C'è una crepa nelle garanzie di Hayek. Non sempre le norme generali e astratte salvaguardano i diritti dell'individuo (Corriere dela Sera)

di Gaetano Pecora, del 11 settembre 2012

Dal Corriere dela Sera - 09 settembre 2012
Genialità ed «esagerazioni» di un maestro della scuola liberale austriaca

«Il genio è esagerato». Così Ortega y Gasset. Tale pensiero si insinua malizioso nell'animo del lettore alle prese con Liberalismo, la voce che Hayek pubblicò nel 1978 sull' Enciclopedia del Novecento e che ora Rubbettino ripropone come omaggio alla sapienza di un «grande». Perché Hayek fu grande davvero e ciascuno può verificare da sé i tesori di intelligenza che profuse nelle sue opere. Le quali non hanno bisogno di monumentalità celebrative che ne innalzino la fama. Semmai è il contrario: proprio perché le riconosciamo alte, ci innalziamo noi stessi; ed elevandoci alle loro altezze può addirittura capitare di oltrepassarle quando ne addolciamo le punte più aguzze. Come succede proprio con l'idea più diletta ad Hayek, quella secondo cui le prerogative individuali sono poste sotto sicura chiave solo dove «sono soggette esclusivamente a , norme applicabili a tutti». E la verità? Sì, è la verità. Ma è una verità debordante, «esagerata». Non sempre e non necessariamente le regole eguali per tutti procedono sincrone con i diritti di libertà. Li facilitano, ma non li assicurano.
Li facilitano perché se una norma deve valere per tutti, i suoi precetti impegneranno sia i governati che i governanti. E i governanti non vorranno mai per gli altri quel che mai vorrebbero per se stessi. Sia data la legge: «Tutti dovranno avere il capo mozzo». Quale governante sarà così stordito da proporla sapendo che, con le altre, anche la sua testa dovrà rotolare sui ceppi? Pure, il legame con la libertà non è così stretto come vuole Hayek; e anzi si dà il caso di leggi, ad un tempo, generali e liberticide. Si immagini una norma dal seguente tenore: «Nessun individuo dovrà avere la proprietà privata dei beni». È una norma generale? Sì, perché il diritto di proprietà è inibito a tutti. Ma chiediamoci: è anche una norma dì libertà? Proprio no; e non c'è nessuno che meglio di Hayek ne abbia spiegato le ragioni, quando ha elevato la proprietà privata a strumento di libertà. Non è che Hayek ignori tutto questo; solo, assicura, «è significativo che le opinioni religiose sembrino costituire quasi l'unico terreno in cui norme generali gravemente restrittive della libertà siano mai state universalmente applicate».

«Unico terreno» la religione? Sia pure. Ma quanto esteso? Ecco il punto. Sarebbe limitato, questo terreno, se l'esperienza religiosa si consumasse tutta nel chiuso delle cattedrali. Ma così non è. Perché qualunque possa essere il verso delle credenze, è certo che quando gli uomini si investono di una missione salvifica (il comunismo sta lì a testimoniarlo), è sempre il fuoco religioso quello che avvampa nei loro cuori. Con o senza cattedrali. Alcuni vogliono il nostro bene, allora? Per carità: non lasciamocelo portar via! Nemmeno da norme generali.

Di Gaetano Pecora