Troppa legislazione (Rinascita )

di Pasquale Rotunno, del 17 gennaio 2014

Da Rinascita del 17 gennaio

Sembra scritta oggi la requisitoria del filosofo Herbert Spencer (1820-1903) contro il proliferare di leggi e regolamenti, che si modificano e si aboliscono a vicenda, incomprensibili persino agli addetti ai lavori. Apparso nel 1853 sulla "Westminster Review", il duro pamphlet del giovane Spencer "Over legislation" è ora riproposto a cura di Enzo Di Nuoscio e Stefano Murgia: "Troppa legislazione" (edito da Rubbettino). Il filosofo inglese intuisce che le minacce contro le libertà individuali vengono dall'interno stesso delle nascenti democrazie. Quando la presunzione di onniscienza, e quindi di onnipotenza, spinge a tentare di pianificare artificialmente i rapporti economici e sociali. I pianificatori sociali, accusa Spencer, sbagliano quando pretendono di cancellare la storia evolutiva di una società, per imporre un "ordine costruito". L'insorgere di effetti non voluti è un ostacolo insuperabile per la buona riuscita di un qualsiasi tentativo di radicale sovvertimento sociale. Solo un'autorità sovrumana potrebbe sostituirsi alla cooperazione spontanea per soddisfare i bisogni dei singoli. Nessuna legge può calcolare la variabilità dei desideri individuali. L'eccesso di leggi rischia invece di sfociare in una "tirannia della burocrazia", che conferisce un potere assoluto a chi è ai vertici della macchina burocratica. Il carattere elettivo del potere politico non è di per sé una garanzia contro la violazione delle libertà soggettive. Va riconosciuta l'esistenza di diritti che preesistono al potere statale: "non è la legge che crea il diritto, ma è il riconoscimento del diritto che crea una nuova legge". L'aver trascurato questa fondamentale distinzione tra diritto e legislazione, osserva Spencer, è una delle principali cause della troppa legislazione e dei suoi effetti perversi. Il legislatore saggio è attento alle conseguenze delle proprie decisioni. E combatte "il vizio della scuola empirica dei politicanti che non guardano mai al di là delle cause prossime e degli effetti immediati". Per il giovane Spencer, rilevano nel saggio introduttivo Enzo Di Nuoscio e Stefano Murgia, la legislazione è quasi una sorta di "patologia congenita" dei sistemi politici moderni. Sono gli stessi apparati pubblici a far fallire le politiche del governo: per la scarsa rilevanza attribuita al merito, la rigidità delle strutture e del loro modo di operare, la tendenza a spendere senza attenzione ai vincoli di bilancio. Spencer teorizza dunque uno "Stato minimo". Perché ritiene inadeguate le istituzioni pubbliche nel ruolo di regolatori di fenomeni complessi. Lo Stato, infatti, non può disporre di informazioni sufficienti ad agire nella piena consapevolezza degli effetti derivanti dalla propria azione. Ma l'intuizione di Spencer, avvertono i curatori, benché attualissima, "anziché sfociare in una feconda prospettiva di rifondazione del senso e dei limiti delle istituzioni pubbliche produttrici di diritto, si limita a un graffiante e brillante attacco contro l'eccesso di produzione di leggi da parte del Parlamento inglese". I liberali stessi si sono accorti che un ordine sociale ed economico sostanzialmente autosufficiente rispetto alla legislazione è irrealistico. Nel 1936 gli esponenti della "scuola di Friburgo" propongono un nuovo orizzonte: "l'economia sociale di mercato". In cui la concorrenza opera nell'ambito di un solido Stato di diritto, in grado di imporre regole al mercato e di attuare interventi per aiutare i più bisognosi.
Uno Stato insomma che impedisca le degenerazioni tipiche del capitalismo: monopoli, oligopoli, speculazioni finanziarie, plutocrazia. E garantisca a tutti il necessario per vivere (reddito minimo garantito).Neppure leggi e istituzioni da sole bastano a regolare l'economia di mercato. Occorrono valori condivisi, una morale comune. Fare a meno dello Stato è un'illusione coltivata ormai solo dagli anarcocapitalisti come Murray Rothbard. Eppure la critica di Spencer all'eccesso di legislazione costituisce una efficace profilassi contro uno statalismo inconcludente e pasticcione, che ingrassa solo il malaffare.

di Pasquale Rotunno

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