Lettere alla moglie di Hagenbach (thrillernord.it)

di Sara Ammenti, del 01 settembre 2020

“Anche io mi stavo incamminando in quel viale che perdeva luce. Che diventava via via sempre meno rassicurante, sempre più tenebroso. Io ci stavo proprio in mezzo. Ero il passante che cammina sul marciapiedi e s’inoltra nel buio. Che non ha altra scelta se non continuare a camminare fina alla sua definitiva scomparsa.”

Cosa c’è di più terrificante e angoscioso che conoscere il punto esatto in cui la nostra strada avrà fine?

Probabilmente nessuno di noi vorrebbe vedere l’orlo del proprio precipizio e verrebbe da pensare che no, non esiste nulla di più spaventoso.

Eppure Giuseppe Aloe, nel suo ultimo romanzo dalle tinte noir, ci accompagna tra le righe di fronte a un’evidenza ancor più spaventosa, la certezza del vedere non solo la fine della strada, ma la strada stessa, in ogni suo particolare.

E’ questo che accade al protagonista del suo ultimo romanzo “Lettere alla moglie di Hagenbach”. Flesherman, un criminologo di fama internazionale, ha appena saputo di essere affetto da Alzheimer, ad uno stadio ancora iniziale, quando viene richiamato a Berlino per un’indagine.

E mentre collabora al caso, la sua mente comincia a viaggiare e ci trascina, insieme a lui, in un baratro di ricordi, stati onirici e immaginari che hanno il sapore di un sonno sempre più profondo.

“Poi mosse la bocca, come quando appena svegli si cerca di levare via il sapore del sonno. Quella specie di aria fiacca, quella ruggine della notte che rimane fissa sul palato e che non va via se non quando lavi i denti. Anche io la sentivo. Continuamente, Da quando mi ero ammalato anch’io sentivo il sapore del sonno stagnare fra l’ugola e la lingua. Come se da quella cantina che si era spalancata sotto di me, e che continuava a ingoiare la mia memoria, arrivasse un’aria umida, chiusa, senza speranze, l’aria della polvere. Il sapore del sonno.”

Con incredibile abilità l’autore ci immerge nella mente del protagonista, in un gioco di immedesimazioni dalla tela fittissima. L’incastro è perfetto: il protagonista vede sé stessonelle lettere che Hagenbach, uno scrittore scomparso da poco, scrive alla moglie malata come lui di Alzheimer, e il lettore non può far altro che sentire sulla propria pelle tutta l’angoscia di Flesherman nel vedere se stesso andare in mille pezzi.

Alla consapevolezza della propria fine seguirà un percorso tortuoso, seppure breve, nella mente di Flesherman, dove il sogno si mischierà alla realtà, e la realtà lascerà spazio ai ricordi, e i ricordi diventeranno altre storie, vite mai vissute, persone mai conosciute o irriconoscibili, fino all’estrema, totale e irreversibile perdita dell’io.

“Era uno stato onirico mio padre. Un sogno del mattino. E come fa a stancarsi un sogno del mattino? Non si stanca. Appunto. Continua nella sua instancabile marcia verso la tua oscurità, e, con un gioco di prestigio, l’illumina.”

La prosa è scorrevole, fluida, carica di metafore non sempre esplicite, mai banali. Segue con estrema leggerezza il flusso dei pensieri confusi di Flesherman, senza mai disorientare il lettore, e sa farsi poetica quando occorre.

Lo scenario del romanzo è un luogo senza troppi punti di riferimento, quasi a rimarcare la caducità della vita. Gran parte della vicenda è ambientata in Germania, ma l’autore non si sofferma troppo sui particolari ambientali se non per generare l’illusione di essere in un luogo senza confini precisi.

Sorvolare, allontanarsi da sé stessi e vedersi d’improvviso dall’alto: questa è la sensazione che vibra in tutte le pagine del romanzo. Un punto di vista sempre più lontano, fino alla scomparsa definitiva del nostro punto di fuoco.

Caro Flesherman, ci insegni a volare e a cadere giù alla velocità di un respiro e noi non possiamo fare altro che seguirti in questa lettura molto più che consigliata!

“A un me stesso perduto chissà dove. Un argonauta in fondo all’oceano che se ne sta in piedi in mezzo alle alghe. Una specie di pupazzo di stoffa, con i capelli finti e il sorriso stampato sulla faccia rotonda, le braccia mobili, come i tentacoli di una seppia. Avvolto nella carta stagnola, buttato in qualche pozzo, in mezzo alle campagne.”