Da Acri per raccontare la sera in Via Veneto (La Gazzetta del Mezzogiorno)

di Raffaele Nigro, del 18 novembre 2013

Da La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 novembre
 
Quelli della mia generazione ricorderanno un omone dagli occhi strabici, grottesco nei modi e quasi sempre utilizzato dal cinema per impersonare un avvocato un po' trombone un po' pasticcione. Lo ritroviamo infatti nei film «Un giorno in pretura», «Il vigile», «I complessi», affianco a un Totò che le studia tutte per restare in galera o a un Alberto Sordi dagli incisivi giganteschi che vorrebbe fare l'annunciatore televisivo. Si tratta di Vincenzo Talarico, originario di Acri, comune del Cosentino, nato nel 1909, approdato nella Roma della «dolce vita» e vissuto in quella boheme di intellettuali e artisti che frequentavano i caffè storici Aragno, Greco, Rosati nonché le osterie e le trattorie sparse tra Via Veneto e Piazza del Popolo e morto a Fiuggi nel '72. In realtà, partendo per l'università di Roma, Talarico non pensava minimamente che avrebbe avuto a che fare col cinema e lavorato anche come attore, ma al più come giornalista. In qualità di collaboratore offrì la penna a numerose testate, da «Il Messaggero» a «La gazzetta del Mezzogiorno» all' «Europeo » a «Epoca» alla «Stampa». Quest'attività gli fruttò nel 1963 un Premio Saint Vincent. Ma forse anche il giornalismo gli stava stretto se nel 1932 esordi, con una «Vita romanzata di mio nonno», cui fecero seguito nel 1944 «Mussolini in pantofole», «Pasquino insanguinato» e una «Vita di Scanderbeg» e se scrisse molte sceneggiature per il cinema, tra cui una Luisa Sanfelice a quattro mani con Ugo Pirro.
A distanza di quarant'anni dalla sua scomparsa, la fondazione Padula di Acri ha deciso di ristampare un numero considerevole di articoli che Talarico pubblicò tra gli anni Cinquanta e Sessanta sul quotidiano romano «Momento sera» e che nel 1967 lo scrittore aveva raccolto nel volume «I passi perduti». Ne è nato oggi un libro più ridotto, ma denso di curiosità - «Cardarelli e dintorni» - curato per Rubbettino da Giuseppe Cristofaro, presidente della fondazione Padula e Santino Salerno, scrittore e responsabile della fondazione Leonida Repaci di Palmi. Si tratta di articoli nei quali Talarico racconta la quotidianità, anzi le sere romane vissute da poeti, registi e narratori che si ritrovano in una Roma scanzonata della ricostruzione postbellica e del miracolo economico. Incontriamo Sandro De Feo, critico letterario e cinematografico sbarcato da Modugno, Carmelo Bene che porta «Nostra Signora dei Turchi » nel teatro «Beat 72» dove alle sedie normali sono stati sostituiti dei banchi di scuola. A questi banchi troviamo seduti Moravia, Visconti, la Maraini, Antonioni, come scolari di una pagina speciale del libro «Cuore». Ironica è la penna di Talarico di fronte a quella che a Roma chiamano l'Accademia dei trasportati, cioè di coloro che non avendo né auto né patente si spostano e vivono sulle ruote di chi è fornito di mezzo proprio e tra questi ci sono Ungaretti («che potrebbe addirittura assumere la presidenza»), Alfonso Gatto, Carmelo Bene e Vittorio Bodini. Incontriamo Filippo De Pisis coi suoi vestiari d'altri tempi ed Ercole Patti che gioca a nascondersi gli anni con una studentessa disposta a svolgere una tesi di laurea sul narratore.
Ieri come oggi si ripete il gioco assurdo delle guerre per il premio Strega, diviso tra grandi editori e tra gruppi di scrittori che si stringono attorno a uno o all'altro dei concorrenti, mentre il pennello di Mino Maccari irride e scrive versi giocosi su tutti. La sera, ha ricordato Eugenio Scalfari, ci si incontrava in Via Veneto e tutti facevano a gara per avere attorno Talarico ed Ennio Flaiano, con la vena ridanciana e mordace che questi uomini si ritrovavano. Dunque il gossip della letteratura e del cinema di quegli anni, quando le arti contavano ancora qualcosa e non gli si era sostituita la vita in diretta delle veline e dei transumanti da un canale a un altro della televisione. Talarico sembra avere negli occhi l'esperienza narrativa di Giuseppe Marotta, che nell' «Oro di Napoli» raccontava la quotidianità dei vicoli e dei quartieri partenopei, o le commedie e i drammi quotidiani narrati da Eduardo e da Domenico Rea, quelli rappresentati da Moravia nei «Racconti romani» . Lui li vede nella vita notturna, nei risvolti poco noti dei caratteri forti, stralunati, giocosi, di grandi e piccoli intellettuali dell'Italia scanzonata, comunista e democristiana. Una scrittura gradevole e leggera, che non ci consegna l'immagine di un gigante ma quella di un giornalista di cronache mondane, magari accompagnato da un paparazzo pronto a scattare foto e a mettere in pubblico fatti privati dei vip da antologia. A farla da protagonista nella raccolta di aneddoti è un poeta del quale poco si parla ai nostri giorni, innamorato di Leopardi al punto da vederlo come la propria reincarnazione, Vincenzo Cardarelli. Redattore dell' «Avanti!» conduce una vita triste e grama, senza genitori e poi da solo, senza una casa, senza una donna. Le lettere d'amore scritte a una bionda dei pressi di piazza del Popolo non le spedirà mai: costituiranno materia per un libretto postumo, mentre improvvisava versi ermetici e neoclassici, frecciate e battute di spirito che giravano oralmente tra i caffè e le osterie di una capitale che con De Sica, Rossellini, il giovane Fellini, costruiva una cinematografia e una tradizione senza precedenti.

Di Raffaele Nigro

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