La Calabria (ri)visitata a piedi per un mese nel libro di Giuliano Santoro. Radici, trasformazione, presente (Zoomsud.it)

di Paride Leporace, del 03 luglio 2012

Da Zoomsud.it - 3 luglio 2012
La scorsa estate, Giuliano Santoro, giornalista engagè, calabrese di nascita e formazione, ma residente a Roma e cittadino glocal, ha deciso di attraversare a piedi in trenta giorni la sua regione con il dichiarato intento di rompere i pregiudizi di chi non la conosce, ma anche di demolire i luoghi comuni dei molti che pensano/pensiamo di conoscerla bene.

Da comunicatore dei tempi moderni, il giovane Santoro ha già fatto conoscere il suo diario di viaggio scrivendo resoconti dai luoghi visitati attraverso un blog e affidando reportage più tradizionali al Quotidiano della Calabria. Quel materiale si è adesso meglio definito e compiuto nel compatto, ben scritto libro “Su due piedi. Camminando per un mese attraverso la Calabria” che va ulteriormente ad impreziosire la suggestiva collana di Rubbettino “Viaggio in Calabria”.

Bene ha fatto il direttore della collana Vittorio Cappelli ad aggiungere un postmoderno amico di Wu Ming 2 (i teorici del New italian epic firmano la prefazione di Giuliano Santoro) ai Gran tour di Rivarol e di Saint-Non e ai reportage lombrosiani di Giorgio Bocca.

Il viaggio di Santoro è una sorta di marcia zapatista in compagnia di diversi Virgilio che si avvicendano per sentieri, paesi, rovine, città, mutazioni; testimonial che hanno un peso nella narrazione, ad iniziare dal papà del viaggiatore, che sin da quando era in fasce lo ha portato in giro per la Calabria a scoprire “anfratti sconosciuti, chiese abbandonate e reperti misteriosi”; che poi il libro abbia preso forma definitiva mentre questa quercia d’uomo si spegnava lentamente in un ospedale di Brescia vegliato dal figlio ha meglio definito il rapporto delle parola con la terra del padre.

Il contesto dell’opera non può tacere del fatto che Giuliano sia figlio d’arte di Annarosa Macrì, e non è neanche casuale che l’autore per la prima volta ne parli scrivendo in epigrafe “siccome qualcuno vorrebbe impedirle di raccontare la sua regione come ha sempre fatto, ho pensato che forse era arrivato il momento di tornare sul luogo del delitto e già che c’ero di compiere qualche piccola vendetta”.

Ma il lettore non s’inganni a pensare ad un libretto risentito, si tratta invece di un narratore che coinvolge un nutrito coro di persone che a vario titolo hanno un ruolo e un peso in Calabria (attori, new global, terapeuti di strada, Vito Teti, Massimo Veltri, l’ambientalista Ziparo, archeologi volontari, Renate Siebert e Paolo Jedlowski, etc) e che culturalmente fanno i conti con la propria terra. Non mancano i suggerimenti esterni di alto credito. Goffredo Fofi ordina al viaggiatore di scoprire Civita, mentre Pietro Ingrao gli fa sapere di andare nella Pedace che lo accolse resistente al fascismo.

Penso si possa affermare che si affronti quindi il memoriale della sinistra calabrese nel suo passaggio di secolo attraverso gli occhi di chi vede ora e conosce il recente passato. Giuliano Santoro, con stile pulito, polemizza molto con le tesi meridiane e ciromiste e si spoglia dal rito di esaltare tarantelle, rinogaetanismi e soppressate piperniane. Il nostro viaggiatore è ideologico nell’avversare il revisionismo del latifondo, la nostalgia borbonica e il terronismo neobrigante, per non parlare di berlusconismo e capitalismo globalizzato. Ma non è un saggio, è la strada del viaggio, quindi la vita reale che conduce il narrare, e in questo scarto si apre la discussione.

La letteratura e i discorsi di Alvaro intrecciano le vie dei paesi che si sdoppiano: ieri Africo oggi Cavallerizzo ricostruita da Bertolaso, e poi le colate del cemento selvaggio sul mare, il territorio stuprato, le navi a perdere, la Verbicaro ribellista ai tempi del colera e del sindaco un tempo di Lotta Continua e oggi del Pd.

San Giovanni in Fiore non menzionata come capitale dell’attuale classe dirigente ma contabilizzata attraverso “18000 anime, 2500 pensionati, 7000 disoccupati, 2500 pensionati”.

I boschi distrutti, i Bronzi migranti e non eroi locali, Badolato e Riace terre di accoglienza e vippismo politicamente corretto. La vera storia del riot di Rosarno come lezione ai calabresi dai nuovi dannati della terra, la sconfitta sviluppista della chimica a Lamezia e Saline Joniche, il romanzo eroico di Giacomo Mancini e la congiura di Campanella, e poi la ‘ndrangheta demolita nei suoi luoghi comuni che si trasforma nella sua modernità capitalista tentacolare spiegata da aneddoti e dalle letture di Federico Varese. Risorge anche Rocco Palamara, che sembrava ammuffito nel celebre libro di Corrado Stajano su Africo. Risorge in carne ossa e parola dopo essere stato evocato come avversario delle ¹ndrine, come antagonista di Don Stilo, che torna ad essere in queste pagine malacarne da contrapporre a don Natale Bianchi spretato teologo di liberazione sulla Jonica reggina.

Ferite aperte da tornare a curare e discutere nelle terre immobili e devastate dove ancora ti puoi aggrappare alla cura e al recupero dell’artista Nik Spatari e allo spaesamento bruniano dei certosini. Ma tutto questo non è passatismo identitario che vuol tornare indietro a quello che siamo stati. Consapevoli che il declinismo del lamento è peggior nemico, il cammino a piedi di Giuliano Santoro in Calabria è utile per capire in cosa vogliamo trasformarci. E come vogliamo trasformare il nostro essere calabresi. Mi sembrano elementi validi per leggere questo libro e discutere i controversi aspetti di questo raccontar camminando.

Di Paride Leporace