Un treno nel Sud di Corrado Alvaro (ZoomSud)

di Maria Franco, del 21 aprile 2017

«Tutti i paesi hanno un Sud, voglio dire, il Sud dei problemi sociali, generalmente ad economia agricola, più povero del resto della nazione. (…) L’Italia, a sua volta, è il Sud del mondo, vale a dire quella dimensione sentimentale che significa ancora vita legata alla natura, predominio dell’istinto, antichi mestieri e atteggiamenti, passato e tradizione, una civiltà particolare dove il bisogno crea forme progredite di cultura, e dove la novità della tecnica dà la sua parte alla cultura, o almeno alla tradizione di una cultura. (…) Il Sud così discusso, dai problemi complicati e fastidiosi, offre uno spettacolo in cui lo spettatore d’una società che si reputa superiormente evoluta, compie una specie di “refoulage” psicanalitico. Cioè, tale società rovescia sul Sud i suoi sotterranei rimorsi, i suoi dubbi sul suo stesso modo di vivere, sulle sue responsabilità: sedotta dallo spettacolo d’una vita ingegnosa, che respinge da sé tutto quanto l’uomo civilizzato cova e non riesce a espellere e non ardisce esprimere.»

Scritti tra la fine degli anni 40 e l’inizio dei 50 e pubblicati postumi nel 1958 quale parte conclusiva dell’Itinerario italiano, i racconti di Un treno nel Sud – recentemente editi da Rubbettino, con una illuminante introduzione di Vito Teti – costituiscono un vero e proprio nostos. Ovvero il viaggio di ritorno di Corrado Alvaro in quel Sud visto, nello stesso tempo, come luogo dell’anima, pieno di rimandi anche mitologici e autobiografici, e problema sociale fondamentale del paese.

«Ci trovavamo sul marciapiedi della stazione d’una linea secondaria, in attesa del treno, cioè dell’elettro treno, come si chiama. C’era qualche studente che tornava a casa dall’esame sbrigato presto, un prete, giovani professionisti, avvocati attempati e vecchi notai che andavano alle loro visite settimanali della clientela di provincia, qualche coppia di sposi, di cui una vestita di nero, la donna stretta in una guaina che faceva risaltare la pelle d’un bianco di camelia.»

Il Sud che Alvaro rivede, e, specialmente la Calabria, vive, in quella fase storica, un momento particolare in cui il passato mitico e contadino sembra cedere il passo ad una più variegata modernità: «La Calabria è nel suo momento di mutamento. In pochi anni sono sorti miracolosamente ponti e strade che formavano l’aspirazione di secoli, il mondo nuovo pulsa col suo motore nel più piccolo villaggio. Già qualcuno pensa a un museo di curiosità popolari, che è l’archeologia dei luoghi. Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la regione sarà una regione totalmente cambiata.»

La fiducia che la questione meridionale potesse essere risolta all’interno di uno slancio di solidarietà e di progresso nazionale non impedisce ad Alvaro di segnalare alcune problematiche che rendevano più deboli le prospettive di sviluppo calabrese. 

In particolare, Alvaro indica il lungo retaggio di un potere feudale, cui si sono aggrappati anche i Borbone; gli alti tassi di analfabetismo; la miope debolezza della borghesia; i lavori pubblici «sempre veduti come un rimedio alla disoccupazione stagionale (…) concepiti come palliativo sociale.»; la scarsissima cura del territorio – «la Calabria dà sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione»; la presenza della ‘ndrangheta: «Non è un semplice problema di polizia, né si tratta di mettere sotto accusa e in istato d’assedio una intera provincia. La norma per un’azione seria, potrebbe dettarla l’esame di come si è comportata la classe dirigente da cinquant’anni. Questo non è tutto, ma può essere molto utile.»

Alvaro attacca l’asfittica cultura dei ceti altolocati, tendente all’astrattezza e scarsamente indirizzata alla complessiva crescita culturale della società: «Quasi tutto quello che si legge qui della Calabria, a parte la letteratura dialettale, è rivolto in genere a magnificare una Calabria che non esiste più, e cioè le colonie greche, e Sibari, e Locri. La tendenza è al classico. Il povero bracciante fugge nell’emigrazione, e l’intellettuale fugge nel passato. La retorica sì, quella è nazionale.»

La Calabria ha un particolare bisogno di essere parlata: «… il calabrese “vuole essere parlato”. Bisogna parlargli come a un uomo che ha sentimenti, doveri, bisogni, affetti: insomma, come a un uomo.» La sua forza è nel suo essere una terra errante, nomade: «La fuga è, dunque, oggi, il tema della vita calabrese. Lo è sempre stato in qualche modo, ma oggi si ha l’impressione d’una primitiva tribù che abbandona una terra inospite. E ciò è tanto più crudele in quanto la loro terra è bella. Ho sentito dire da molti stranieri che è una delle più belle d’Italia. Io non lo so perché l’amo. Ma so che si fugge e si rimpiange con la sua pena; si torna e si vuole fuggire: come con la casa paterna dove il pane non basta. (…) Fisicamente o fantasticamente, la Calabria è oggi in fuga da se stessa. Senza dramma, senza rancore, con la forza di un fenomeno della natura, la Calabria reagisce con tutte le sue risorse ad una condizione inferiore o servile. Con tutte le sue dure energie, cerca una condizione in cui l’uomo sia padrone di sé e del suo destino.»

Le scelte del momento saranno decisive per il futuro: «Il popolo calabrese ha virtù generose, ridotte ormai allo stretto mondo familiare, e questa è la leva delle sue conquiste. Ha un senso della giustizia e di rispetto della persona umana e di sé, estrema reazione a quanto di umiliante ha dovuto subire. (…) Può finire in forme di disgregazione sociale, dopo aver tenuto duro per oltre un secolo nelle sue virtù fondamentali, irrimediabilmente. Questo popolo e la sua terra hanno, per tutti quelli che lo hanno veduto da vicino, un fascino, portano l’impronta di una vocazione a tutto quanto nel mondo è più degno di essere vissuto; il paesaggio ha la classicità d’un protagonista di tragedia antica, ha l’impronta delle traversie della terra, un monumento dei secoli tempestosi che pure hanno lasciato angoli di incomparabile gentilezza. Ai suoi uomini è tempo di offrire un compito e una speranza perché diano i risultati generosi che conosce bene chi li ha veduti in guerra e ai lavori sotto tutti i cieli.»

Lo sguardo lucido sulla realtà, un’interpretazione dei fatti mai banale, la prosa da giornalismo alto percorsa da una sensibilità letteraria sobria e raffinata danno a queste pagine di Alvaro un respiro che va al di là del documento storico. Ci sono, ovviamente, rilievi ormai datati. Ma ancor di più si trovano notazioni e spunti che potrebbero anche oggi animare il dibattito sul Sud (se qualcuno volesse farsene carico).