TRAME. I Banditi e i Briganti di Enzo Ciconte e la ‘Ndrangheta oggi (appunti per una discussione) (Zoomsud.it)

di Aldo Varano, del 22 giugno 2012

Da Zoomsud.it - 21 giugno 2012
Un “divertente” contrattempo mi ha impedito di partecipare mercoledì sera al dibattito su “Banditi e Briganti”, il libro di Enzo Ciconte edito da Rubettino. Nei giorni precedenti avevo ricevuto da Trame una telefonata che, con molto garbo, mi intimava di essere puntuale a un’iniziativa della quale mai nessuno, in precedenza, mi aveva parlato. Può capitare. Ma nonostante la mia buona volontà non sono riuscito a liberarmi da precedenti impegni che pure avevo sperato di poter rinviare.

Spero che Enzo Ciconte, che stimo da oltre trenta anni, e Franco Papitto, calabrese tra le firme più autorevoli nella storia di Repubblica, riescano a scusarmi. Del resto, sanno quanto mi sarebbe piaciuto discutere con loro.

Avrei detto, se fossi riuscito a raggiungerli, che il libro di Ciconte, a cui Maria Franco ha già dedicato una lucida e stimolante recensione su Zoomsud, mi è sembrato il frutto più maturo della sua produzione scientifica (che credo di conoscere quasi per intero a partire dai suoi saggi sull’assalto al latifondo nella Calabria del Secondo Dopoguerra) e che leggerlo è obbligatorio per chi voglia meglio capire nodi fondamentali della storia del Mezzogiorno - quindi, dell’Italia - e della Calabria ma, soprattutto, per chi vuole illuminare aspetti della vita calabrese attorno ai quali, io credo, continua a svilupparsi un dibattito ideologizzato come quello, magnificamente ricostruito nel volume, che investì i meridionali dopo l’Unità d’Italia.

Il libro si legge bene. La sua scorrevolezza non nasconde, per fortuna, la sua complessità ma anzi fa affiorare, via via che ci si addentra, categorie d’indagine robuste, sofisticate e, a mio parere, decisamente convincenti. Era dall’uscita del saggio di Franco Molfese, in ogni caso, che non leggevo un libro così necessario per la comprensione del brigantaggio, in particolare meridionale.

Ciconte dà minuziosamente conto della multiformità di un fenomeno quasi sempre ridotto all’unicità con operazioni culturali misificanti e fa emergere dal racconto l’indissolubile collegamento tra i processi storici reali e la particolarità del fenomeno. L’argomento viene trattato attraverso i secoli ma è evidente l’obiettivo di arrivare ad un approfondimento scientifico sul brigantaggio postunitario e soprattutto a una chiarificazione del senso e del significato della lotta antica dei contadini verso la mai realizzata conquista della terra che è, per Ciconte, il retroterra permanente, anche se sempre diverso nel tempo, del brigantaggio. Chi segue il racconto avverte che a processi storici reali corrispondono brigantaggi diversi. Diversi perché diversi sono gli obiettivi, le alleanze, le conseguenze sulle società dei rispettivi tempi storici dell’attività brigantesca. Un’impostazione che pialla (merito straordinario) qualsiasi tentazione (ancora molto diffusa) a connettere il brigantaggio all’atropologia e, più o meno consapevolmente, al razzismo teorizzando il permanere nel tempo di una specificità biologica dei meridionali e, in particolare, dei calabresi segnati da un Dna sbreccato e di seconda scelta.

Potrei finire qui ma c’è un punto particolarmente delicato che è bene affrontare. Non sarebbe stato necessario farlo dopo aver letto le prime 177 pagine del libro, ma forse per scrupolo di studioso, Ciconte, a pagina 178, avverte:

“Tra brigantaggio, mafia, camorra e ‘ndrangheta non c’è alcun nesso, alcun rapporto. Sono molti a credere all’esistenza di un filo che li lega; e invece così non è”. Felicemente categorico.

Ciconte ricostruisce minuziosamente le cartine del radicamento del brigantaggio, delle lotte per la terra, della ‘ndrangheta: le prime due coincidono ma con la terza non hanno punti in comune.

Tutti quelli che hanno affrontato questi problemi lo sanno e lo hanno capito da decenni. Eppure, c’è uno scrupolo e un imbarazzo a parlarne e sostenerlo forse per la barriera psicologica creata da una sterminata pubblicistica che sostiene il contrario. Ciconte non si ferma a questo, però. Cerca di capire perché l’equivoco s’è così ampiamente diffuso e ne attribuisce la responsabilità all’intervento delle mafie che avrebbero strategicamente tentato di impadronirsi del prestigio del brigantaggio per diventare più forti presso la popolazione.

E’ una spiegazione un po’ tradizionale che forse andrebbe approfondita cercando di capire quanto su quel mito abbia, invece, pesato la pubblicistica del Nord (purtroppo acriticamente sposata anche da intellettuali e classi dirigenti del Sud), spesso, anzi spessissimo, interessata a saldare brigantaggio e mafie per giustificare a posteriori la repressione postunitaria, la qualità del Risorgimento italiano e, per venire ai nostri giorni, soprattutto per legittimare le scelte che hanno impedito la soluzione di un diverso rapporto del paese con suo Mezzogiorno; naturalmente, al netto del pregiudizio razzista vero e proprio.

Ma sono troppo amico del professore Ciconte per non spingere fino in fondo la provocazione. Mi e gli chiedo se qualcosa di analogo non è accaduto e non continui ad accadere in Calabria anche rispetto alla definizione del rapporto tra Onorata Società e ‘ndrangheta la cui continuità appare sempre più problematica senza il ricorso ad inaccettabili modelli antropologici.

Bisogna porre esplicitamente il problema di verificare se Hobsbawm (che Ciconte cita ampiamente) non avesse ragione nel sostenere nel 1959, dopo aver visitato la nostra terra e specialmente la Locride, che l’Onorata società calabrese era fenomeno residuale, grottesco e bell’è finito.

Di Aldo Varano