Sud: mancata modernizzazione. Un focus sulla provincia di Caserta (leggeretutti.eu)

di Pasquale Iorio, del 02 marzo 2020

Con il saggio La modernizzazione di Terra di lavoro (1957 – 1973), edito da Rubbettino, Paola Broccoli ha continuato il suo lavoro di studio e di ricerca socio-economica, mettendo a fuoco una fase di transizione della provincia di Caserta, in un contesto di dimensione meridionalista e globale.

Nell’incontro di presentazione del libro tenuto nella Biblioteca Diocesana, in modo autorevole alcuni interventi – come quelli del prof. Olivier Karl Emmanuel Butzbach, Achille Flora, Amedeo Lepore, dello stesso G. Cerchia e Nando Santonastaso – hanno analizzato le cause economiche e sociali per cui in una delle aree più industrializzate del Paese come quella casertana si sia verificata una “mancata modernizzazione”. Basti pensare che in quegli anni – grazie alla Cassa per il Mezzogiorno ed altri incentivi (su questo le classi dirigenti dell’epoca, in testa la DC furono bravi) – in questa zona si sono insediati alcuni di cosiddetti “poli industriali” tra i più rilevanti del Sud Itali. Arrivarono grandi impianti manifatturieri di dimensione multinazionale come la 3M, la Pierrel e tante altre imprese. Per una certa fase Caserta divenne il secondo polo dell’elettronica civile, dopo quello di Milano.

Di fronte a questi dati continuiamo a porci l’interrogativo su come mai queste preesistenze industriali non riuscirono a creare un tessuto connettivo ed auto propulsivo, per cui vennero spazzate via una dopo l’altra dai processi di crisi e di ristrutturazione avviati a livello mondiale.

Per cercare di rispondere a questi interrogativi, possiamo richiamare alcune considerazioni critiche – riprese nel volume in più parti – di un artista come Andrea Sparaco che si impegnò ad approfondire il passaggio da “una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza lavoro dal sud contadino al nord industriale”.

“L’industrializzazione della nostra provincia era stata, per come è stata concepita e voluta, una forzatura strutturale violenta che ha prodotto guasti incalcolabili, senza armonizzazione”. Una civiltà contadina ed artigiana mortificata e stravolta, dunque, dalla cosiddetta civiltà dei consumi, che sopravvive nelle pieghe di un modernismo di facciata.

Per comprendere la “mancata modernizzazione” bisogna partire dal fatto che in quella fase le classi dirigenti, in primo luogo da parte di chi governava a livello locale e nazionale, ma anche dalle imprese, furono brave a contrattare e a dirottare grandi investimenti, anche per de localizzare qui importanti imprese, molte delle quali mantennero “la testa e la direzione” al Nord o nei loro Paesi d’origine. Per cui i dirigenti e manager venivano trasferiti qui, senza sforzarsi di formare leve e quadri di livello locale (grande fu la carenza anche di servizi e centri di formazione continua e professionale). Basta pensare che le prime sedi universitarie sono arrivate molto dopo.

Tutto ciò determinò una mancata capacità di connessione e di integrazione – anche nei settori più avanzati dell’elettronica e dell’informatica – con il sistema produttivo locale. Con onestà dobbiamo tutti riconoscere che allora vi fu una grande ubriacatura di “cultura operaista”, con l’illusione che la grande fabbrica avrebbe risolto tutti i nostri problemi di uno sviluppo “arretrato”, a base contadina. Nello stesso tempo vi fu una clamorosa sottovalutazione di alcune risorse e preesistenze legate al nostro ricco patrimonio ambientale, artistico, storico, con tanti beni culturali (alcuni di valore e prestigio immenso) vennero lasciati in stato di abbandono e di degrado, in diversi casi furono vittime delle più selvagge forme di speculazione.

Infine, dalla lettura del libro emergono alcune contraddizioni sociali di quella fase. In particolare l’autrice ci ricorda che “la presenza femminile in fabbrica era ormai massiccia, con raparti interamente composti di operaie, spesso non ancora sindacalizzate, o comunque scarsamente coinvolte” nei centri decisionali sindacali e politici. Per rendersene conto basta vedere la tabella da lei riportata a pag. 100 con l’elenco di circa 70 componenti nominati nell’organismo unitario confederale: non figura nemmeno una donna!