Sfilano a Roma i Granatieri di Sardegna, 200 militari marciano in alta uniforme (La Stampa)

di Andrea Cionci, del 19 febbraio 2019

Romanzo Militare

#Operazione Double Sierra

Una promessa è una promessa e i Granatieri di Sardegna la mantengono da 243 anni. Questa mattina dalle 9,15 alle 12,15, avrà luogo a Roma una delle cerimonie meno conosciute, ma più suggestive e antiche dell’Esercito italiano. Saranno ben 200 i militari in grande uniforme di rappresentanza che entreranno marciando, torreggianti nei loro colbacchi di pelo d’orso, nella michelangiolesca, immensa basilica di Santa Maria degli Angeli. Insieme a un picchetto d’onore in divisa settecentesca, i Granatieri tributeranno il loro secolare omaggio a Don Alberto Genovese, duca della piccola isola di San Pietro a sudovest della Sardegna.

I Granatieri in schieramento

 

Il testamento del duca

 

Si tratta sostanzialmente di una messa in suffragio per l’anima di questo patrizio sardo; suo padre Bernardino Antonio, il 10 luglio 1744, aveva costituito a Cagliari, a sue spese, il Reggimento di Sardegna per garantire la sicurezza dei coloni appena approdati sull’isola. Come spiega il Ten. Col. Bruno Camarota, direttore del Museo dei Granatieri: «Nel 1776, il figlio del duca, Alberto, donò al Reggimento 120.000 lire vecchie di Piemonte, una cifra astronomica per l’epoca, affinché quella rendita servisse per 2/3 a mantenere la “massa di musica”, ovvero la banda reggimentale e per 1/3 la “massa di pietà” cioè le vedove e gli orfani dei soldati caduti. L’unica condizione richiesta era che i suoi soldati gli facessero celebrare ogni anno - e perpetuamente - una messa, anche in tempo di guerra. Da allora, il testamento del duca Alberto figurò in tutti i diari storici dei Granatieri che provengono dall’antico Reggimento di Sardegna».

 

l mosaico al Museo dei Granatieri

 

Musica e bianchi alamari 

 

Sono molte e bellissime le marce dei Granatieri: la musica è sempre stata importante per questa specialità, tanto che Ennio Morricone, quando nel 1985 tornò nella Caserma romana «Generale Gandin» dove 30 anni prima aveva prestato servizio di leva, donò alla brigata la sua Marcia dell’Assietta, una splendida riarmonizzazione de La Chanson De L’Assiette (1747). Questa antica canzone militare commemorava la vittoria dell’esercito austro-piemontese sulle truppe franco-spagnole. I Granatieri che «in faccia al nemico non porgono mai le spalle» conquistarono la valle vicino Pinerolo e Carlo Emanuele III, re di Sardegna, ordinò che sulle giubbe delle «guardie» fossero applicati i bianchi alamari, abbottonatura tipica delle truppe spagnole sconfitte.

 

Una «legione di giganti»

 

Alla cerimonia di oggi prenderanno parte autorità politiche, militari e civili, forse anche, come accade di solito, i discendenti in linea diretta di Don Alberto Genovese, a dimostrazione di un attaccamento ad una tradizione ultracentenaria che li ha sempre visti partecipi e vicini ai «Giganti con gli Alamari».

 

La prestanza fisica e l’alta statura di questi militari sono infatti requisiti che si tramandano fin dal 1685 quando il duca Vittorio Amedeo di Savoia istituì una nuova specialità composta da soldati che, davanti alle colonne d’attacco, dovevano lanciare delle granate a mano, operazione per la quale gli arti lunghi e la forza muscolare erano particolarmente funzionali.

 

Un Granatiere impegnato nell’operazione «Strade Sicure»

 

Il romanzo di Strade sicure

 

La brigata Granatieri di Sardegna è attualmente impegnata nell’ambito dell’operazione «Strade Sicure» e fornisce, insieme ad altri reparti dell’Esercito, oltre 2200 militari in supporto alle Forze dell’Ordine, assicurando quotidianamente una vigile e costante presenza – soprattutto in funzione antiterrorismo - nella Capitale, nel Lazio, Umbria e Abruzzo.

 

Ed è proprio dedicato ai militari impegnati in Strade Sicure il recentissimo «Romanzo militare» (Ed. Rubbettino) pubblicato dal Tenente Marina Catena che, all’interno di un vero e proprio thriller, riesce a gettare un fascio di luce sulla quotidianità e umanità di questi soldati, sulle loro passioni e aspirazioni. Sebbene i personaggi siano di fantasia, la loro fisionomia è stata tessuta sulla base di racconti ed esperienze perfettamente reali.

 

Uose e tricorno

 

In un gustoso capitolo, l’autrice descrive la rigorosa preparazione delle cerimonie più importanti dedicate al Duca quando i soldati del picchetto d’onore devono indossare l’uniforme settecentesca color panna: «Cappello a tricorno in peltro nero a falda larga, moschetto, gibernaggio e parrucca bianca con il codino. L’uso di quest’ultima derivava da Luigi XIV di Francia che era diventato completamente calvo a causa di una malattia contratta sui campi di battaglia. Allora, per non sfigurare, dal suo parrucchiere personale si fece confezionare una ricca parrucca di capelli veri, presto seguito da tutta la nobiltà. All’epoca, Parigi dettava la moda al Regno di Piemonte, così anche le guardie, a Torino l’adottarono subito. All’epoca si marciava in un modo tutto particolare, ondeggiando da destra a sinistra; l’”attenti” era un saluto con l’inchino in avanti e il cappello in mano». 

 

In queste occasioni, gli ordini vengono dati in francese perché questa era, all’epoca, la lingua delle guardie. Quando l’ufficiale dà il comando: “Armes aux pieds”, i soldati del picchetto fanno un profondissimo inchino, rimanendo piegati fino alla fine dell’ordine”.

 

Il significato di una cerimonia

 

Scriveva Publilio Siro nel I sec. a.C.: «Dove regna l’onore la parola data sarà sempre sacra». Al di là dell’aspetto esteriore, con le splendide uniformi e i colpi del tamburo che vibrano fin dentro le viscere, questa cerimonia racchiude allo stesso tempo tre concetti che la contemporaneità sembra aver messo da parte: tradizione, onore e sacralità. Ognuno per diversa via, questi principi sono fondamentali affinché l’individuo possa subordinare il proprio bene a quello di una comunità più vasta, missione propria e specifica delle Forze Armate. Ecco perché la messa, oltre che al suffragio per l’anima di Don Alberto Geneovese viene anche estesa a quelle dei Granatieri caduti in tutte le guerre.