Torna la preghiera «inquieta e intransitiva» della Zarri (Avvenire )

di Marco Roncalli, del 21 ottobre 2013

Da Avvenire del 20 ottobre

 Era il 1978 e Adriana Zarri, prima donna ad essere accolta nella comunità scientifica teologica (allora tutta maschile), nonché già autrice di opere per editori cattolici (Ipl, Sei, La  Locusta, Boria, Gribaudi), dava alle stampe con la Cittadella di Assisi Nostro Signore del deserto. A quella data la  studiosa, che scrutava il mondo lasciando che contaminasse la sua teologia, già da anni aveva fatto anche la scelta eremitica, vivendo in un cascinale nei dintorni di Ivrea, nel silenzio e nella preghiera. 

Ora, a 35 anni dalla prima edizione (e a tre dalla morte della Zarri), il volume torna in libreria e sembra conservare la sua capacità di attrazione, ma anche quelle stesse domande aperte dal rifiuto di radicate convinzioni circa il «modo di essere e di vivere nella  luce di Dio nel quale entra, a pieno diritto e dovere, ogni interesse della vita», parole con cui la Zarri definiva la preghiera. Un modo fatto non solo di parole, ma di gesti. Non solo di spirito, ma anche di corpo, benché per lo più sotto il segno dell'asessualità o della «neutralizzazione sessuale della preghiera». Una preghiera senza  regole, limiti, interruzioni, come l'amore che «non si può confinare, e chiuderlo in un gesto significa negarlo». Tutto questo non in omaggio ad approcci alternativi (essendo intrinsecamente «alternativa» la stessa dimensione orante) e nemmeno per soffocare certo devozionismo (facile bersaglio nella sua inflazione), ma ad esigere un cambio di approccio sul terreno culturale e antropologico dove anche la preghiera - ci dicono ancora queste pagine - deve trovare spazio e linfa. Volume argomentato e organico nonostante la trama segmentata ( con tesi non sempre facili da condividere), dilatato lungo direttrici differenti come a voler abbracciare un po' tutto (nella fedeltà alla terra e nelle sovraterrene speranze), il libro - certo all'origine di lavori successivi più graffianti - dice soprattutto «cosa non è preghiera, che cosa non è pregare». E se non si fatica ad ammettere che pregare non dovrebbe essere recitare formule, chiedere miracoli per sé, ottemperare obblighi mattina e sera per poi magari non pensarci più , equivocando nell'identificazione (tipica di un clima fortemente sacralizzato) della preghiera con le preghiere (magari offerte a Dio come merce di scambio per ottenerne i favori), si fatica un po' a seguire la Zarri quando vede nella preghiera uno stile di totalizzante partecipazione al mondo, in ogni caso qualcosa più ontologico che morale, da lei riassunto declinando il verbo pregare come «essere Dio, vivere e venire vissuti da lui». E  la preghiera liturgica (il «veicolo sacro», per dirla con Schillebeeckx)? Come viverla dopo aver letto che la preghiera «è un folle incantamento o è nulla »? E come si  collocherebbe in questo incantamento un consapevole atteggiamento recettivo?

E come  pregare quando siamo assorbiti dalla ricerca di Dio? «Ma la preghiera non è una ricerca: è un'attesa, è una cavità che si apre per accogliere una presenza. Se non sappiamo scavarla, anziché un quieto silenzio che lo invita, Dio trova una febbrile agitazione che lo scaccia», scrive la Zarri. Che ha una condivisibile certezza: «Pregare è pregare uno. Se pregare è un modo di essere è un verbo essenzialmente intransitivo. Ma se essere è rapportarsi, esso si versa nel suo oggetto. Pregare non regge nulla, raccogliendosi in sé, oppure regge l'accusativo: pregare uno, pregare Dio».

Di Marco Roncalli

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