Il progresso della società aperta (osservatoreromano.va)

di Alberto Lo Presti, del 31 gennaio 2020

Il cammino della libertà

Storia della società aperta dal mondo antico alla modernità

Dare un senso alla storia è stato lo scopo di tanti e, fra mille peripezie, chi si è cimentato in questa impresa ha mostrato, al di là delle interpretazioni prodotte, l’irriducibile difficoltà della cosa. Sì, come diceva il vecchio Hegel, è difficile orientarsi in questo che a prima vista appare come un «banco di macellaio», cioè una storia che si manifesta come un sanguinoso e disordinato comporsi di eventi intrisi di passioni, regolati dalla volontà di potenza, destabilizzati da inimicizie e tragedie.

 

Di fronte a tale difficoltà c’è chi desiste dall’impresa e chi, invece, la affronta, dedicandovi gli sforzi di una vita. È questo il caso di Rocco Pezzimenti, autore di numerosi studi in campo filosofico, politico, sociale, e che di recente ha ridato alle stampe il volume Il cammino della libertà. Storia della società aperta dal mondo antico alla modernità (Soverìa Mannelli, Rubbettino, 2019, pagine 530, euro 36). 

 

Il libro si presenta come ponderoso e tuttavia è organizzato e scritto in modo da consentire agevolmente al lettore di entrare dentro lo spirito delle epoche rivisitate dall’antichità fino al mondo moderno attraverso il contributo dei suoi principali esponenti, cioè i filosofi, i giuristi, i protagonisti delle vicende principali che hanno scandito le tappe del progresso della “società aperta”. Quest’ultima nozione è stata centrale nella filosofia politica della prima parte del secolo scorso, quando Bergson, e soprattutto Popper, la introdussero nel dibattito per spiegare le ragioni contrarie all’autoritarismo in politica. La società aperta, in tal senso, era all’epoca l’antidoto alle catastrofi che la storia aveva posto in essere, con il nazifascismo e il comunismo. Essa si proponeva come una struttura in cui il potere politico ammetteva i propri limiti, fondava una società tollerante, rispettava le inalienabili e imperscrittibili prerogative individuali. Andava difesa sempre e comunque dai suoi “nemici”, che in quel drammatico scorcio di secolo avevano assunto le riconoscibili sembianze dei totalitarismi. 

 

Il volume di Pezzimenti parte da un presupposto diverso. Affrontare le crisi dei sistemi liberal-democratici con la paura di chi teme l’irreparabile è una parte, e solo una, della ricerca politica. Da essa nascono i moniti e le denunce contro i “nemici” della società aperta, utili sicuramente per orientarsi in un presente ancora offuscato da tensioni di tipo autoritario e neosovranista. Ma non basta: ci vuole lo spirito di chi intravede nella crisi la possibilità implicita di riconoscere nella storia e nelle tradizioni gli sforzi compiuti per affermare i principi e i valori delle “società aperte”. I compagni di viaggio, in altri termini, non sono i nemici contro cui scagliarsi, né gli irriducibili avversari che vorremmo defenestrare dalla storia: ma gli “amici” della società aperta, coloro che ci hanno consegnato il testimone e che, legittimamente, vorrebbero non aver vissuto invano. Ciò che Pezzimenti descrive è il «difficile», «lento», «progressivo», cammino verso le società aperte, iniziato con la germinazione di esse nel mondo romano, la prima società liberale della storia, che attraverso l’opera di grandi figure come Cicerone, Seneca, Tacito e altri, ha ribadito la necessità di edificare i nostri assetti civili sulle basi del riconoscimento della dignità della persona e del diritto delle genti.

 

Questi sono fattori non esclusivamente morali, cioè determinanti la maturazione della persona, ma cause efficienti dello sviluppo delle comunità, perché capaci di assicurare stabilità e progresso e, dunque, di far fiorire la vita sociale e sviluppare quella economica. 

 

Così come Roma nel mondo antico, e di riflesso nel mondo medievale (ampiamente trattato dall’autore), ha costituito un propulsore della società aperta, il mondo moderno può riconoscere nel sistema inglese un modello di irradiazione valido e influente. Il collegamento fra i due non è ipotetico e ragioni storiche e istituzionali le pongono in contiguità rispetto ai temi della centralità del pensiero giuridico, del rispetto per la tradizione e di un certo acume pratico-politico, che si manifesta nella categoria del «senso del limite», che indusse entrambe a riconoscere alcune linee di demarcazione dell’impresa politica rispetto ai fini della vita buona. In particolare, tale «senso del limite» appare storicamente collegato alla chiara distinzione nella cultura dei diritti fra ciò che pertiene alla sfera pubblica e ciò che, invece, è della sfera privata. La galleria di autori rivisitata è davvero imponente e spazia dal mondo romano a quello cristiano, con un interessante e originale excursus nel pensiero politico islamico e un capitolo dedicato a Dante e al suo tempo. 

 

Il mondo moderno è affrontato dai teorici della ragion di Stato fino alle dottrine socialiste e liberali del XX secolo, con degli approfondimenti di figure come Guicciardini, Machiavelli, Vico, Montesquieu, Constant, Tocqueville, fino a Marx e Bernstein. In filigrana, come valore aggiunto gravido di successive possibili esplorazioni, è possibile leggere l’articolarsi dell’idea di «ordine dinamico», una concezione della salute degli assetti politici che, in Pezzimenti, si propone come fattore esplicativo di una storia virtuosa, in grado di riconoscere nell’incompiutezza del proprio assetto e nell’incessante ricerca del progresso i caratteri specifici delle società proiettate verso l’avvenire e guidate dalla consapevolezza della propria storia e della propria identità.