Il “Dio Nascosto” nella produzione letteraria di Corrado Alvaro (larivieraonline.com)

di Bruno Chinè, del 02 febbraio 2020

Il Dio Nascosto

Viaggio nel cristianesimo di Corrado Alvaro

Circa venti anni fa Giovanni Carteri, studioso di Cesare Pavese e cultore della letteratura italiana meridionale, ha dato alle stampe, per i tipi di Rubbettino, un prezioso volumetto dal titolo “Il Dio nascosto, Viaggio nel cristianesimo di Corrado Alvaro”. L’Autore del saggio, prematuramente scomparso, ci ha lasciato studi su Cesare Pavese, confinato politico a Brancaleone, saggi su Corrado Alvaro e la Madonna di Polsi e altri articoli su riviste e giornali.
Nel saggio che esaminiamo Carteri passa in rassegna, con diligenza certosina, la vasta produzione letteraria dello scrittore di San Luca alla scoperta delle radici della sua religiosità cristiana.
Alvaro, traduttore del vangelo Di Marco e attento lettore del Vecchio Testamento, sa bene che nel libro Sacro Dio resta sempre “absconditus”. Alla domanda del Profeta, che rivolgendosi a Dio chiede «Dimmi, chi sei?», una voce risponde «Ego sum qui sum», affermazione che dimostra come Dio si riveli nascondendosi, non si lasci definire con parole umane, che la sua realtà trascenda l’umano. Dio è l’ineffabile, l’indefinibile, l’assolutamente altro. Ma Corrado Alvaro non trae ispirazione solo dal Dio della Bibbia, di Mosè, dei Profeti; si ispira principalmente al Dio dei Vangeli, al Dio vivente. Per questo è attratto dal Vangelo di Marco, che traduce regalandone la prima copia alla madre. Le radici del cristianesimo di Alvaro vanno cercate quindi nei Vangeli e nella tradizione cristiana così come s’è venuta formando nei libri del Nuovo Testamento.
Sul giovanissimo Alvaro più che gli studi sui Vangeli hanno influito le sacre rappresentazioni che nelle varie feste liturgiche venivano rappresentate nel suo paese come in tutti gli altri borghi della Calabria. Si tratta di quelle sacre rappresentazioni tanto di moda in Inghilterra nel teatro del periodo arcaico e da cui trarrà ispirazione lo stesso teatro elisabettiano. Scrive Carlo Carena, nell’introduzione al libro di Carteri, che la religiosità di Alvaro, uomo del Novecento, era fatta “di riti, di affondi nel tempo, animata, e approfondita dalla simbologia”, che conservava “ancora e sempre la traccia indelebile della religiosità d’una terra antica, su cui è stratificato greco e bizantino, animismo e Controriforma”. Alvaro è il più europeo degli scrittori meridionali, ma nel suo peregrinare porta con sé la cultura del luogo natio così come s’è stratificata indelebilmente nei suoi primi anni di vita, quando con le persone e le cose aveva ancora un rapporto amniotico.
Ma il cristianesimo di Alvaro non è fatto solo di simboli e di elementi folcloristici. Nel “Viaggio” scrive: “Conosco l’importanza del pane e del companatico, e le regole per gustarli meglio, che è rispettarli come dono di Dio. Da noi un pezzo di pane che cade a terra si raccatta e si bacia”. Questa tradizione era presente in tutte le famiglie calabresi nella civiltà contadina.
A volte quello che non avviene con lo studio dei testi sacri si verifica durante la celebrazione d’un rito religioso. Così Alvaro, durante la celebrazione della Messa per la prima comunione del figlio Massimo, avverte la solennità e il miracolo che unisce umano e divino. La consacrazione eucaristica ha la forza di attrarre Dio in terra (“Misterium fidei”), ma anche gli altri misteri del cristianesimo vengono visti alla luce della religiosità popolare, compreso lo scandalo della Croce: un Dio che si fa uomo e accetta di essere crocifisso per la salvezza eterna dell’uomo. Proprio questo scandalo impietosisce il popolo che si sente quasi responsabile di quella morte ingiusta, anche se salvifica.
Dopo la rappresentazione sacra Alvaro torna a casa più sereno, specialmente in occasione delle cerimonie pasquali, quando il sacerdote invoca la benedizione del Cristo risorto sulle famiglie e su tutti i beni terreni che sostengono la vita degli uomini. Questa religiosità Alvaro la riscontra in Tommaso Campanella che “rappresenta il calabrese più italiano, uno degli italiani più vivi, quello che si accosta alla vita e alla civiltà e all’avvenire partendo dal popolo, dal senso religioso della Calabria monastica, da quell’accento e disposizione d’animo primitivi, in cui tutti i popoli somigliano come somigliano gli infanti”. Questa religiosità, a ben guardare, era presente nei Greci; non nella religione olimpica che aveva principalmente un valore civile, ma in quella misterica: nei misteri Eleusini e in quelli Orfici arrivati in Calabria con Pitagora.
Ma qual è la vera natura di questo calabrese errante per il mondo che porta dentro di sé il proprio paese così come Kierkegaard porta la spina nel tallone? È stata individuata da tanti studiosi nel ricordo. Dice Carteri: “È proprio nel ricordo e nel ritorno al paese che memoria e vita, realtà e fantasia formano un tutt’uno: naturale riserva di prototipi mitici infantili che renderanno la sua vita una sconfinata nostalgia, una ricerca di un nuovo stato prenatale che lo iniziasse perpetuamente alla vita”. Questi ricordi infantili ormai fanno parte della sua personalità di scrittore calabrese ed europeo.
Quando è già ammalato riceve in dono un presepe opera d’una grande artista di Gioiosa, Donna Gemma: la gioia torna a brillare negli occhi dello scrittore come fosse tornato bambino quando si reca in chiesa per ammirare il presepe rustico del suo paese.
Alvaro è uno scrittore di statura europea, ma resta principalmente un poeta anche quando scrive in prosa. Molti studiosi lo inquadrano nel neorealismo, aggiungendo magico. Ma di magico, secondo me, c’è solo il linguaggio poetico, e la poesia, dice Heidegger, resta per l’uomo, limitato nel tempo e nello spazio, l’unico mezzo per avvicinarsi all’infinito. La parola, per il grande filosofo tedesco, è la casa dell’Essere, svela e nasconde, insomma la parola rimanda a un quid indefinibile che sa di religioso.
Forse questo vale anche per la scrittura di Alvaro.