I cannibali di Mao. La nuova Cina alla conquista del Mondo (remocontro.it)

di Antonio Napolitano, del 29 aprile 2020

I Cannibali di Mao

La nuova Cina alla conquista del Mondo

Come nasce il gigante

Come mai la Cina, fino a ieri produttore di mercanzia a basso costo, oggi domina il mercato high-tech mondiale, si impone come attore globale, assume il controllo economico e finanziario di intere nazioni ed è in grado di “richiamare all’ordine” persino gli Stati Uniti d’America?

Prova a dare qualche risposta Marco Lupis che nel libro ci spiega l’origine del nuovo potere globale cinese, quali sono le sue radici e dove ci sta portando. Lo fa cominciando da quell’alba umida e rovente del gennaio del 1995, quando atterrava per la prima volta nella sua vita nel vecchio aeroporto Kai Tak di Hong Kong, lembo di terra in Cina, allora ancora saldamente colonia di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra.

Giovanotto d’avventura

Giovane reporter poco più che trentenne, già con una discreta esperienza alle spalle come inviato in alcuni conflitti e in America Latina, ma con nessuna conoscenza dell’Estremo Oriente e della Cina, iniziava così quella che lui stesso ha definito: “Una vera storia d’amore. Vissuta non con un’altra persona, ma con un continente, l’Asia e con un popolo in particolare: i cinesi”. E in Cina, basato a Hong Kong, ci rimarrà – salvo brevi pause – fino a oggi, raccontandone ai lettori (anche a quelli di Remocontro) – da collaboratore delle maggiori testate italiane e della RAI – l’attualità più stringente, gli avvenimenti più imprevisti e curiosi, e soprattutto quella diversità che la rende così lontana da noi non solo geograficamente, ma con la quale ormai, oggi, ci siamo trovati tutti a fare i conti ogni giorno: anche quando tifiamo per la nostra squadra di calcio preferita divenuta, nel frattempo, cinese anche lei.
Nel 2000 ad Hong Kong lo raggiungerà la famiglia intera: la moglie, Silvia, appena sposata, e l’anno seguente vi nascerà la figlia, Caterina. Nel 2003 finirà sulla “lista nera” del governo di Pechino, per i suoi reportage coraggiosi sulla terribile epidemia di SARS, che non fanno sconti alle responsabilità della Cina nell’avere taciuto e sottovalutato l’entità del contagio.

Il vizio di raccontare

Dopo averci raccontato le terribili esperienze vissute come reporter di guerra ne “Il Male Inutile”, nel suo instancabile peregrinare attraverso la Cina (e le “altre cine: Hong Kong, Macao e Taiwan) Lupis – considerato oggi uno dei giornalisti italiani con la più lunga esperienza e conoscenza dell’Estremo Oriente – giorno dopo giorno, anno dopo anno, racconto dopo racconto, reportage dopo reportage, in questo libro ci porta per mano attraverso i cambiamenti epocali del gigante cinese, che egli stesso sembra raccontare con stupore, quando scrive «L’ho vista mutare giorno dopo giorno davanti ai miei occhi. La Cina cambiava a ritmo esagerato, un ritmo “cinese”, dove in una settimana si verificavano i cambiamenti che da noi si verificano in un mese, e in un mese quelli che in qualsiasi altro posto richiedono un anno», e ci fa capire la realtà cinese odierna come pochi altri.

Allora la prima Sars

Unico giornalista italiano presente nell’area nei terribili quei mesi della prima Sars. Ricco di notizie e di avventure, di emozioni, testimonianze e anche molta ironia, questo libro è al tempo stesso un ininterrotto reportage lungo venticinque anni e un diario di viaggio, ma soprattutto è l’appassionante romanzo della storia umana di un giornalista, di un uomo, che ha attraversato le trasformazioni e gli sconvolgimenti degli ultimi decenni in Cina, e per questo è in grado, più di molti altri, di aiutarci a comprendere l’attualità e i pericoli rappresentati dalla Cina di oggi.

 

Marco Lupis racconta e si racconta

È passato ormai un quarto di secolo da quando, nel dicembre del 1995,  misi piede in Asia, per la prima volta nella mia vita. Avevo trentacinque anni e l’Asia era diversa. La Cina era diversa. Il mondo era diverso.

L’Oriente era ancora un luogo piuttosto remoto, poco frequentato e ancor meno conosciuto. La Cina, poi, era praticamente un altro pianeta, che i turisti italiani, gli uomini d’affari italiani e in parte anche i giornalisti italiani, visitavano poco. Una meta esotica, non molto di più.

Oggi Pechino è una superpotenza planetaria, influenza le sorti del globo e si confronta, alla pari, con gli Stati Uniti d’America. Anzi, detiene la maggioranza del debito pubblico americano. Un giovane che conosca il cinese ormai ha il lavoro e il futuro assicurati e anche il più grande dei miei figli, prima di laurearsi, è andato a fare uno stage a Shanghai.

Per quanto mi riguarda, in questi decenni è cambiata radicalmente anche la mia professione, quella del giornalista, corrispondente o inviato all’estero. Ed è stata la tecnologia a renderla obsoleta, forse del tutto inutile, come è accaduto per tante altre professioni.

La diffusione planetaria di internet, la comunicazione istantanea di qualsiasi avvenimento in qualsiasi parte del mondo in tempo reale, ha reso non più necessaria, e forse persino un po’ patetica, la figura del giornalista che andava sul posto, spesso affrontando lunghi, faticosi e difficili spostamenti, con l’intento di raccontare attraverso i suoi occhi quel che succedeva dall’altra parte della terra. Con quel solo e unico fine che ogni giornalista ha sempre avuto: dare la notizia.

A togliergli il lavoro ci hanno pensato i vari YouTube, Facebook, Instagram e i milioni, per non dire miliardi, di “giornalisti virtuali”, che con uno smartphone registrano un video mentre le cose accadono, e pochi istanti dopo lo mettono in rete. O che decidono di aprire un blog, e diventare così, istantaneamente, giornalisti, direttori e editori in un colpo solo. Con un pubblico planetario di potenziali lettori.

Così oggi conosciamo tutto ciò che accade, dappertutto e soprattutto immediatamente. Quasi sempre però senza nessuna elaborazione critica, nessuna mediazione culturale e, quel che è veramente grave, senza nessuna possibilità di verifica.

Qualcuno dirà che è giusto così, che non ha senso criticare tutto questo, visto che ormai anche le enciclopedie non le scrivono più gli esperti, ma il primo che passa nel web.

(…) Certo è che se oggi qualcuno dei miei tre figli accenna all’idea di intraprendere il mio stesso mestiere, mi viene spontaneo sconsigliarlo. Spiegandogli pazientemente che io sono la persona meno indicata a dare un consiglio del genere. Perchè è come se, mentre loro stanno guidanndo un’auto a idrogeno, chiedessero al papà maniscalco se vale la pena di imparare a ferrare i cavalli.

Questo libro quindi, specialmente nella sua prima parte che si intitola, provocatoriamente “Quando i comunisti mangiavano i bambini”, va letto – per chi avrà la pazienza di farlo – come un lungo racconto “d’altri tempi”, quando i pezzi si spedivano in redazione usando il fax o magari dettandoli ancora al telefono.

Gli articoli attraverso i quali si snoda il racconto della mia vita e del mio lavoro in Asia, sono stati pubblicati in un periodo che copre appunto quasi un quarto di secolo, dal 1995 al 2018. Sono apparsi sulle varie testate per le quali ho lavorato da Hong Kong in quest’arco di tempo, cominciando da «Panorama», il «Corriere della Sera» e «Il Tempo», fino al mio incarico come corrispondente del gruppo editoriale «L’espresso»-«la Repubblica». Su di essi, si basa il racconto di questa prima parte, anche se i testi originali sono stati ampiamente riscritti e sono frutto di una nuova e diversa narrazione, pensata per questo libro, che non va letto come una mera raccolta di vecchi “pezzi”, come si dice in gergo, perché non lo è, e non vuole esserlo. Questo libro è invece la mia testimonianza di quegli avvenimenti, spesso curiosi, troppe volte tragici, a volte persino divertenti, visti e raccontati con gli occhi di un giornalista “tradizionale”. Testimonianze di ciò che accadeva in quell’Oriente che era ancora quasi sempre “estremo”. Non soltanto perché “lontano”, ma per la crudezza di ciò che vi accadeva o semplicemente perché gli usi e i costumi erano ancora veramente esotici, e così diversi ed estremi, appunto, rispetto ai nostri.

Si tratta della mia “istantanea” dei tanti fatti di cui sono stato testimone in questi anni. Introdotti e contestualizzati dai ricordi personali della mia vita di ogni giorno laggiù; la vita di un corrispondente con l’incarico di informare i lettori italiani di ciò che stava succedendo all’altro capo della terra.

Ma non c’è soltanto questo. C’è soprattutto quello che – una volta inviato in redazione il pezzo quotidiano – restava nella mia “penna”. Quello che non si può mettere in un articolo, dove si può parlare di tutto, ma non di sé; di ciò che profondamente ci sta a cuore, e costantemente censuriamo. Un cronista, un inviato, racconta cosa è accaduto, chi è morto, e perché, e dove. Quasi mai ha modo di raccontare dei volti di quelli che ha incontrato, dei loro sguardi, delle frasi che gli hanno detto, fuori dalla “ufficialità” della cronaca, del reportage. Gli incontri con persone straordinarie, per esempio. Delle tante di cui ho perso ormai completamente le tracce, di altre che non ci sono più, e di altre ancora che sono entrare a far parte della cerchia di amicizie più care, quelle amicizie che ancora oggi – compatibilmente col fatto di essere spesso dislocate qua e là nel mondo – continuo a frequentare ogni volta che è possibile, spesso per ricordare insieme quegli anni e quell’Oriente lontano nel quale ci siamo conosciuti. Vittime tutti, chi più chi meno, di una inguaribile nostalgia per una vecchia storia d’amore. Vissuta non con un’altra persona, ma con un continente.

Non è stato semplice infilare quasi venticinque anni densi di lavoro e di vita tra due copertine. Non avendo mai tenuto un diario e con l’abitudine di prendere pochissimi appunti scritti, per riuscirci mi sono affidato alla memoria e ai ricordi; alcuni in procinto di svanire, altri presenti, dettagliati e vividi come se riguardassero fatti accaduti ieri. A volte, con mia grande sorpresa, ho riletto articoli pubblicati ormai dieci o quindici anni fa che avrei potuto scrivere oggi, tanto poco sono cambiate, nel frattempo, certe realtà e certe situazioni.

Come è accaduto per il vasto capitolo dedicato al racconto dell’epidemia di Sars del 2003: se si chiudono gli occhi e si sostituiscono le date, potrebbe essere il racconto di ciò che stiamo vivendo tutti oggi: il mio “Diario della Sars”, potrebbe essere un Diario odierno del Coronavirus.

L’area geografica che ho avuto l’incarico di “coprire” – come si dice in gergo – facendo base nella città in cui ho vissuto, Hong Kong, ha abbracciato l’intero Far East, dalla Cina all’India, dalle Filippine al Giappone, con qualche sortita fino all’Australia, alle Hawaii e addirittura, in un caso, all’Antartide.

Dopo una parentesi di qualche anno a Bali, in Indonesia, dove mi trasferii da Hong Kong nel 2003 con la mia seconda moglie Silvia e i figli avuti dal nostro matrimonio, Caterina e Alessandro, sono rientrato in Italia, decidendo di andare a vivere nella terra d’origine della mia famiglia, la Calabria, in cerca di un luogo “mio”, dopo tanti anni trascorsi  – inevitabilmente -da estraneo, in una cultura e in una civiltà millenarie che, per quanti sforzi possiamo fare noi occidentali, non ci apparterranno mai.

Sono tornato in Cina per scrivere la seconda parte di questo libro la quale, con la stessa vena provocatoria della prima, ha come titolo” Non ci sono più i comunisti di una volta”. Ho voluto tornare per mostrare Hong Kong e la Cina a mia figlia, che pur essendovi nata conservava pochissimi ricordi della sua infanzia vissuta laggiù. Insieme abbiamo riscoperto la nuova Cina, quella che ormai è partita “alla conquista del Mondo”.

Nel frattempo, ho continuato la mia attività giornalistica, scrivendo di questi argomenti per alcune testate, sia estere che italiane, soprattutto online. Il mondo è cambiato, l’ho detto.

Forse sono arrivato a un punto di saturazione per tutte le storie difficili che ho dovuto raccontare. Non sono mai riuscito ad applicare al mio lavoro quel distacco totale, che rischia facilmente di trasformarsi in cinismo, che ho visto talvolta negli occhi di alcuni colleghi. Ma ritornare in Cina e ritrovare irrimediabilmente cambiata e probabilmente irriconoscibile, quella parte di mondo che ha rappresentato così tanto nella mia vita per quasi cinque lustri è stato un rischio che ho dovuto correre. Soprattutto quella città, Hong Kong, che continuo comunque a considerare a tutti gli effetti la mia seconda patria; dove è nata mia figlia e dove sono cresciuto professionalmente e soprattutto umanamente.

Ma non ho mai nutrito dubbi che, ritornando, sarei stato subito nuovamente assalito da quello che i francesi chiamano le mal jaune e avrei provato di nuovo quella stessa identica sensazione che provavo ogni volta, atterrando all’aeroporto dell’ex colonia inglese, rientrando da qualche missione nell’area o dai brevi periodi di vacanza in Italia.

Per questo, mentre Caterina ed io guardavamo dal finestrino la baia di Kowloon, piena di imbarcazioni di ogni genere e dimensione, e l’aereo della Cathay Pacific si metteva ancora una volta in linea con la pista di atterraggio, virando sopra le montagne dell’isola di Lantau, mi sono sorpreso a pensare: «finalmente a casa!».