Su Blow up di giugno "In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano" (Blow up)

di Redazione, del 11 giugno 2013

Da Blow up dell'11 giugno 2013

È mai esistito il cosiddetto courtroom drama italiano come esiste negli Stati Uniti? Verrebbe da rispondere ironicamente che "Perry Mason non ha mai abitato nella nostra Penisola". Su questa assenza e sulle possibili ragioni vuole indagare l'interessante volume In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano, curato da Guido Vitiello con una densa e variegata raccolta di saggi. I motivi sono svariati, iniziando dal fatto che negli Stati Uniti vige un sistema (quello accusatorio) differente dal nostro e per sua natura più spettacolare. È anche vero che, sin dall'Unità d'Italia, il nostro paese ha sempre voluto delegittimare il proprio sistema giudiziario sia nel cinema che nella letteratura.

E non è un caso che il cinema giudiziario italiano abbia da sempre trovato dimora confortevole proprio nella commedia. Certo, c'è (stato) il cinema d'impegno civile di autori come Francesco Rosi e Damiano Damiani, così come un anticipatore per eccellenza, Pietro Germi. Non c'è campo che in questo volume non venga indagato da svariati studiosi: dal cinema alla letteratura, fino alla televisione (dalle fìction ai talk show e ai reality). Ma non rutto è oro quello che luccica: scrivere a proposito di Detenuto in attesa di giudizio (1971) che era la prima volta della carriera in cui Sordi si trovava alle prese con un personaggio drammatico, grida vendetta. Così alcuni svarioni, come affermare che Il giorno della civetta (1968) sia dello stesso anno di Salvatore Giuliano (1962), potevano essere evitati. Senza dimenticare certe imperdonabili mancanze: come non citare Ai margini della città (1953) di Lizzani, ispirato a un fatto di cronaca nera, con protagonista un avvocato che s'improvvisa detective, o un film irrisolto ma non per questo non degno di nota come Il testimone (1979) di Jean-Pierre Mocky? Come non parlare de I guappi (1974) di Squitieri in cui il nodo centrale è proprio un'aula di tribunale? Per queste ragioni il volume curato da Vitiello, seppur interessantissimo a livello teorico-informativo, non può essere assolto con formula piena.

Di Domenico Monetti