Il Paese Italia senza un de Gaulle ()

di Redazione, del 10 gennaio 2013

coverCorriere della Sera - 10 Gennaio 2013

Il suo carisma non si può confrontare con quello di Berlusconi

Dieci anni fa Gaetano Quagliariello, non ancora senatore di Forza Italia, pubblicò nelle edizioni del Mulino il migliore studio italiano sulla personalità e la vita politica di Charles de Gaulle, leader della Francia libera durante la Seconda guerra mondiale e fondatore della V Repubblica francese. Oggi la sua biografia del generale ritorna in libreria con un nuovo editore (De Gaulle, Rubbettino, pp. 656 Euro 36) e qualche cambiamento, più formale che sostanziale. Ma fra i due libri vi è una importante differenza. Mentre quello del 2003 parlava principalmente di De Gaulle e del suo ruolo nella politica francese, questo parla in realtà dell'Italia e, implicitamente, del suo autore. La lunga introduzione («Quel che De Gaulle mi ha insegnato sulla storia d'Italia») è in realtà una riflessione sulle ragioni per cui i due Paesi hanno imboccato negli ultimi sessant'anni strade così diverse.

Alla fine della guerra Italia e Francia avevano parecchi punti in comune. Erano state sconfitte. Avevano Costituzioni scritte nello stesso periodo con criteri non troppo diversi. Avevano un sistema parlamentare dominato dalle stesse famiglie politiche: socialisti, popolari, comunisti. Se confrontata all'Italia, la Francia aveva certamente qualche buon motivo per compiacersi di se stessa. Era formalmente nel campo dei vincitori, era potenza occupante in Austria e in Germania, aveva un seggio permanente al Consiglio  di sicurezza dell'Onu e un impero coloniale. Ma negli anni seguenti perdette l'Indocina, la Tunisia, il Marocco, il controllo (con la Gran Bretagna) del canale di Suez, e s'impegnò in una guerra algerina che avrebbe incrinato l'unità nazionale, messo in evidenza l'impotenza del Parlamento e dei governi, esposto il Paese al rischio di un conflitto civile. Nel 1958, quando de Gaulle tornò al potere, era persino lecito pensare che l'Italia, riabilitata dal suo ruolo nella Nato e nel processo d'integrazione europea, fosse in migliori condizioni di salute e che il peso dei due Paesi sulla scena politica internazionale sarebbe stato grosso modo lo stesso.

M a la Francia aveva de Gaulle. In quattro anni, da11958 al 1962, il generale scrisse una nuova Costituzione, instaurò una monarchia repubblicana, si sbarazzò della questione algerina e fece capire a tutti che la Francia, da quel momento, sarebbe stata un partner fiero, orgoglioso, talora stizzoso e, soprattutto, difficile. 

Per l'Italia il ritorno di de Gaulle al potere fu uno choc. Uomini politici come Amintore Fanfani e Giuseppe Saragat (ambasciatore a Parigi per qualche mese dopo la fine della guerra) sapevano che il generale non era né un dittatore europeo né un caudillo sudamericano. Ma il sistema politico italiano, come ricorda Quagliariello, era stato concepito con criteri radicalmente diversi. Mentre de Gaulle non amava i partiti e credeva nella personalizzazione del potere, l'Italia permetteva ai partiti dell'«arco costituzionale» di creare un potere nuovo, non previsto dalla Carta: il condominio consociativo delle forze politiche democratiche e antifasciste. Mentre de Gaulle istituzionalizzava il proprio carisma e creava un ruolo che altri avrebbero occupato dopo la sua scomparsa, l'Italia dei partiti tagliava le gambe di tutti coloro che osavano staccarsi dal gruppo per correre da soli: accadde a Fanfani, Andreotti, Cossiga e Craxi. Mentre la Francia stava mettendo a punto un sistema che le avrebbe consentito di meglio affrontare, soprattutto dopo il 1968, le sfide della modernizzazione, l'Italia consolidava un sistema che avrebbe finto di risolvere i problemi nazionali distribuendo a tutti, pur di tenerli tranquilli, denaro non ancora guadagnato. Non è sorprendente che molti politici italiani considerassero il generale francese un perturbatore della loro quiete, un modello negativo da esorcizzare il più rapidamente possibile.

In questa lunga introduzione Quagliariello parla anche indirettamente di se stesso e delle ragioni per cui ha deciso d'investire le sue speranze in Silvio Berlusconi. Non azzarda un confronto tra il Cavaliere e il Generale, ma ha creduto, e sembra credere ancora, che anche il fondatore di Forza Italia sarebbe riuscito a istituzionalizzare il proprio carisma strappando lo statuto consociativo che è stato per alcuni decenni il carattere distintivo della democrazia italiana.

Eppure, paradossalmente, proprio i suoi studi su de Gaulle avrebbero dovuto suggerirgli una maggiore prudenza. Anzitutto Berlusconi appartiene alla categoria dei leader carismatici, ma il suo carisma è fatto di una pasta assai diversa da quella di de Gaulle. il Generale ha rifiutato la sconfitta, ha chiamato intorno a sé i francesi più coraggiosi, ha conquistato il diritto di sedere al tavolo dei vincitori. Era un uomo di destra, ma non poteva essere confuso con la destra di Vichy, di Pétain, Laval e Maurras: uomini che avevano accettato il collasso della III Repubblica o l'avevano accolto, addirittura, come una «divina sorpresa». Berlusconi ha costruito una grande azienda che vende immagini, sogni e tempo pubblicitario. Ha avuto il merito di riempire il vuoto politico creato da Tangentopoli, ma lo ha fatto anche per tutelare le sue imprese. E ha portato con sé, nella lotta politica, la pesante zavorra di un colossale conflitto d'interessi. Se Quagliariello obiettasse che Berlusconi è stato il bersaglio preferito di alcuni magistrati e di quel condominio consociativo che ha male governato il Paese per almeno tre decenni, non gli darei torto. Ma osserverei, per usare una delle espressioni più favorite del fondatore di Forza Italia, che Berlusconi ha remato contro se stesso e ha dato un forte contributo personale al fallimento del proprio disegno. Quale che sia il risultato delle prossime elezioni, ha già perduto la sua battaglia. Il guaio è che da questo interminabile scontro sul rinnovamento istituzionale del Paese nessuno esce vincitore.
SERGIO ROMANO