Sudamerica, calcio e storia nel romanzo di Stefano Marelli. Un esordio “capolavoro” (L'Informatore )

di Redazione, del 01 ottobre 2013

Da L'Informatore del 27/09/2013


Intervista a Stefano Marelli autore di Altre Stelle Uruguayane


" (red) Anche quella sera i clienti se ne andarono almeno mezz’ora prima della chiusura. Rimanevo solo io nel locale, visto che Hernan, il barista, già da qualche minuto era sparito in cucina. Stavano trasmettendo un fi lm con John Travolta e lui non sarebbe stato tanto stupido da perderselo. Terminai la birra e posai la bottiglia sul tavolo, con le altre già svuotate. Le contai. Ero comodamente in doppia cifra e, per dirla tutta, non era il primo bar che visitavo quella sera. Questi non sono record di cui andare fi eri, lo so. Ma voglio essere onesto fi n da subito. A quel tempo avevo dei problemi con l’alcol. O meglio, i problemi ce li avevo senza l’alcol. "
Siamo nella selva ecuadoriana. A raccontare è Sauro, ex turista che sopravvive in Sudamerica grazie a un lavoro trovato in maniera fortuita. È una sera del 1992, qualche istante prima dell’incontro con Nesto Bordesante, un barbone conosciuto come il Brujo, lo stregone, che gli racconta la sua storia avventurosa. È il primo paragrafo di un romanzo definito, senza giri di parole, “un capolavoro” da Antonio D’Orrico, firma del Corriere della Sera e uno dei maggiori e più influenti critici lettarari italiani. Il romanzo è di quelli che ti catturano sin dalle prime righe. Altre stelle uruguayane è il titolo dell’opera d’esordio di Stefano Marelli, quarantenne nato e cresciuto a Chiasso che oggi, dopo molte partenze e altrettanti ritorni, risiede a Sagno e guarda dall’alto la regione alla quale si sente profondamente legato.  Il libro - edito da Rubettino - si è classificato primo, lo scorso anno, al concorso nazionale italiano per inediti “Parole nel vento”.  Lo stesso D’Orrico ha affermato che “Marelli è lo scrittore più bravo tra quelli anche di larga fama che sono stati presenti al Salone del Libro di Torino”. Un esordio esplosivo.

Che effetto hanno suscitato quelle parole in Stefano Marelli?
Mi hanno fatto un grande effetto: non me le aspettavo. Anche perché per due anni ho tentato di proporre il mio romanzo sia in Ticino che in Italia con esiti sempre negativi: spesso non ottenevo nemmeno risposta.

Come ha raggiunto, allora, il traguardo della pubblicazione?


Ho tentato la via del concorso: mi avevano detto, infatti, che era l’unico modo perché il manoscritto venisse letto davvero. Ne ho trovato uno con una giuria di altissimo livello (“Parole nel Vento” appunto, concorso la cui giuria era presieduta da Antonio D’Orrico, ndr.). Non è stato comunque facile; i partecipanti erano numerosissimi, ma sono riuscito ad arrivare sino alle battute conclusive.

“Altre stelle uruguayane” narra la vicenda avventurosa e rocambolesca di un uruguagio che, grazie al cognome italiano sottratto all’amico conosciuto in orfanotrofi o, viene ingaggiato dalla squadra di calcio voluta da Benito Mussolini, strumento di propaganda del regime fascita. Sudamerica, contesto storico particolare e mondo del calcio: sono tre elementi portanti del romanzo. Cominciamo dal principio: qual è il suo rapporto con il continente latinoamericano?
È una realtà che conosco abbastanza bene. Tra i venti e i trent’anni non avevo un’occupazione stabile. Quanto guadagnavo in Ticino mi permetteva di viaggiare attraverso il Sudamerica. Quella con il continente sudamericano, si può dire, è stata un’attrazione inevitabile. Mi piacevano i paesaggi delle Ande, come le spiagge più esotiche o i ritrovamenti di civiltà precolombiane. Tutto insomma. Ho vissuto una sorta di mal d’Africa legato però ai paesi latinoamericani.


Sudamerica culla del fùtbol: dalle pagine del libro, seppure schietto e talvolta ironico, traspare una visione “romantica” di questo sport...
Quello per il calcio è un amore che nutro da sempre (“Tuttavia, in quell’inferno, c’era almeno una cosa per cui valesse la pena vivere. Giovanotto, sto parlando del fùtbol”. Con queste parole Stefano Marelli a pagina 40 di “Altre stelle uruguayane” dà voce a Nesto Bordesante, ndr.). Ho cominciato da bambino, giocando nel FC Chiasso: sono rimasto nella società fi no alla categoria degli Allievi D. La passione per il calcio è conessa inevitabilmente a quella per il Sudamerica. Ricordo che mio papà, quand’ero un ragazzo, comperava il “Guerin Sportivo” (un rotocalco italiano di contenuto perlopiù calcistico, ndr.): tra le pagine ho iniziato a leggere di squadre come l’Estudiantes o il Boca Juniors: già i nomi mi facevano sognare... La scintilla defi nitiva è scoccata in concomitanza con il Mundialito 1980-81, trasmesso dalla TV. L’amore per il gioco del calcio non è mai tramontato. Quello che è cresciuto attorno, invece, non mi piace. Si sta esagerando in tutto: ci sono troppi eccessi. Specialmente in Italia dove è diffusa ancora la violenza legata al tifo. Oggi, inoltre, mancano quelle che una volta erano le autentiche “bandiere” delle squadre, non ci si affeziona più a una maglia. A campionato in corso, i giocatori cambiano casacca: vengono ceduti e quasi non te ne accorgi.

Abbiamo affrontato i sentimenti che legano Stefano Marelli alle terre sudamericane: qual è invece il rapporto odierno con il Ticino e il Mendrisiotto?

Sono super-radicato nel Mendrisiotto! Alla fine delle mie peregrinazioni per il mondo, sono sempre tornato. La tentazione di andare via defi nitivamente, in realtà, non c’è mai stata. Ho abitato in molti luoghi del Ticino: a Locarno, Mendrisio, Maroggia, Stabio, Tremona... e ora a Sagno. Mi sento però chiassese al cento per cento!

Sauro e il vecchio Nesto Bordesante sono le figure principali del suo romanzo: c’è qualcosa di suo, della sua vita, in questi personaggi?
Qualcosa di mio in Sauro c’è sicuramente: soprattutto quel suo essere girovago tra i paesi del Sudamerica. Nel libro ho messo anche ciò che ho vissuto, così come i miei incontri. Ad esempio, la padrona della pensione, “invasata” per la religione è esistita realmente (“Lei era intrippatissima di questioni religiose. Roba moderna, tipo angeli-della fratellanza-della-rivelazione-miracolosista”, pagina 50, ndr.). Forse si cela qualcosa di me anche in Nesto: magari un analista saprebbe scovarlo...

Stefano Marelli, classe 1970, dopo gli studi liceali a Mendrisio ha scelto la Magistrale. Ha percorso un lungo cammino professionale, impegnandosi nel sociale come educatore, poi alla radio ed è approdato ora al Teletext dove lavora come redattore. Accanto è cresciuta la passione per la scrittura. Qual è la sua regola personale?
Il primo comandamento per uno scrittore è scrivere di ciò che si conosce. Innanzitutto per evitare brutte fi gure, ma anche, e soprattutto, per risultare credibile. L’epoca storica nella quale è ambientato il romanzo, i primi cinquant’anni del Novecento, mi ha sempre affascinato: un periodo di eccessi vergognosi, di violenza inaudita, ma anche un momento di fermento a livello culturale e artistico nel quale mi sarebbe piaciuto vivere. Negli anni del fascismo - i riferimenti storici sono tutti rigorosamente documentati - c’è stata una vera e propria caccia all’oriundo in Sudamerica. Si partiva dall’Italia alla ricerca di calciatori di spessore con il cognome italiano, come Cesarini o Puricelli. Alcuni di loro hanno giocato nella Nazionale. È in questo contesto che si innesta la vicenda personale di Nesto.

Come scrive? Ha una sua disciplina legata a orari, schemi...?
Non ho un metodo, anche in considerazione del fatto che il tempo a disposizione non me lo consente. Scrivo nei ritagli, di notte o il mattino presto. Se vincessi al lotto e potessi dedicarmi totalmente alla scrittura, magari lavorerei in modo più organizzato. Chissà.

Il suo romanzo d’esordio, lo abbiamo detto, è stato defi nito un capolavoro. Al di là della legittima soddisfazione, avverte il peso della responsabilità? Il dovere di ripetere l’exploit per non deludere le attese di critica e lettori?
Non sento particolari pressioni. Mi piacerebbe molto ripetermi, certo, ma non vivo la cosa come una sfida.

Sta già lavorando a un nuovo progetto?
Sto scrivendo un nuovo romanzo: è già tutto nella mia testa. Posso anticipare che non avrà niente a che vedere con il calcio. Sarà anche questo ambientato nel Novecento, su un arco più esteso con molti salti temporali. Le prime venti pagine, posso dire, sono già defi nitive, nero su bianco. Nel frattempo sto elaborando un altro progetto, qualcosa di più breve... vedremo.

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