"Il Risorgimento" di Mario Pannunzio ()

di Redazione, del 07 febbraio 2013

da La voce repubblicana - 7 febbraio 2013


A proposito del progetto liberaldemocratico forse avremmo dovuto leggere per tempo il libro di Guido Nicolosi "Risorgimento liberale", uscito per la casa editrice Rubbettino il giugno scorso. Il quotidiano diretto da Mario Pannunzio in edicola dal 1943 al 1947 fu l'unico successo vero in un momento di profonda crisi radicale del liberalismo italiano, proprio quando il Paese era riuscito a liberarsi dal fascismo. Le elezioni per la Costituente resero chiara quale fosse la realtà del dopoguerra: i liberali non erano più classe dirigente; il rapporto paritario mantenuto ancora nel CLN era stato spazzato via dal voto popolare. Il capo morale dell'antifascismo, Benedetto Croce, non aveva più il peso politico avuto fra il 1943 ed il 1946; Luigi Einaudi, che pure era una mente fervida ed una personalità formidabile, appariva completamente assorbito in un ruolo istituzionale. Gli Orlando, i Bonomi, i De Nicola, ma anche Ruini e Nitti erano dei pensionandi, mentre i liberali delle nuove generazioni, usciti dalla lotta al fascismo, finivano emarginati dal prevalere della vulgata resistenziale. Mentre l'Italia si apprestava a rinascere, i liberali apparivano incapaci di riunirsi in una forza politica degna di questo nome. Fra chi era nostalgico del passato, chi rifiutava la società di massa, e chi, al Sud, confidava ancora nel notabilato, nessuno comprendeva il significato di una democrazia moderna e delle sue modalità di sviluppo. Non c'è da stupirsi se un figlio purissimo della tradizione liberale, quale Giorgio Amendola, compì un triplo salto mortale e finì per trovarsi dirigente del partito comunista. Cosa c'era stato di più "liberale", nella storia del secolo, della rivoluzione russa? Persino Piero Gobetti ne era stato un ammiratore. Divise tra sinistra e destra liberale, le due famiglie del liberalismo italiano fallirono nei loro intenti di ripresa. Croce cercò di convincerle di superare i dissapori per formare quel "raggruppamento laico comprensivo del socialismo riformistico" necessario per dare una nuova linea al paese. Se il partito d'Azione aveva rappresentato un tentativo in quel senso, questo era fallito ancora prima. Mario Pannunzio, con il suo giornale, seppe battersi comunque per 4 anni e con discreto successo, per lo meno sotto il profilo editoriale. Vi riuscì sposando l'indipendenza dal partito, essendo capace di richiamare firme di altissimo livello, da Guido Carli a Carlo Cassola, per citare i caratteri più disparati fra i suoi collaboratori, e propugnando le ragioni del liberismo: non il puro e semplice "laissez-faire" ma il sistema complesso in cui lo Stato doveva garantire libertà d'impresa, assicurare il contrasto a monopoli e privilegi, e pure salvaguardare la piena libertà d'associazione cominciando con quella del mondo sindacale.

L'anima profonda della liberaldemocrazia europea di Pannunzio si arrese di fronte all'incontro del suo partito con i qualunquisti di Giannini e i monarchici di Lucifero. La conseguente debacle elettorale del 1948 appose un sigillo. Sei anni sotto traccia e quando, nel 1954, si arriva alla segreteria Malagodi, ecco che il Pli irrigidito nel collateralismo confindustriale si pose fuori nuovamente da qualsiasi vero tentativo di modernizzare l'Italia. Fu allora che mancò una forza politica capace di immettere lo spirito liberale nel rinnovamento del Paese. Questo spirito non c'era più. Lo rappresentava Ugo La Malfa? Per i liberali il leader repubblicano era considerato peggio di un qualsiasi economista da piano socialista, e Valitutti lo scrisse pure. Qual è allora l'eredità di "Risorgimento liberale" di Pannunzio? Al dunque una campagna formidabile contro "il conformismo antifascista". Si cercava di temperare gli eccessi giustizialisti dell'epurazione degli ex fascisti "Il fascismo - scriveva Pannunzio - disse che la tessera non dava l'ingegno. Dovrà dunque l'antifascismo affermare che la tessera, o la feluca, hanno tolto l'ingegno? Si dovrà un giorno dire che il fascismo era più tollerante dell'antifascismo?". Questa la provocazione di quel quotidiano, rivolta ad una società che cercava di estendere una nuova omologazione e una nuova stabilità di pensiero in tutti i gangli della vita culturale del paese. Un po' come se domani, finito il "berlusconismo" e iniziata l'epurazione dei "berlusconiani", una rivista li difendesse. La verità è che lo spirito liberale difetta della capacità di adeguarsi ad una forma: quale che sia, questa le va sempre stretta. Per fare un progetto liberale, allora, bisogna almeno capire in profondità il liberalismo. Vedi un liberale per antonomasia come Antonio Martino. Ancora recentemente ha ricordato che la perfetta stabilità alberga solo nei cimiteri. E Martino ce l'aveva con l'opera di governo di Mario Monti, un altro liberale, praticamente.


di Riccardo Bruno