“Dopo”, analisi e ipotesi sugli scenari post Covid19 (giustiziaeinvestigazione.com)

di Sara Autorità, del 29 maggio 2020

Dopo

Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia, la comunicazione e le relazioni internazionali

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Alessandro Campi, docente di scienza politica e di relazioni internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia e direttore del trimestrale “Rivista di politica”, ha curato il libro “Dopo”: si tratta di un volume in cui si fa particolare riferimento alle possibili conseguenze della pandemia in campo economico, politico-istituzionale e politico-internazionale e che comprende saggi di studiosi di diverse discipline: relazioni internazionali, filosofia politica, sociologia politica, geopolitica, storia delle dottrine politiche etc. Il libro è edito da Rubbettino, con il sostegno di Banca Intesa Sanpaolo.

Professor Campi, quali scenari si prefigurano per il post-emergenza Covid-19? Quale, secondo Lei e gli altri colleghi che hanno contribuito al libro, lo scenario più realistico?

“Non è facile fare previsioni. Tutto dipenderà dalla fine dell’emergenza sanitaria. Già una ripresa dei contagi in autunno, come qualcuno paventa, aprirebbe scenari nuovamente tragici. Personalmente, considero preoccupanti, nell’immediato futuro, soprattutto le conseguenze sul piano sociale ed economico. Il lungo periodo di isolamento domestico ha prodotto frustrazione e nervosismo negli individui e, al tempo stesso, causato un danno economico che difficilmente potrà essere compensato dai sussidi a pioggia degli Stati. In realtà si è interrotta l’intera catena globale di produzione/circolazione della ricchezza, con effetti negativi non solo sul reddito delle singole persone, ma anche sugli equilibri internazionali. Pensiamo, per fare un solo esempio, alla caduta verticale del prezzo del petrolio, che rischia di causare il tracollo o l’indebolimento strutturale di intere economie nazionale, dal Venezuela alla Russia, dall’Iran ai Paesi dell’area del Golfo. Il mix di rabbia sociale e di indigenza economica rischia in effetti di essere esplosivo e comunque difficile da contenere per i governi. Mi aspetto un autunno, non caldo, bensì incandescente”.

Il libro, attraverso i numerosi compendi che lo compongono, si concentra sui cambiamenti in campo economico, politico-istituzionale e politico-internazionale. Tra le suddette sfere, quale sarà, secondo Lei, quella più colpita da questa emergenza nel lungo periodo? Perché?

“In campo politico-istituzionale mi sembra evidente il ritorno dello Stato come attore sovrano, soprattutto sul terreno delle scelte economiche e come strumento di protezione cui i cittadini si rivolgono in prima battuta quando hanno paura per la loro vita o quando hanno un bisogno economico da soddisfare. Mi aspetto inoltre un cambio di opinione e umore collettivo sul fenomeno migratorio: ci sarà ancora meno tolleranza, a livello di opinione pubblica, nei confronti di chi cercherà di entrare nelle zone del mondo più sviluppate. Il che significa che i governi, per non perdere voti e consensi, adotteranno su questo tema politiche più restrittive rispetto al passato. Mi aspetto anche un accentuarsi della conflittualità sociale, dal momento che la pandemia ha contribuito, tra le altre cose, ad evidenziare le molte e profonde diseguaglianze che ancora esistono nelle nostre società. Durante in lockdown ha fatto una bella differenza poter avere una casa grande e con giardino o dover vivere in cinque in un appartamento di 80 mq in un palazzo senza nemmeno un balcone”.

Gli effetti che si prospettano, sono esclusivamente frutto della pandemia, o dipendono anche da altri fattori? Se sì, quali?

“In realtà credo che la pandemia non abbia fatto altro che accelerare tendenze e processi che erano già in atto. Prendiamo lo scontro tra Cina e Stati Uniti: una lotta per l’egemonia in campo economico-commerciale e tecnologico, e poi anche politico, che in realtà esisteva già prima della comparsa del virus. Lo stesso può dirsi per la crisi di funzionalità/legittimità di molte democrazie anche di solida tradizione. O per la diffusione attraverso il circuito dell’informazione di bufale complottiste e di false notizie spesso pilotate ad arte”.

Per quanto concerne le relazioni internazionali, secondo Lei, come cambieranno in particolare i rapporti tra la Cina e gli altri Stati?

“La Cina ha uno strano modo di operare all’interno della comunità internazionale, nel segno di una sostanziale slealtà. Non ha idea di cosa sia una corretta cooperazione tra Stati. Compra, baratta, vende, fa pressione, minaccia ecc. solo in funzione dei suoi interessi nazionali. Ogni volta che scoppia una crisi internazionale, la Cina si limita a guardare, cercando di capire quale convenienza diretta possa trarne. Stavolta c’è il rischio di finire sul banco degli imputati per come ha gestito la crisi sanitaria al suo interno, nascondendo al resto del mondo informazioni preziose. Ma è anche vero che la Cina è il primo Paese al mondo, tra quelli pesantemente colpiti dalla pandemia, ad esserne uscito. Peraltro, l’emergenza sanitaria ha riguardato una sola, seppur grande, provincia di quest’immenso impero. Il che significa che mentre le altre nazioni sono ancora alle prese con gli effetti sanitari della pandemia, la Cina si è già rimessa economicamente in mondo. Certo, i suoi mercati di sbocco tradizionali (cioè il resto del mondo) in questo momento sono ancora a mezzo regime dal punto di vista economico, ma in vista della ripartenza la Cina si trova obiettivamente in una condizione di vantaggio competitivo su tutti i suoi potenziali concorrenti. Questa asimmetria potrebbe certamente assecondare i suoi disegni di egemonia su scala globale, a meno che gli altri grandi players internazionali non trovino la forza (politica, innanzitutto) di imporre alla Cina un diverso atteggiamento, più cooperativo e solidale”.

Quanto condizioneranno, le conseguenze di questa pandemia, i rapporti tra gli Stati membri dell’Unione Europea?

“L’Europa è come sempre un’incognita. Ad oggi, non si è ancora capito quanti soldi verranno messi a disposizione degli Stati membri, in che tempi e, soprattutto, a quali condizioni. Le prime settimane di pandemia sono state, per l’immagine dell’Europa, devastanti: prima si è pensato che il problema fosse solo italiano (e tutti se ne sono dunque disinteressati), poi, quando si è capito che la pandemia stava colpendo tutti, ognuno ha fatto per sé. Sono comportamenti e scelte che si radicano nell’immaginario collettivo in modo ben più forte dell’europeismo retorico e a chiacchiere dei capi di governo. Certo bisogno di unità e di una veloce capacità di reazione, che l’Europa evidentemente non è in grado di esprimere.

Le dinamiche interne all’Unione in questo tempo di pandemia, rafforzeranno, secondo Lei, la prevalenza dell’Europa degli Stati sull’Europa dell’Unione?

“Alla fine si troverà un accordo, in particolare su come impiegare il bilancio dell’Unione e su come utilizzare gli strumenti finanziari aggiuntivi che sono stati messi a punto, ma il problema dell’Europa resta politico. C’è divisione tra i singoli Stati, ma esiste ormai ben evidente anche una spaccatura geopolitica tra Europa occidentale ed Europa dell’Est (oltre quella storica tra il nord protestante e il sud latino-cattolico). Forse bisognerebbe approfittare di questa crisi per rilanciare il progetto di integrazione, ma avendo chiaro che andiamo verso un mondo che nel prossimo futuro sarà sempre più conflittuale. Peraltro i due grandi attori mondiali del momento, Stati Uniti e Cina, hanno un interesse convergente a indebolire l’Europa, preferendo all’interlocuzione con quest’ultima quella con i singoli Stati, per definizione più deboli. Significa che all’Europa nessuno farà sconti, solo perché noi riteniamo che sia un grande e nobile sogno. O l’Europa unita si converte in una potenza globale capace di dare battaglia a difesa dei propri interessi o saranno i singoli Stati europei, stando l’impotenza dell’Unione, a scegliere singolarmente con chi allearsi secondo la propria convenienza. Uno scenario, quest’ultimo, che considero preoccupante soprattutto per l’Italia. Visto chi al momento ci governa, è più che fondato il timore che finiremmo per guardare più a Pechino che a Washington”.