Calciopoli. Pierpaolo Romani: ecco come le mafie corrompono i giovani calciatori ()

di Redazione, del 19 ottobre 2012

Il quotidiano “La Repubblica” svela oggi in un’interessante inchiesta (clicca qui per leggere) come lo scandalo del calcioscommesse abbia finito per coinvolgere anche giovani calciatori in un crescendo di illegalità che sta finendo per deturpare definitivamente l’immagine dello “sport per tutti” che il calcio nel bene o nel male aveva finora avuto in Italia, decretando, peraltro, come abbiamo avuto modo di segnalare qualche tempo fa l’allontanamento definitivo di tifosi e fan.
Abbiamo chiesto a Pierpaolo Romani, autore di “Calcio Criminale” di commentare i risultati dell’inchiesta di Repubblica.
Che i “Signori del calcioscommesse” abbiamo iniziato a corrompere giovani calciatori, come denuncia l’inchiesta di Repubblica, non mi stupisce affatto. Io penso che questa situazione esista già tempo e anche qui in Italia, dove le mafie nostrane si sono già inserite nel mondo del pallone.
Il problema è che nel mondo del calcio c’è ancora troppa omertà e questi fatti faticano ad emergere.

Magari ai ragazzi non si danno buste piene di soldi, ma si promettono e si regalano cellulari, biglietti gratis per la discoteca o per qualche concerto, si paga loro una pizza, e nessuno pensa che anche questa è induzione alla corruzione, un modo per diseducare i giovani al rispetto delle regole, per invitarli a pensare che è meglio essere furbi anziché onesti. Molti genitori, inoltre, sono disposti a ignorare il valore della legalità, purché il proprio figlio riesca a diventare un grande campione e a guadagnare tantissimo.

Ciò che ha permesso, e sta permettendo, il dilagare del calcioscommesse e la corruzione morale e materiale di tanti atleti è la diretta conseguenza della malsana subcultura secondo la quale non si deve giocare per divertirsi e per divertire, dando il meglio di se stessi, ma si deve disputare una gara per ottenere un risultato predeterminato, in conseguenza del quale si farà profitto o si ridurranno le perdite economiche. Restare o meno in un campionato, giocare o meno in una certa competizione, ha effetti sui bilanci societari e contribuisce a dare più o meno visibilità alla squadra e a chi la dirige.

Nel mondo del calcio si è inserita prepotentemente la logica del mercato, del business e dello scambio. Molte salvezze e promozioni, non solo nei campionati professionistici ma anche nei campionati dilettantistici e amatoriali, si decidono a tavolino nelle fasi finali dei campionati.

Le mafie e il crimine organizzato hanno trovato un fertile terreno di coltura per inserirsi in questo ambiente. Non hanno inventato nulla.

I mafiosi e i “signori del calcioscommesse” sono anche degli imprenditori, non solo dei criminali, ed essi hanno compreso che è necessario prestare attenzione anche alla formazione dei “giocatori-dipendenti” che essi assumono – corrompendoli – insegnando loro fin da giovani come si altera una partita, a cosa stare attenti per non destare sospetti, a cosa rispondere nel caso in cui si venga interrogati dagli investigatori.

Uno degli interessi delle mafie è il controllo delle scuole calcio, sia per reclutare giovane manovalanza criminale, sia per “formare alla disonestà” giovani calciatori che in futuro, giocando in diverse squadre, possono essere adoperati per alterare il risultato delle partite in diversi campionati. Un pentito di ‘ndrangheta ha parlato dei “giocatori invisibili”, come di persone che per conto della ‘ndrangheta operano nel mondo del pallone.

La corruzione morale e materiale del mondo del calcio, e dello sport – si veda anche il dilagare del doping – è un problema serio, reale e attuale che dobbiamo affrontare migliorando l’attività investigativa e di prevenzione. Non possiamo pensare di risolvere un problema così articolato, complesso ed esteso guardando esclusivamente al codice penale e al codice di giustizia sportiva. Dobbiamo partire subito con progetti e percorsi formativi ed educativi sia nelle scuole di ogni ordine e grado, sia nelle scuole calcio, a tutti i livelli.

Insieme al lavoro sportivo di formazione di buoni calciatori e di buoni atleti, dobbiamo lavorare per formare dei buoni cittadini, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri nonché dei rischi a cui vanno incontro se accettano di scendere a patti con i criminali. Questi ultimi sono persone abituate a dettare le regole, non a discuterle. E chi non le rispetta paga, anche con la vita.