Dalla Calabria a Costantinopoli. Storia di Grande Ammiraglio ottomano nel Mediterraneo del Cinquecento (Lanostrastoria.corriere.it)

di Alessandro Guerra, del 24 marzo 2021

Uccialì

Dalla Croce alla Mezzaluna. Un grande ammiraglio ottomano nel Mediterraneo del Cinquecento

Nella storia della guerra di corsa nel secolo XVI occupa un posto preminente la figura di Uccialì, che ancora oggi affascina per la vicenda umana che lo rese protagonista indiscusso della scena mediterranea, di quel mare che per alcuni storici politically correct è divenuto il «mare degli incontri», addirittura il «mare dell’amore», ma che per Uccialì fu sempre e soltanto un «mare insaguinato», secondo la definizione di un famoso storico britannico del Mediterraneo. 

Ed è ora Mirella Mafrici, autrice di numerosi apprezzati contributi sulla storia dell’Europa mediterranea, a focalizzare l’attenzione su questo protagonista di una stagione complessa con il volume, “Uccialì. Dalla Croce alla Mezzaluna. Un grande ammiraglio ottomano nel Mediterraneo del Cinquecento”¸ edito nella Collana “Dritto/Rovescio” diretta da Eugenio di Rienzo per Rubbettino Editore, che è la prima biografia scientifica di colui che fu nominato Generale del Mare dal Sultano Selim II. A parte la biografia di Gustavo Valente degli anni Sessanta del Novecento e quella, più recente, di Emilio Sola Castaño, non sono state pubblicate, infatti, ricerche approfondite sulla vita del calabrese “tignoso” – “ingiuria” che gli fu attribuita da un’infezione micotica dello strato superficiale della cute di cui fu affetto fin  da ragazzo −, rapito e divenuto schiavo “del remo” a Costantinopoli, prima di intraprendere una folgorante carriera guerriera e marinara che lo portò a raggiungere i vertici della gerarchia militare e politica del Sublime Stato ottomano elevatosi in potenza e magnificenza sulle rovine dell’Impero bizantino, per poi ingaggiare un duello mortale con la Repubblica imperiale veneziana e con la Monarquía universal española.

Con questa ricerca l’autrice riannoda il fil rouge, mai interrotto, con gli studi iniziali dedicati alla pirateria, alla guerra di corsa, al fenomeno dei rinnegati e degli schiavi nel Mediterraneo in età moderna. Negli ultimi anni non solo il dialogo con vari studiosi italiani e stranieri che si sono interessati della tematica, ma anche la partecipazione a conferenze, dibattiti, convegni nazionali e internazionali, le hanno consentito di indagare sulla storia della frontera della fede che attraversava l’antico Mare nostrum latino nel secolo XVI, dove si fronteggiavano la Cristianità e l’Islam. Con il supporto di un’ampia e aggiornata bibliografia, il ricorso ad una vasta documentazione in parte inedita o poco nota, reperita in archivi e biblioteche italiani e stranieri, e una approfondita conoscenza del dibattito storiografico, la Mafrici ricostruisce la figura di una personalità emergente in quel secolo a partire dalla cattura da parte di Khair-ed-din Barbarossa, nel contesto delle vicende legate al Mediterraneo, agli attacchi turco-barbareschi alle sue coste. 

Originario di Le Castella, un piccolo borgo vicino a Isola in Calabria Ultra,  Uccialì  nasceva “al secoloˮ Giovan Dionigi Galeni − figlio di Birno e di Pippa de Cicco −, che riceveva i primi rudimenti d’istruzione per volere del padre desideroso di sottrarlo al duro mestiere di pescatore da lui esercitato. Nel 1536 il saccheggio della terra natia da parte del Barbarossa sconvolgeva la sua esistenza: catturato e messo in vendita a Costantinopoli, era posto “in bella mostra” al mercato e comprato per poco prezzo da Ja’far, che lo inchiodava prima alla voga in una delle sue galeotte, poi lo destinava per la cagionevole salute ai servizi domestici in casa sua. Le invidie degli altri schiavi, le angherie, l’uccisione di un napoletano, il carcere, sono episodi noti come il rinnegamento per sottrarsi anche alla possibilità di una condanna a morte. Erano anni di intensi mutamenti per il giovane che iniziava a far parte di una categoria molto affollata in quel tempo, quella dei rinnegati. Il nome nuovo, Uccialì, il matrimonio con Bracaduna, figlia di Ja’far, gli permettevano di iniziare quell’ascesa sociale che lo portava a navigare per tanti anni al seguito del famoso corsaro Dragut, prima di intraprendere azioni in proprio, in un contesto caratterizzato da una forte pressione franco-turca negli anni precedenti l’abdicazione dell’imperatore Carlo V (1556) e da una politica diversa adottata dal figlio Filippo II, nuovo re di Spagna e delle Indie. 

Uccialì era sempre più apprezzato per abilità e ardire combattivo tanto che l’eco delle sue gesta giungeva a Costantinopoli, addirittura al Sultano che lo nominava in seguito capitano della squadra di Alessandria, conferendogli anche il comando della nave ammiraglia. Nella spedizione spagnola contro Tripoli e Dragut, affidata dalla Spagna al duca di Medinaceli, viceré di Sicilia, nel 1559, indiscusso era il ruolo del rinnegato, una personalità emergente alla Corte ottomana come sottolinea la Mafrici, che si sofferma sulla sua partecipazione alla presa di Gerba, quando a capo dell’avanguardia turca, si lanciava «con violenza e impeto contro i cristiani, catturando una ventina di galee con 5000 uomini tra soldati e marinai». 

Un’analisi storica avvincente, quella dell’autrice, che, tra le altre cose, rievoca l’impresa di Villafranca, quando il rinnegato, prima di divenire padrone della Barberia, fu sul punto di imprigionare un aristocratico di grande spessore politico e militare come Emanuele Filiberto di Savoia. La morte di Dragut, durante l’assedio di Malta (1565), spianava la via a Uccialì che otteneva il governatorato di Tripoli sostituendo il terribile corsaro. La protezione che gli accordava il nuovo sultano Selim II lo portò ad acquisire anche il regno di Algeri: «Occhialì bassà d’Algeri» lo definiva il bailo di Costantinopoli (e cioè il rappresentante della Serenissima Repubblica di Venezia nella capitale ottomana), Marcantonio Barbaro, «quasi a voler sottolineare il ruolo di primo piano che il rinnegato tendeva ad assumere sempre più nel Mediterraneo e nell’universo barbaresco, ma anche nella Corte del Sultano». Ed era la rivolta dei moriscos di Granada a fornire al Calabrese l’occasione per impossessarsi di Tunisi, in un momento internazionale complicato, con la “rottura” del Turco con Venezia e l’impresa di Cipro. 

Uno degli eventi più sanguinosi degli anni Settanta si rivela, per l’autrice, proprio l’attacco contro Cipro e quindi contro Venezia per il controllo strategico degli insediamenti facenti parte dello Stato da Mar di quella Serenissimaun attacco fortemente voluto dal Sultano in quel particolare momento storico, con Madrid impegnata contro i granadini e Costantinopoli pronta ad approfittare del disimpegno forzato della Spagna. La caduta di Nicosia, l’assedio di Famagosta ma soprattutto la fine del governatore Marcantonio Bragadin, scorticato vivo e squartato, provocavano profonda impressione e sconcerto tra gli Stati europei, impegnati ad arginare il pericolo turco-barbaresco nel Mediterraneo. In quegli anni di grande incertezza per la Cristianità, «attaccata in molti Stati dai seguaci di Lutero, sconvolta dalla guerra dei moriscos, assediata dagli infedeli a Cipro, Pio V mobilitava con la sua forza di persuasione e il suo cinico machiavellismo le Potenze cattoliche sotto l’egida della Sacra Lega». 

L’arco temporale in cui si snodano gli avvenimenti che hanno visto protagonista Uccialì, ovvero gli anni Cinquanta-Ottanta del secolo XVI, era caratterizzato da massicci attacchi turco-barbareschi nel Mediterraneo occidentale, in un contesto internazionale in cui gli Stati cristiani si coalizzavano contro il Turco, specie dopo la guerra di Cipro. La Mafrici approfondisce ed analizza con notevole capacità critica sia le varie imprese alle quali il rinnegato partecipava, sia lo straordinario successo e l’eco che tali imprese suscitavano tra i contemporanei, con molti coprotagonisti. Accanto al rinnegato, infatti, si incontrano autorità, sultani, sovrani, corsari, spie, rinnegati, diplomatici, comandanti, tutti inseriti in un quadro storico molto ampio, in cui si intrecciavano le vicende della Spagna, degli Stati barbareschi, del Papato, della Repubblica di Venezia. E in primis la Sacra Lega e la battaglia di Lepanto. Il 7 ottobre 1571, «la più grande giornata che vedono i secoli» secondo Miguel de Cervantes, si scontravano non solo Turchi e Cristiani, ma anche due civiltà che si presentavano con poderosi schieramenti, stendardi militari, insegne sfarzose. Lo speronamento dell’ammiraglia turca Sultana da parte della spagnola Real, il sanguinoso scontro tra le due armate, condizionarono le sorti dello scontro, decise in buona parte dalle galeazze veneziane ben armate e dal vento favorevole che avvantaggiò l’armata della Lega Santa.

Nel conflitto, durato cinque ore, il rinnegato comandava l’ala sinistra dello schieramento turco con un imponente numero di legni ai suoi ordini e si trovava a fronteggiare le unità del Corno destro agli ordini del genovese Gian Andrea Doria. L’un contro l’altro, dunque, i due migliori combattenti del mare del tempo − si erano già “incontrati” nel 1556 a Gerba −, che scrutavano l’uno i movimenti dell’altro. La frantumazione dello schieramento cristiano con l’apertura di un varco di circa un miglio consentiva a Uccialì di sferrare l’attacco al centro investendo con più vascelli le galere cristiane. E il tardivo arrivo del Doria e di altri comandanti non bastava a salvarle, anzi attraverso il varco egli spiegava le vele e si dileguava in mare aperto invano inseguito dal Genovese.     

Il “Tignoso”, l’unico uscito dallo scontro senza perdere la reputazione, tornava a Costantinopoli portando con sé gli schiavi musulmani liberati e la grande insegna dei Cavalieri, la Croce di Malta. Una preda ambitissima dal punto di vista simbolico che avrebbe giovato alla sua carriera e il Sultano, per i grandi meriti conseguiti in battaglia, lo nominava “ammiraglio in capo dell’armata” (Kapudan Paşa), conferendogli il Generalato del Mare con l’assoluto governo dell’arsenale e la cura dell’armata. E non solo, in segno d’onore al corsaro era attribuito un nuovo nome, Kiliç Alì, ovvero “Alì la Sciabola”: un nome appropriato per le capacità dimostrate ed anche espressione della volontà di rimonta turca grazie ad un nuovo protagonista dell’establishment ottomano, che riusciva in una grande impresa, la ricostruzione in tempi brevi della flotta distrutta.

Se gli anni trascorsi in Barberia avevano procurato al rinnegato fama, onori, ricchezze segnando una svolta nella sua avventurosa vita, una ulteriore svolta era costituita proprio dal nuovo incarico di Kapudan Paşa, Grande Ammiraglio della flotta della Mezzaluna, a Costantinopoli. Impegnato com’era nel controllo del mare, tra Levante ottomano e Mar Nero, partecipava attivamente alla conquista di Tunisi, si occupava della costruzione di un imponente forte a Navarino. Ma, come sottolinea la Mafrici, egli non si sottraeva a ben altre incombenze: i negoziati di pace con la Spagna nel 1580, da lui fortemente ostacolati, dopo la guerra intrapresa due anni prima contro la Persia, e il conflitto del 1582 a nord del Caucaso. Un uomo di frontiera “Alì la Sciabola” «con un potere sempre in aumento, tanto quasi da essere paragonato ad un “nuovo principe” di machiavelliana memoria nonostante gli anni, più di ottanta secondo il bailo Contarini». 

Nel lungo capitolo finale dedicato al Capitano del mare e che costituisce una delle parti più originali del volume, l’autrice sottolinea la stima di cui Uccialì godeva presso il Sultano.  La superbia, la tendenza a piegarsi all’adulazione, che «lo rende dolce e facile a conceder ogni grazia, essendo egli ricchissimo di danari, di gioie, di schiavi, et di tutte le comodità», tanto da non tenere conto negli ultimi anni della sua esistenza «né di danari né dei suoi anni», come ricorda il bailo veneziano Giacomo Soranzo nel 1584. Al contempo lucrava sulla pirateria barbaresca da lui favorita, accettava appannaggi, estorceva tangenti, pretendeva donativi da tutti i diplomatici, e soprattutto dai veneziani, come la “cassetta di cristallo” di rocca richiesta al bailo Giovan Francesco Morosini, simile a quella acquistata da Antonio Elman tempo prima per la circoncisione del figlio del Sultano. Sontuoso era il Serraglio in cui abitava e dove riceveva spesso i baili della Serenissima, in un momento particolare che lo vedeva svolgere un indiscusso ruolo alla Corte ottomana, quello di mediatore, tanto che Murad III gli negava il consenso al governo della Barberia. Insomma, negli ultimi anni di vita egli diveniva «uomo chiave, uomo di Stato, “ago della bilancia” presso la Sublime Porta, impegnato nella risoluzione di conflitti» interni.

Animato da una gran voglia di vivere, e incline a non negarsi i piaceri dei sensi, Uccialì era munifico e assennato, tanto che i «grandi della Porta» a lui ricorrevano per dirimere le loro divergenze. Ed era il bailo Lorenzo Bernardo a definirlo nel 1587, al momento della morte, «un buonissimo huomo non solo nella professione del mare, ma anco pratico, ed intelligente nelle cose del mondo», dotato di uno straordinario attivismo, tanto da «star sempre in moto, et la sua vita era travagliar». Egli non solo favoriva e sosteneva in grande segretezza i corsari di Barberia, ma lasciava anche enormi ricchezze, due serragli con tantissimi schiavi ben trattati. Nonostante la devozione all’Impero e la riconoscenza ai Turchi, una grande liberalità caratterizzava il suo operato, come la concessione a quelli cristiani di conservare l’abitazione e di professare il rito cattolico, alimentata – secondo l’autrice – dalla nostalgia per la patria, dal desiderio di un ritorno al credo di origine, mai abbandonato secondo Pierre de Bourdeille signore di Brantôme e più volte sollecitato dagli emissari di Filippo II di Spagna, dal rispetto per la devozione degli schiavi, ai quali chiedeva di pregare per lui. 

Sepolto come ricorda Domenico Martire «con quattro torce accese ad usanza de’ Cristiani» nella moschea imponente degna della sua fama e da lui costruita in un’ansa del Bosforo, ancora oggi meta di molti viaggiatori stranieri, Uccialì entrava prepotentemente nella storia. La storia dell’Europa, la storia della frontera, devono molto a lui, al giovane calabrese sconosciuto che abbandonava il suo mondo rinnegando e si integrava in quello del «nemico che mai non si corica», divenendo uno degli uomini più influenti della sua epoca. Benvoluto da tre sultani, Solimano il Magnifico, Selim II e Murad III, combatteva con tenacia e determinazione raggiungendo gloria e potere presso il grande nemico marittimo della Cristianità, a conferma delle sue indubbie doti personali e militari. 

In definitiva il volume della Mafrici esamina con dovizia documentaria un periodo cruciale della storia del Mediterraneo, indagato non attraverso l’osservazione di fenomeni “dall’alto” ma nella loro quotidianità, non come una lunga continuità ma come un concatenarsi di eventi spesso casuali. Un approccio, questo, che non può non farci provare empatia verso il protagonista principale, Uccialì, e gli altri coprotagonisti delle vicende narrate, in un contesto politico e socio-economico come quello dello scenario mediterraneo nel secolo XVI, che vedeva due universi così diversi, due civiltà così opposte, la ottomana e la cristiana, intrecciarsi indissolubilmente e allo stesso tempo combattersi accanitamente.