Giovanni Parrotta e la vita ai tempi del precariato ()

di Isabella Marchiolo, del 21 febbraio 2012

Da Il Quotidiano - 19 febbraio 2012
Nel suo romanzo di esordio il blogger 23enne di Sellia Marina racconta le peripezie di un giovane disoccupato che si ribella al sistema. E resta solo.

«Il mio futuro? Te ne parlo appena lo vedrò!». Che è un altro modo con cui Giovanni Parrotta, 23ennedi Sellia Marina autore del romanzo “Meglio morto che precario” (Rubbettino) rivendica la sua condizione di “stabilmente precario”. Prigioniero di questo limbo occupazionale, Parrotta rimedia come può, limitandosi ad attività non dispendiose quali pensare e scrivere («almeno - dice - sono cose rimaste gratuite»), anche sul suo blog (giovanniparrotta.blogspot.com), dove si definisce “anarchico e dunque nemico del potere costituito”. Altre strategie da precario sono la residenza in famiglia, la riduzione dei consumi al minimo necessario e, naturalmente, la celebrata flessibilità. «Nella mia pseudo carriera lavorativa - ricorda - ho fatto il commesso, il barista, il rilevatore per il censimento (che per un libertario è quanto di più sgradevole esista...) e il bracciante agricolo per la mia famiglia nella raccolta delle pesche e le olive». Sarà un curriculum abbastanza “vestibile” al modello giovanile propugnato dalla riforma del lavoro?

Di certo nella vita di un precario piovono numerose peripezie – elemento fondamentale nella costruzione di un romanzo. Così Giovanni Parrotta, anziché raccontare questo mondo in un memoir o un libro-verità, ha scelto la narrazione. In “Meglio morto che precario”, pubblicato da Rubbettino dopo aver vinto il Premio Chimirri, il protagonista è un giovane che, sopprimendo le sue aspirazioni, rimbalza da un lavoro all’altro con l’immancabile sosta nel pantano del mercato nero. Assillato dai genitori e dopo l’ultimo licenziamento da un call center, Michele inizia a protestare contro il sistema insieme a una minoranza di agguerriti colleghi. Ma rimarrà solo, quando gli altri sacrificheranno la lotta alla seduzione dell’ennesimo contratto a progetto, ottenuto grazie a favori politici e ugualmente malpagato. «Michele - spiega Parrotta - ha un forte senso dell’ideale. Per questo ho scritto un romanzo. Credo che in questo modo il lettore possa aprire gli occhi della mente e immedesimarsi nel personaggio. I libri di “denuncia” non attirano un pubblico che odia la “fattura”». In Italia il precariato giovanile è quasi una categoria esistenziale, che non arretra davanti alle latitudini. Nord e Sud, Padania come Terronia. Forse il vero collante dell’Unità nazionale... «Sì - concorda Perrotta - il precariato è un collante; ma riflettiamo anche sul fatto che non è altro che un periodo di transizione tra un periodo di disoccupazione e un altro; quest’ultimo vero collante tra le generazioni delle classi sociali più povere fomentate nel farsi la guerra, e non per la parte ricca del paese rinfrancata dalla sedicente crisi, che costringe i più deboli a prostrarsi nel nome del Paese». Ma questo pensiero non è neppure troppo anarchico se Giovanni, convinto che la libertà “non prevede disciplina né obbedienza”, continua così: «L’oligarchia sta mostrando il suo vero volto, la voce del padrone non è mai stata così forte. Essere ancora convinti che l’Italia sia una Repubblica democratica fondata sul lavoro è proprio da cretini». Ragionamento che è una bocciatura (esplicita, lo confermerà lui stesso senza remore) al Governo Monti. Ma il blogger e scrittore - che sul web s’è inventato le “Notizie Ansia”, parodia in presa diretta che colpisce soprattutto la politica - non assolve neanche la res publica calabrese. Di cui ha ben chiaro cosa non vada. Il suo animo anarchico s’infiamma «quando dicono: siamo tutti uguali, non sei tu che puoi cambiare le cose, “fatti i cazzi tuoi” e quando parlando di ‘ndrangheta ti dicono che ha pregi e difetti. Per non parlare dello sperpero pubblico e della cementificazione di tutto, anche dei cervelli». L’altra faccia del precariato è l’immobilismo lavorativo. Ovvero chi ha un lavoro atto almeno a pagare bollette e mutui con accettabile puntualità e vorrebbe cambiarlo. Chi vorrebbe lavorare non per campare, ma per vivere. «Bisogna - ribadisce Parrotta - avere coraggio, unirsi e ribellarsi al sistema. Rinunciare ai comfort e credere veramente in ciò che si fa. Purtroppo chi ha praticato il “divide et impera” ha schiavizzato i più, facendogli credere di vivere in una democrazia.

Il lavoro sarà un problema fino a quando esisterà il lavoro dipendente. Cercare l’indipendenza con un lavoro alle dipendenze è alquanto bizzarro...». L’iter di pubblicazione di “Meglio morto che precario” è stato lineare, ma Parrotta non ha problemi a denunciare il ventre molle dell’editoria. Non è il caso di Rubbettino, «editore che si è dimostrato subito disponibile lasciandomi libero e non cambiando nulla del testo». Prima c’era stata la vittoria del premio Chimirri nel concorso “Parole al vento” («facendomi giudicare - precisa - cosa che odio»), senza cui, forse, la strada sarebbe stata in salita. Anche con i finti editori, quelli che chiedono il contributo all’autore. «È un libro alquanto crudo e scomodo - annuisce Giovanni Parrotta - pochi l’avrebbero pubblicato a pagamento. L’editoria è carogna». Mentre il suo romanzo sta suscitando interesse tra le opere di esordienti, Giovanni si schermisce con gli amici che, sul blog, postano affettuosi sfottò chiedendo di essere ricordati, nel momento della ricchezza, da cotanta celebrità: “Nessun rischio di diventare leggenda, né tantomeno ricco, ehehe...” Gli auguriamo, naturalmente esiti opposti alla precarietà. Nel frattempo lui, sconfitto e risorto come il Michele del romanzo, continua a bersagliare il Potere. E i tecnici: “Chi sa fare fa, chi no fa il Professore... Più non ci capiscono un cazzo e più ti dicono che sono intelligenti e sei tu a non capirci un cazzo”.

Di Isabella Marchiolo

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