Da che parte sta il mare (Il Quotidiano della Calabria)

di MATTEO COSENZA, del 27 settembre 2013

Da Il Quotidiano della Calabria del 27/09/2013

"La storia grande è fatta di piccole storie, e tutte hanno un senso, non dimenticatele". E le storie possono intrecciarsi per un diabolico gioco della vita, quasi ci fosse qualcuno che ne disponga il percorso e l'incontro.
Non è così, anche se sovente i casi vorrebbero dirci che c'è un disegno in quello che accade, forse indipendentemente dalla nostra volontà. C'è un libro, di cui qualche settimana fa si è già parlato in questo giornale e che avevo messo da parte per leggerlo in un momento di calma. Dunque, l'avevo lasciato a riposare, poi l'ho iniziato e l'ho lasciato quando sono arrivato all'ultima pagina. Ma l'ho abbandonato solo fisicamente, tant'è che qui ne do conto. L'ha scritto Annarosa Macrì, e l'ha edito Rubbettino, e già nel titolo mi appartiene: "Da che parte sta il mare".  Dove quest'ultimo, da cui addirittura la mia città prende il nome, è la bussola di chi nasce in un posto di mare, per cui quando sei altrove avverti uno sbandamento perché non sai, appunto, da che parte sta il mare e capisci che esso sta da tutte le parti, a nord come a sud, a est come ad ovest. Il romanzo è dedicato "alle sorelle mie, nel nome di mia madre", e racconta l'odissea di una famiglia che lascia Reggio e va girovagando per l'Italia, accampandosi qua e là alla meno peggio, e che ritorna sullo Stretto riparandosi per una lunga stagione, quasi clandestinamente, nella cabina di uno stabilimento balneare trasformata in un simulacro di casa. Infine trova ricovero nella parte alta della città, a quei tempi ancora non devastata da un'oscena colata di cemento, e qui vive grazie soprattutto allo stipendio della mamma, insegnante, che alleva al tavolo della cucina generazioni di studenti che vanno da lei a fare ripetizione, spesso frastornati dall'amore che la maestra ha per tutta la nostra letteratura, che conosce quasi a memoria, compresi i versi latini esaltati dalla musicalità impareggiabile della metrica e dall'alternarsi simmetrico di pentametri ed esametri, che ora "canta" ora scandisce sillaba per sillaba.Lei, Annarosa, come un moderno Ulisse, quello di Joyce naturalmente, trascorre la 'sua" giornata aggirandosi con ingenuo candore tra situazioni, che vede e che vive, e tra misteri, che la interrogano. Uno di questi è il motivo del tanto peregrinare familiare, ma ce ne sono anche di legati all'età, come la domanda, ripetuta alla sorella più grande, su come nascono i bambini e, più concretamente su come è entrata la sorellina più piccola, Guendalina, nella pancia della mamma, visto che da lì è uscita. Anche una molestia la ferisce ma non tanto, perché non capisce subito quello che accade e che poteva ancora succedere. Piccolina, minuta, fragile, ma al tempo stesso tenace e poco esibizionista, come quando nasconde alla maestra il suo saper leggere e scrivere ben più di quello richiesto nella classe che frequenta, ed è costretta a cambiare scuola quando viene scoperta. Soprattutto non si fa ammaliare dal desiderio ossessivo dai nuovi simboli del progresso galoppante, la radio, la televisione, la casa bella, l'abbigliamento. La domenica va con la sorella dalla nonna che le riempie di cibo (farete una brutta fine se vostra madre continua a farvi mangiare così poco e così male) e di acidi ricordi di un passato di lussi e ricchezze. C'entra anche il terremoto, un'altra "storia" che mi appartiene, che, a Reggio nel 1908 come a Castellammare nel 1980, cambia la vita della gente. Pagine che si leggono come si stesse lì, accanto a lei. Ma il personaggio della storia, presente costantemente, assume fino in fondo il suo ruolo in un crescendo che nell'ultimo capitolo esplode in un grumo di rivelazioni e di emozioni che a tratti commuovono, in altri inducono a riflessioni che dureranno nel tempo. Il padre, giornalista per missione, giocala sua vita per essere fedele al primo dovere di questa vocazione: raccontare quello che accade e, soprattutto, quello che non si vede, ma che quasi sempre è più vero di quello che si vede. La sua disgrazia nasce dall'essere presente per caso ad un fatto tragico, abbastanza normale nelle nostre città. Lui fa quello che si deve fare e da quel momento la vita, sua e della sua famiglia, è segnata per sempre: vincerà la sua battaglia solo quando, ai suoi funerali, la città gli renderà il tributo postumo che avrebbe meritato prima, se non fossero prevalsi, come prevalgono così frequentemente nelle nostre comunità, omertà, compiacenze e complicità. Annarosa racconta come scopre finalmente la verità, fa capire come e perché non avrebbe potuto fare nella vita altro mestiere che quello di suo padre, e mi fermo qui perché saprete tutto se leggerete - e non ve ne pentirete - questo suo "romanzo", credo l'opera più importante e difficile della sua vita. Dedicata di fatto a suo padre, con il quale ha fatto i conti. Per un caso mi appartiene, dicevo. Un paio di mesi fa lei ha presentato il libro che ho scritto su mio padre. Non sapevo che stesse scrivendo il suo su suo padre. E ora, mentre la leggevo sentivo di nuovo le parole, anche quelle riportate all'inizio di questo articolo, che usò per parlare di me e mio padre, e ho capito che in effetti stava parlando, anche e soprattutto, di sé e di suo padre. Disse leggendo: «L'immagine di Enea che prende sulle spalle suo padre Anchise e per mano suo figlio Ascanio, scappa da Troia in fiamme e va verso un mondo nuovo, è l'immagine di un uomo che finalmente è in grado di camminare da solo, di sostenere due generazioni, quella dei padri, sulle sue spalle, e quella dei figli, accompagnandola per mano. E' un uomo, ma non è ancora adulto. Si diventa adulti solo quando si diventa orfani e si è in grado di ricevere l'eredità dei padri. Solo allora si trova la pace e si dà un senso alla loro vita e alla nostra, alla loro morte e a quella nostra che verrà. Adesso che mia madre è morta, dice Freud, posso morire anch'io» . Aggiunse: «Questo è un libro che racconta di una eredità che non è fatta di soldi, di case, di cemento. Per incassarla non occorre il timbro di un notaio. E' l'eredità di una vita speciale... una vita vissuta come testamento, cioè come testimonianza. Il testimone non ha altro che la sua parola da offrire, la sua versione dei fatti, il suo sguardo sulle cose. Bisogna ripensarla, quella vita, rimettere in ordine i giorni egli anni di quella vita, riviverla, insomma, per incassarne l'eredità». Per raccontarla ci vogliono tanti anni, anche venti, trenta, dalla morte dei padri e «quelli che scrivono, non sanno fare altro che scrivere, non hanno altri strumenti». La sua conclusione fu una domanda: «Non è un processo che la nostra generazione deve fare ai nostri padri, ma noi abbiamo voglia di diventare Anchise, vogliamo che i nostri figli ci portino sulle spalle, non vogliamo più portare noi i nostri figli sulle nostre, siamo stanchi e vecchi, vogliamo leggere in pace i libri che il compagno Saul ha salvato dal terremoto e che uno ad uno ha ripulito dalla polvere e dalle macerie, ne abbiamo diritto. Abbiamo persino diritto di morire, ma quale eredità lasciamo?».

DI MATTEO COSENZA

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