La geopolitica della sfida per lo spazio (it.insideover.com)

di Andrea Muratore, del 20 febbraio 2020

Geopolitica dell'Esplorazione Spaziale

La sfida di Icaro nel terzo millennio

Gli ultimi anni sono stati interessati da un rinfocolamento della competizione strategica tra le potenze per la conquista dello spazio, divenuto terreno di competizione e oggetto di un crescente interesse da parte dei principali attori globali. La Cina e gli Usa, come in altri domini dimensionali, sono i capofila della competizione per rafforzare la propria posizione di forza in un ambiente di competizione che ha elevate implicazioni economiche e strategiche. Esiste dunque una vera e propria “geopolitica” dell’esplorazione spaziale. E proprio Geopolitica dell’esplorazione spaziale si intitola un recente saggio dell’ingegnere aeronautico Marcello Spagnulo, che vanta oltre trent’anni di esperienza nel settore aerospaziale ed è editorialista di “Airpress”, edito da Rubbettino.

Nel saggio, Spagnulo confronta la corsa allo spazio tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti con l’attuale contesa internazionale che oltre a Usa e Cina vede numerosi Paesi coinvolti: la Russia rimane una grande potenza del settore, mentre Francia, Israele e, in prospettiva, India e Giappone possono far sentire ampiamente la loro voce.

Fondamentale nella corsa al controllo dello spazio sono, secondo l’autore, “le flotte di droni e satelliti che assicurano, grazie a una copertura globale del pianeta, le comunicazioni militari, le cui tecnologie sono impegnate quotidianamente nel settore finanziario, industriale, logistico ed economico alla base della società moderna”. E se l’astronautica “nasce proprio da un’audace proiezione militare oltre i confini dell’atmosfera terrestre”, per quanto temprata da un’esigenza scientifica di “ampliamento degli orizzonti cognitivi dell’uomo”, è chiaro che l’aumento dell’interesse dell’opinione pubblica internazionale per la corsa allo spazio va di pari passo con la recrudescenza della competizione per il suo controllo.

Lo spazio affascina e attira, ora più che in passato: i budget miliardari stanziati da Donald Trump per il rafforzamento della Nasa, la creazione della Space Force a stelle e strisce, il nuovo fronte della politica spaziale europea costellata di investimenti, lo sfondamento di Pechino nel campo della messa in orbita di satelliti quantistici e nella conquista delle orbite geostazionarie col sistema di posizionamento BeiDou vanno di pari passo con una ripresa della pubblicistica specializzata e dell’attenzione dell’immaginario collettivo verso lo spazio. In questi giorni sono ricorsi i trent’anni della celebre foto “Pale Blue Dot” scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1 su iniziativa dell’astrofisico Carl Sagan,in cui è ritratta la Terra dalla distanza di oltre 6 miliardi di chilometri: una rappresentazione sia della piccolezza del nostro pianeta del cosmo sia delle potenzialità tecniche dell’ingegno umano.

In questa fase, tuttavia, le logiche di Realpolitik dominano sulle motivazioni, pur fondamentali, di matrice scientifica e, per così dire, “ideale” nella giustificazione delle scelte dei decisori strategici. Contattato da InsideOver, è lo stesso Spagnulo a spiegare perché: nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, i programmi del piano di esplorazione spaziale Artemis relativi alla Luna e Marte che hanno giustificato il rilancio del budget Nasa sono “tutti obbiettivi dal fascino onirico, ambiziosi, stimolanti ma che mascherano quella realtà politica che nel libro chiamo con il termine “tecnopolitica”, un connubio tra pragmatismo e Realpolitik che permea l’essenza stessa dell’esplorazione dello Spazio”.

Il contesto della rivalità geopolitica terrestre è, in fin dei conti, la vera chiave di volta della questione. “La sfida terrestre degli Usa con la Cina e con la Russia si sposta nello Spazio eso-atmosferico al punto che gli americani devono spostare il loro “Higher Ground” verso la Luna dato che Pechino diventa protagonista nell’orbita bassa della Terra con una sua stazione spaziale simile alla odierna Iss, anche se più piccola”.

La sfida è di quelle complesse. Agli Stati si aggiungono le ambizioni delle grandi multinazionali della tecnologia, che tra società attive nel mercato dei lanci (Space X), compagnie con l’obiettivo dello sfruttamento minerario degli asteroidi e progetti avveniristici per la comunicazione satellitare mirano a posizionarsi strategicamente in un settore che è destinato ad essere affollato e competitivo.

Le dinamiche terrestri ricordano quelle che si riflettono nella corsa allo spazio: e così, ci dice Spagnulo, anche nella partita spaziale chi potrebbe sicuramente farsi sentire con maggior convinzione è l’Europa, continente in cui si sta materializzando “quell’ambigua contraddizione di un continente nano politicamente e gigante economicamente. La seconda area mondiale di libero scambio con oltre mezzo miliardo di abitanti e un prodotto interno lordo di oltre sedici trilioni di dollari, sconta un’inconsistente integrazione politica e militare”. La cooperazione occidentale, in questo campo, può dare frutti importanti per rafforzare il comparto europeo, e l’Italia sembra averlo compreso.

La nuova corsa allo spazio è dunque entrata nel vivo e impatterà con forza, in futuro, sugli equilibri di potere nel pianeta. Come nel caso della corsa alla rivoluzione tecnologica, la competizione in un contesto che appare immateriale avrà grandi riflessi concreti negli equilibri di potere. Economia e geopolitica ne saranno fortemente condizionati: e non c’è dubbio sul fatto che nei prossimi anni sarà necessario prestare crescente attenzione a ciò che accade centinaia, se non addirittura migliaia, di chilometri sopra le nostre teste.