Così Giulio Einaudi censurò von Hayek (Libero)

di Redazione, del 09 dicembre 2011

Da Libero - 09 dicembre 2011
La ricostruzione di Lorenzo Infantino - Scavalcando Benedetto Croce lo Struzzo acquistò i diritti del capolavoro dell'economista, «La via della schiavitù». Poi, per motivi politici, decise di non tradurlo e lo bloccò per anni

Se c'è un libro che ha cambiato la storia politica del dopoguerra, questo è senza dubbio The Road to Serfdom di Friedrich August von Hayek. L'autore, nato a Vienna nel 1899 e vincitore del Nobel per l'Economia nel 1974, trascorse gli anni più fecondi della propria vita accademica prima nella London School of Economics e quindi a Chicago, dove ebbe grande influenza su Milton Friedrnan, il "padre" dei Chicago Boys. E proprio in Inghilterra e Stati Uniti si vedranno i frutti migliori di quel volume. «Ci ispiravamo a libri come il potente Road to Serfdom di Hayek, dedicato ai "socialisti di tutti i partiti"» racconta nelle proprie memorie, riferendosi agli anni Quaranta e Cinquanta, Margaret Thatcher, all'epoca giovane conservatrice. «Tali libri non solo ci fornivano contro il socialismo chiari e precisi argomenti analitici che dimostravano come le sue teorie economiche fossero collegate alle deprimenti privazioni della nostra vita quotidiana di allora; ma con la loro brillante derisione delle aberrazioni socialiste ci davano anche la sensazione che alla fine la parte avversa non avrebbe potuto vincere. In politica tale sensazione è vitale: elimina le sconfitte passate e costruisce future vittorie». Culturalmente meno preparato della Iron Lady, ma altrettanto feroce contro il socialismo, fu Ronald Reagan. La sua speech-writer Peggy Noonan, alla quale si devono alcuni dei migliori discorsi del presidente- cowboy tra il 1984 e il 1986, racconta che trai pochi «eroi intellettuali» di Reagan c'erano proprio Hayek e Friedman. Per volontà di Hayek, e per portare avanti le idee contenute in The Road to Serfdom, nel 1947 nacque la Mont Pelerin Society, la "casa" dei veri liberisti (tra i cui membri ci saranno gli italiani Bruno Leoni, Sergio Ricossa e Antonio Martino). Insomma, senza Hayek e il suo libro più «potente», che accusava il socialismo di essere liberticida perché «chiunque controlli l'intera attività economica controlla i mezzi per tutti i nostri fini e deve quindi decidere quali di questi fini devono essere soddisfatti e quali no», non avremmo avuto né il thatcherismo né la Reaganomics e oggi il mondo sarebbe assai meno libero di come lo conosciamo. In Italia, però, l'opera ebbe la sfortuna di imbattersi nell' editore sbagliato: Giulio Einaudi.
È una storia uscita di recente, grazie alla nuova edizione della Autobiografia dell'economista austriaco, pubblicata da Rubbettino (pp. 254, euro 16). Un volume arricchito dalla postfazione di Lorenzo Infantino, che ricostruisce la vicenda per la prima volta, carteggi alla mano. The Road to Serfdom fu pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti nel 1944. Nel novembre dello stesso anno, racconta Infantino, Hayek scrive a Nicolò Carandini, ambasciatore italiano a Londra, con la richiesta di inoltrare il libro e una lettera accompagnatoria a Benedetto Croce. Nella lettera Hayek chiede che il volume sia tradotto in italiano. La risposta è del 9 febbraio 1945. Croce afferma di aver letto «con pieno consenso» il libro e di essere «dispostissimo» ad aiutare Hayek. Fa sapere di avere scritto al proprio editore Laterza, e di avere trovato una traduttrice. Invita Hayek a scrivergli al più presto, perché «un ritardo potrebbe nuocere». Il curioso sodalizio raggiungerebbe lo scopo, se non intervenisse Giulio Einaudi, scavalcando Croce e contattando Hayek tramite l'agenzia letteraria Sanford J. Greenburger. La casa editrice torinese si assicura così i diritti per la traduzione. Undici mesi dopo la firma del contratto, però, dell'edizione italiana non c' è traccia. Hayek decide allora di rivolgersi a Luigi Einaudi, padre di Giulio e all'epoca governatore della Banca d'Italia. «Ho saputo da più di una fonte», gli scrive, «che, in conseguenza del mutamento delle convinzioni politiche dell'editore, la traduzione non viene fatta ( ... ). Non desidero procrastinare a tempo indeterminato la pubblicazione della traduzione italiana del mio libro e le sarei molto grato se potesse assistermi nella chiarificazione di quanto accaduto e, se possibile, nella tutela dei miei diritti. Penso che, in considerazione del suo stretto legame con l'editore, potrebbe essere facile aiutarmi. Ma se ( ... ) ciò la rende esitante a interferire, avrà ovviamente la mia comprensione e agirò tramite i canali ordinari». Luigi Einaudi, scrive Infantino, risponde l'8 febbraio del 1946. E riporta il testo, «formalmente rassicurante», di una lettera della casa editrice del figlio: «La preghiamo di scrivere al professor Hayek che è sempre nostra intenzione pubblicare The Road to Serfdom. Come impresa, non ci proponiamo di seguire una direzione politica di parte; abbiamo pubblicato e intendiamo pubblicare lavori di diversa tendenza, da Togliatti a Lippman, da Roepke a Schumpeter. Durante gli anni del fascismo, abbiamo perseguito, non senza pericolo, la stessa linea. Il nostro scopo è dare un contributo alla rinascita morale e civile del nostro Paese, su basi democratiche. Il ritardo nella pubblicazione del libro non è imputabile a noi; ma alla molto brutta traduzione fatta da una signora presentataci dal Senatore Benedetto Croce. ( ... ) Stiamo ora cercando di assicurarci, prima possibile, una nuova traduzione». La Einaudi smentisce quindi ogni ipotesi di boicottaggio politico ai danni del libro. Che però, stranamente, non viene pubblicato nemmeno nei mesi seguenti. Così Hayek sarà costretto ad affidarsi a un altro editore: la traduzione di The Road to Serfdom apparirà da Rizzoli soltanto nel 1948, col titolo Verso la schiavitù. (Gli interessati lo trovano adesso nel catalogo del solito Rubbettino, a 18 euro, col titolo La Via della Schiavitù).

 

Di Fausto Carioti

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