Luciana Ruffa
Tò theó

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Collana: Varia
2002, pp 186
Rubbettino Editore, Fuori Catalogo
isbn: 8849803273
Nel declinare i nomi del mondo, i Greci disponevano di una categoria linguistica di cui si è persa traccia in quasi tutti gli idiomi di derivazione indoeuropea: il "duale". In quanto né singolare né plurale, questo numero grammaticale poteva stringere, in simbiosi o in conflitto, ''due'' enti individuali, marcandone così l'appartenenza comune o, al contrario, l'irriducibile alterità: ed è proprio a questa profonda ''dualità'', così spesso attestata nella letteratura classica, che allude il titolo del romanzo. Il mito, in cui si racconta lo strazio di Demetra per il rapimento della figlia, viene modernamente rimodulato per le voci delle "due idee", in altrattante storie disposte a specchio: prigioniere, nonostante i mascheramenti e le rimozioni operate, di quel vincolo di sangue, Francesca/Persefone e Hilde/Demetra fanno esperienza di un distacco che, se per l'una costituisce un difficile rito di passaggio alla ricerca di se stessa, per l'altra comporta una perdita di ruolo e insieme di presa sulla realtà, uno svuotamneto di senso individuale, un oscuro rancore di madre. Presto, però , quel trauma, quella castrazione si rivelano effetti di un falso movimento: per quanto la figlia possa convincersi di essere diventata altro dalla madre, e la madre di essersi finalmente affrancata dalla figlia, il cordone ombelicale non verrà mai reciso del tutto. Incapaci di fondare autentiche relazioni al plurale fra soggetti singolari, Hilde e Francesca continueranno ad essere abitate da quel duale che è la loro verità e il loro reciproco giogo, e che dà vita a due narrazioni apparentemente "per voce sola", ma in realtà motivate e mosse da una forma lacerante di "dialogismo interno": radicalmente partecipi l'una dell'altra, dentro la porosità esibita dei lessici ela velata ambiguità degli affetti.