inneggiare a diritti che sono nient’altro che imposizioni di desideri alla maggioranza che non urla e non insulta. E che è tacciata di pavidità, indifferenza, cinismo, se solo prova a sussurrare che la pensa diversamente (sulle droghe cosiddette leggere, sulle teorie gender, tanto per fare qualche esempio, sull’aborto, sul fine vita, sulla libertà di educazione…Stessi temi su cui ci si divideva scannandosi allora, tra chi era progressista e chi, ottusamente, conservatore).

Sento aleggiare un po’ troppo accuse di omofobia, razzismo, perfino patriarcato torna ad essere trend sui social. Come se società matriarcali abbiano dato ottime prove di relazioni sociali, come se non fosse proprio la mancanza di padri autorevoli e saggi a impedire a troppi giovani di diventare adulti, e l’uniformità rivendicata tra uomini e donne la perdita di un’identità e di una ricchezza femminile che gioverebbe ad ogni tessuto sociale, economico  e culturale. Aria stantia, che sa di muffa. Le discriminazioni ci sono, verso i poveri, le donne, i “diversi” (omosessuali, certo, ma anche vecchi, disabili, bambini, curdi). Dobbiamo combatterle, con la forza delle idee e delle leggi che ci sono (da noi ci sono, non dappertutto) e vanno esercitate con trasparenza e fermezza; con la paziente opera di educazione di ragazzini cresciuti oltraggiando con epiteti ingiuriosi i compagni, scrivendo sulle porte dei bagni di scuola o sghignazzando verso il più timido o bruttino, o non abbastanza alla moda. Gli stessi che poi ritrovi ai cortei inneggiare al Me too, o tinteggiare la statua di Montanelli, in nome di una presunta giustizia riparativa che si impone a randellate.

Vedo un ammorbante pensiero unico dispiegato dai media, dalla scuola, dalle élites culturali che diventa purtroppo pensiero comune, diventa la sola verità e giustizia e bontà e bellezza. Dissentire non è permesso, significa schierarsi col nemico, e meritarsi l’emarginazione.

Gli anni 70 sono stati tutto questo, per chi li ha vissuti nelle università, nelle fabbriche, piegandosi a volte per non essere preso di mira, cercando fiduciosi di tenere relazioni: le persone, svincolate da branchi associativi o di partito, possono guardarsi senza ostilità, senza diventare per forza soldati di eserciti schierati al fronte. Cantiamo, recitiamo un requiem per gli anni 70. Diffidiamo delle ideologie di ritorno, apparentemente annacquate e dunque meno riconoscibili, anche più pericolose. Ce le troviamo addosso, e ci vergogniamo di essere liberi.

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