Storia di Forza Italia o storia d’Italia? (reporternuovo.it)

di Tito Borsa, del 11 aprile 2019

Il libro di Fabrizio Cicchitto svela particolari inediti sugli ultimi 25 anni di politica. Tra cui lo scontro con Berlusconi che nel 2006 voleva la Brambilla come sua erede

Uscito sconfitto e non rieletto alle elezioni del 4 marzo 2018, Fabrizio Cicchitto è fuori dai giochi e – a 79 anni da compiere a ottobre – si diletta a scrivere. Editorialista di Libero, ha pubblicato per Rubbettino la Storia di Forza Italia 1994-2018, una miniera di racconti e aneddoti.

«Lasciare la propria traccia nella storia ma non lasciare un’eredità dopo la propria storia rappresenta un destino terribile per un leader. Ed è indubbio che Silvio Berlusconi abbia già un posto nella storia». La prefazione del giornalista del Corriere Francesco Verderami è un riassunto del pensiero dell’ex socialista piduista dell’ala più di sinistra del partito, poi seguace dell’uomo di Arcore e infine nella lista dei fuoriusciti in direzione Angelino Alfano. Un uomo che ha saputo cambiare più volte idee e posizioni.

Confidenze e retroscena

Cicchitto, che in alcuni passaggi arriva a parlare di sé in terza persona, racconta dell’«indimenticabile 2013», quando – poche settimane dopo la condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale – rischiò di venire alle mani con Denis Verdini ad Arcore: «Basta Denis, non sei altro che un provocatore. Io non mi faccio zittire da chi non ne ha mai azzeccata una». Segue descrizione dello scontro: «Verdini è massiccio, ma Cicchitto è tipo da stadio. I due si avvicinano pericolosamente, tanto che Berlusconi interviene prima del contatto fisico».

 

Tornando ancora indietro nel tempo, della sconfitta del 2006 contro Romano Prodi Cicchitto rivela che l’ex Cavaliere «identificò in Michela Brambilla addirittura la sua possibile erede e colei che nell’immediato avrebbe dovuto sostanzialmente commissariare tutto il gruppo dirigente di Forza Italia». L’ex alfaniano parla di «infatuazione travolgente» da parte dell’uomo di Arcore per la estrosa animalista, tanto che lui si scontra duramente con Berlusconi: «A Fabrizio Cicchitto che gli esprimeva tutto il suo scetticismo su quell’atipico e acritico investimento, Berlusconi rispose in modo assai netto: “Non hai capito nulla. Abbiamo per le mani chi, quando farò un passo indietro, potrà spiazzare Casini e Fini e affermarsi come un leader del tutto nuovo per la sua forza mediatica. Dai retta a me, che me ne intendo». Ma, con il senno di poi, Cicchitto non aveva proprio torto.

 

Ricostruzioni un po’ imprecise

 

Non mancano in questo libro i fatti più propriamente storici, che l’Autore tende talvolta a rimaneggiare. Cicchitto definisce Mani Pulite come un’azione «rivoluzionaria-eversiva», una «rivoluzione non di tipo tradizionale (…) ma del tutto moderna e nuova, fondata sulla comunicazione giornalistica e televisiva dei provvedimenti giudiziari».

 

Sulla discesa in campo di Silvio Berlusconi, Cicchitto parla di «ispirazione ideale di stampo liberale, moderata, riformista». Una ricostruzione ben diversa dalla dichiarazione netta di Marcello Dell’Utri, risalente al 28 dicembre 1994, all’indomani della caduta del primo governo dell’allora Cavaliere: Berlusconi è sceso in politica per «difendere le sue aziende». La discesa in campo dell’uomo di Arcore, ufficializzata con la celeberrima registrazione video in Vhs del 26 gennaio 1994 non era stata preparata nella «seconda metà del 1993» per colmare «il vuoto che era stato provocato dalla gestione unilaterale di Mani Pulite», bensì l’8 giugno 1992, quando Marcello Dell’Utri, presidente di Publitalia, incontra Ezio Cartotto, consulente dell’azienda vicino ad ambienti democristiani. Con la vecchia politica che va a pezzi sotto i colpi di Tangentopoli, Cartotto viene incaricato di studiare un ingresso della Fininvest in politica.

 

Curiosa anche la ricostruzione del caso Shalabayeva, risalente al 2013, autentica grana del ministro dell’Interno Alfano. La moglie e la figlia di 6 anni di un dissidente kazako vennero espulse e rispedite a casa loro nonostante fossero in pericolo di ritorsioni per l’attività politica dell’uomo. Un anno dopo la Cassazione ha definito quell’espulsione «illegittima». L’allora prefetto Giuseppe Procaccini, ritenuto il responsabile del tragico errore, dichiara a La Repubblica che «Alfano era appena diventato ministro e magari qualcuno ebbe paura di essere impallinato per scarsa attenzione o zelo rispetto a una vicenda definita una grave minaccia per la sicurezza pubblica». Al Viminale, secondo le dichiarazioni, non si era a conoscenza della vicenda. Cicchitto racconta la sua versione dei fatti: il 28 maggio Raffaele Fitto e Denis Verdini scatenano una bagarre all’assemblea del gruppo dell’allora PdL e costringono Alfano ad andare a Montecitorio, «evitando così di incontrare l’ambasciatore kazako».

 

Una buona parola per tutti

 

Ci sono poi giudizi non proprio benevoli su molte persone. Qualche esempio: i giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che con il loro best-seller del 2007 La Casta, avevano scritto «un attacco durissimo alla classe politica e ai suoi redditi» ignorando «gli introiti dei manager delle imprese, delle banche e degli alti burocrati dello Stato». Poi Marco Travaglio, Daniele Luttazzi, Michele Santoro e Antonio Di Pietro che «praticamente accusarono Berlusconi e Dell’Utri di tutto», tra cui «essere due mafiosi e di avere fondato la Fininvest con i soldi della mafia» e aver portato così al decollo «lo scontro compiuto che poi ha segnato e anche distorto la politica italiana fino al 2013, quello tra berlusconiani e antiberlusconiani».