Lettere dal centro del mondo 1951-1988 ()

di ELEONORA SPOSATO, del 05 agosto 2013

Da Oblio Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca. Anno III, Giugno 2013

Il complesso intreccio tra l'immagine pubblica e la vita privata, tra la varietà degli interessi culturali e l'intimità della vita familiare anima il corposo epistolario, composto da oltre trecento missive, tra Mario La Cava e Leonardo Sciascia, attraverso cui i due scrittori mantennero vivo un dialogo intellettuale durato lunghi anni. Nelle lettere, gli interlocutori confermano e rinsaldano il sentimento d'amicizia che li unisce, e forniscono testimonianze preziose sulla genesi dei loro scritti maggiori. Sullo sfondo delle loro vicende personali si intravede la vita culturale italiana del secondo Novecento, raccontata indirettamente attraverso le profonde trasformazioni del mercato editoriale e del giornalismo che la caratterizzarono. L'edizione, affidata all'attenta curatela di Milly Curcio e Luigi Tassoni, è accompagnata da un'ampia introduzione e da un accurato corpus di note.
La sezione più ampia e più ricca di informazioni è costituita dalle missive risalenti agli anni Cinquanta, quando i contatti fra i due autori furono pressoché quotidiani: esse confermano l'importanza di La Cava come referente culturale di Sciascia negli anni dell'apprendistato (un'influenza pienamente riconosciuta daquest'ultimo nel saggio dedicato all'«Omnibus» di Leo Longanesi) e gettano luce sull'unica raccolta poetica sciasciana, La Sicilia, il suo cuore, del 1952. La corrispondenza, resa possibile dalla mediazione del poeta romanesco Mario Dell'Arco, ha inizio con una lettera del 3 maggio 1951, in cui Sciascia, allora giovane maestro elementare, ringrazia ilpiù anziano La Cava dell'omaggio di Caratteri. Il loro primo incontro personale avverrà nel 1953, in occasione della mostra di Antonello da Messina, all'insegna dell'«appassionata incompetenza»(p. 57) per le arti figurative che i due scrittori condividevano.
Con grande complicità, i due si scambiano consigli ed informazioni per farsi strada nell'universodelle redazioni giornalistiche, delle case editrici e degli ambienti letterari della capitale, nella consapevolezza d'essere lontani, per motivi ideologici prima che geografici, dai centri culturali nazionali. È sulla base di tale consapevolezza che, nel 1952, lo scrittore di Bovalino suggerisce a Sciascia di affidare ad altri la prefazione de La Sicilia, il suo cuore, di cui era stato attento revisore, considerato il poco credito da lui riscontrato presso gli editori.
E in un'altra missiva, di qualche anno dopo, consiglia all'amico siciliano di diradare i loro incontri nella capitale, per non figurare, agli occhi degli intellettuali romani, alla stregua di un «tandem di provinciali disposti reciprocamente a giurare l'uno sulle qualità dell'altro» (p. 180), come lo stesso Sciascia ironicamente riconosce. La meditazione sulla dimensione provinciale in cui entrambi i corrispondenti sono costretti costituisce un sottotema importante di questo scambio epistolare (e di quello dello scrittore siciliano con Vittorio Bodini: Sud come Europa.
Carteggio (1954-1960), a cura di Fabio Moliterni, Nardò, Besa Editrice, 2011): sebbene sia presente, nelle loro lettere, lo sconforto per una vita arida di stimoli culturali (anche se compensata, in parte, dai numerosi viaggi in Italia ed all'estero), i due scrittori non dimenticano l'importanza del raccoglimento interiore, da cui traeva origine e alimento la loro ispirazione, e riconoscono le potenzialità del loro isolamento creativo, lontano dalle distrazioni mondane della vita cittadina. In una lettera del 2 agosto 1951, Sciascia spiega, a tal proposito, come la solitudine dell'assolata campagna siciliana riuscisse ad assorbirlo completamente, a far sbiadire i ricordi dei giorni trascorsi altrove, come se non gli appartenessero più e fossero «i giorni di un altro.
E lascio così cadere tante possibilità. Ma in fondo vivere così mi piace: leggere un libro al giorno e scrivere un articolo ogni mese; e quando posso, una piccola scappata oltre lo Stretto» (p. 10). È possibile rinvenire una traccia di tale complessa esigenza esistenziale dello scrittore siciliano nelle riflessioni su Parigi confluite in Cruciverba: la capitale francese vi figura come l'unico luogo in cui coniugare la sua aspirazione a vivere in una grande città che fosse allo stesso tempo anche un piccolo paese. E tuttavia, come rivela un passo della lettera all'amico, è solo nel rifugio della sua casa di campagna, in contrada Noce, che l'autore riusciva a recuperare la condizione ideale al lavoro di creazione. Allo stesso modo, per lo scrittore calabrese, il microcosmo del suo paese natale rappresentava un punto di riferimento imprescindibile per l'esercizio della scrittura.
Le lettere di quest'epistolario raccontano, inoltre, la gestazione dei fascicoli della rivista «Galleria», fondata a Caltanissetta nel 1949 e diretta da Sciascia dal 1952 al 1959. Lo scrittore di Bovalino accetta con entusiasmo l'invito a prender parte a questo progetto editoriale, segnalando collaboratori e suggerendo all'amico di arricchire i contenuti della rivista con contributi di critica teatrale e cinematografica e con sezioni dedicate a ricerche storico-artistiche sul meridione. Numerosi sono anche gli interventi critici di La Cava sulla rivista, tra i quali citiamo quelli dedicati a Thomas Mann, Scotellaro, Tobino, De Filippo, mentre al 1954 risale la pubblicazione, nella collana dei Quaderni di Galleria, dei Colloqui con Antonuzza, particolarmente apprezzati da Sciascia.Ma ciò che conferisce alle pagine di questo carteggio un tono umanissimo e cordiale sono soprattutto le numerose testimonianze inerenti le vicissitudini private dei due interlocutori,
impegnati nella difficoltosa conciliazione delle esigenze intellettuali con i doveri e le responsabilità delle famiglie: è soprattutto nelle parole di La Cava che si avverte il rammarico per gli impegni familiari che interdicono il lavoro creativo, commisto ad un greve senso di colpa nei confronti della famiglia: «forse io non apprezzo abbastanza il conforto che dovrebbe venire da coloro che certamente godono delle nostre gioie e soffrono delle nostre tristezze» (p. 202). Nel corso dei decenni successivi la corrispondenza epistolare si dirada e i destini dei due autori divergono, senza che l'affetto reciproco venga mai meno: «il non corrispondere è un fatto di nevrosi, i miei sentimenti di amicizia, di affetto, di solidarietà non ne sono minimamente compromessi», rassicura Sciascia (p. 466).
Il fatto è che a partire dagli anni Sessanta arriva, per lo scrittore di Racalmuto, l'affermazione professionale, grazie al successo del Giorno della civetta e delle prove letterarie successive, laddove la carriera del romanziere di Bovalino sembra arenarsi tra una moltitudine di ostacoli e di casi avversi. A questa altezza cronologica si profila anche una progressiva discordanza nelle sperimentazioni letterarie: Sciascia si orienta nella direzione del libro-inchiesta e del genere poliziesco, collaborando anche alla realizzazione di sceneggiature cinematografiche, mentre La Cava si impegna in un'affannosa operazione di riordino di numerosi progetti editoriali destinati a rimanere incompiuti. Soltanto a partire dagli anni Settanta, dopo lunga attesa, sarà possibile la pubblicazione di alcuni suoi romanzi, fra cui Una storia d'amore (Einaudi, 1973), I fatti di Casignana (Einaudi, 1974), La ragazza del vicolo scuro (Ed. Riuniti, 1977).
Nelle sue missive del periodo, definendosi «alquanto perduto per le lettere» (p. 295), lo scrittore di Bovalino manifesta il proprio disappunto per la precarietà dei suoi rapporti con gli editori. Anche Sciascia non nasconde all'amico momenti di grande difficoltà («Sono contento che tu lavori intensamente. Io non lavoro affatto. Non ci riesco. Non ci credo», p. 442) ed assillanti interrogativi sul senso della scrittura: «La coscienza dell'inutilità dello scrivere in me ha quasi raggiunto quella della inutilità del vivere. Ma lasciamo perdere; e tanto più che forse continueremo a scrivere» (p. 439) dichiara l'8 aprile 1967. Dalle lettere, insomma, emergono i segni di quel malessere esistenziale che s'accompagna alla riflessione sciasciana sulla dimensione metafisica del male e del potere, della quale, proprio fra gli anni Sessanta e Settanta, nel Contesto ed in Todo modo, l'autore darà vivida rappresentazione. Sebbene anche le ultime missive del carteggio, risalenti agli anni Ottanta, rivelino altre inquietudini nei due interlocutori, una forza morale straordinaria spingerà entrambi, oltre le disillusioni e l'incombere delle malattie, a scrivere ancora, e a impegnarsi sul piano etico e civile.

DI ELEONORA SPOSATO

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