Vedi Napoli e poi diventi uomo Il talento narrativo di Marco Ciriello (Corriere della Sera (.it))

di Paolo Di Stefano, del 13 agosto 2018

Quest’anno Ciriello è uscito con due libri simili e complementari: Un giorno di questi (Rubbettino) e, recentissimo, Maradona è amico mio (66th and 2nd). Ambedue hanno il loro fulcro nella Napoli degli anni Ottanta, la città dell’autore, soprattutto della sua adolescenza e della sua giovinezza. Insieme compongono una sorta di biografia sentimentale di Napoli e insieme un’autobiografia dell’autore. Il primo è un racconto centrifugo, anche nella struttura più frammentata: una narrazione a turbinio (a brulichio) di personaggi (storici) e di luoghi (reali), un precipitato del bene e del male, del meglio e del peggio, Troisi e Pupetta Maresca, Eduardo e Cutolo, i santi e i criminali, Pino Daniele, Andy Warhol, Joe Marrazzo, Tortora, Califano, Maradona e il suo sosia, la Nuova Camorra, i miracoli, i fuochi d’artificio e i misteri neri filtrati dallo sguardo e dal duro mestiere sul campo di un cronista che si mette sulle tracce dell’omicidio di Giancarlo Siani.

Ciriello ha una tastiera stilistica molto ampia (nel Vangelo predominava il gergale-dialettale e comico-picaresco delle bande criminali) ma guarda al realismo magico sudamericano pur lavorando di realtà, perché magico-realistico è lo scenario familiare e cittadino (almeno quello degli anni Ottanta), così come barocco era il mondo per Gadda. Nel cogliere della realtà la sua fantasia tragicomica o grottesca, Ciriello crea un amalgama molto originale e un timbro sempre diverso e sempre però riconoscibile. Lo si vede bene in Maradona è amico mio, che diversamente dal precedente è un romanzo centripeto perché va e viene tornando sempre al suo eroe argentino e all’io narrante autobiografico che racconta, attraverso Maradona, la sua adolescenza, le relazioni familiari, il mito del calcio prima vissuto nella sfera privata (del cerchio familiare) e poi in quella collettiva (della città). Dunque si tratta (anche) di un romanzo di formazione (maradoniana): il romanzo di una generazione, visto che le precedenti si erano formate nei miti di Alfredo Di Stefano e di Sivori.

Dal grande terrazzo della casa in cui Marco è nato, affacciata sul golfo, si può guardare una parte di Napoli e si può anche gettare uno sguardo sulla famiglia di Diego e Claudia, che abitano lì sotto e si possono pure salutare. Poi il ragazzo diventa un cronista e seguirà il suo idolo in giro per il mondo, nei momenti di gloria e nei precipizi della sua carriera, e nella buona e nella cattiva sorte della sua vita assurda. 

Il libro, scandito in capitoli datati, parte dal 2018 e va avanti e indietro nel tempo e nei luoghi, sempre fondamentali per uno scrittore, come Ciriello, che spesso si addentra nella scrittura da giornalista-viaggiatore: dunque ci troveremo via via a Buenos Aires, a Barcellona, a Disney World, dove nell’ottobre 1981, dopo aver infilato quattro gol al Boca Junior, Maradona decide di portare la sua famiglia; poi a Yamoussoukro in Costa d’Avorio sempre nel 1981, a Fregene, ad Acerra, all’Avana, a Roma, a Fiumicino nel 1987, a Citta del Messico nell’estate 1986, a Città del Capo, a Monaco di Baviera, a Dubai… Da Napoli si parte e a Napoli si torna, a quel terrazzo da cui «niente era deprimente, nemmeno l’inverno». Da quel terrazzo una mattina la nonna di Marco li ha visti partire per sempre: «Ecco, quella mattina mia nonna non mi chiese dove fossi stato né con chi, mi sorrise e poi si mise a prepararmi il caffè (…) e preparando il caffè mi disse: Se ne sono andati. Ricordo la luce incerta che le tagliava la schiena, e i suoi zigomi che salivano accennando un sorriso amaro, una di quelle espressioni indimenticabili, riservate alle cose preziose che andavano perdute (…). Alzai le spalle, e poi la raggiunsi a guardare il sorgere del sole mentre aspettavamo che uscisse il caffè».

Tra il momento dell’arrivo a Napoli e il giorno della partenza vissuto dal terrazzo di casa c’è il romanzo di formazione, che si spinge anche oltre, alle varie vicissitudini del Maradona post-partenopeo, compreso il malato e l’obeso. Marco bambino è al San Paolo, a due passi dalla Storia, il giorno di luglio in cui tutto comincia: «Non ho mai saputo come mio padre mi avesse portato a così poca distanza dalla Storia, e non ho fatto in tempo a chiederglielo». Vede Diego timido, che sorride, palleggia, fa la foca con la palla, percorre mezzo giro del campo salutato dal pubblico che senza saperlo sta vivendo «il trailer di un kolossal». Il primo anno maradoniano, disastroso, si portò via rapidamente anche il padre di Ciriello, che somigliava a Dustin Hoffman e che era il contrario di Maradona il guascone, l’allegro cialtrone pronto ad attaccar briga con chiunque.

Le vittorie degli anni seguenti non sarebbero state un risarcimento ma la «determinazione del caso». E il caso ha voluto che Marco e Diego s’incrociassero qua e là per il mondo con sorrisi (del primo) non ricambiati: i fatti del campione erano troppo grandi e non comprendevano quelli del ragazzo diventato adulto (anche grazie a lui).