Sergio Castellitto: "Da bambino suonavo le maracas". In arrivo in libreria una monografia dedicata all'attore e regista ()

di Redazione, del 11 maggio 2012

“Come ogni adolescente della mia generazione ho fatto parte di un gruppo musicale. I miei amici mi consideravano privo di qualsiasi sensibilità artistica e mi hanno assegnato delle maracas con l’unico intento di seguire il tempo”.
È sicuramente un Castellitto inedito quello che si racconta nelle pagine di questa monografia curata da Enrico Magrelli, autore e conduttore del programma radiofonico Rai Hollywood Party e intitolata Sergio Castellitto. Senza arte né parte, in libreria dal 16 maggio.
Un libro a più voci la prima delle quali è dello stesso regista e attore che racconta a Magrelli la sua vocazione artistica. Una vocazione nata lentamente e soprattutto da un senso di inadeguatezza ben espresso dal breve estratto sopra riportato e che, però, sostenuta dalla grande voglia di “riuscire a sfondare” nel mondo dello spettacolo ha fatto sì che Castellitto diventasse l’attore e regista maniacalmente perfezionista che tutti conosciamo.
Il libro di Magrelli, però, non si limita solo a ricostruire la biografia dell’attore ma dà spazio a una serie di straordinarie testimonianze che danno vita a un ritratto variegato, un caleidoscopio colorato e pieno di fascino e curiosità: da Alberto Sironi ad Alessandro Angelini, da Carlo Carlei a Luciano Tovoli.
Ad arricchire il tutto una preziosa e dettagliata filmografia curata da Silvia Tarquini.

“Quella volta in cui ha rischiato di affogare in trenta centimetri d’acqua” di Francesca Archibugi
Ho rischiato di farlo affogare in trenta centimetri d’acqua. Era un’inquadratura semplicissima, un primo piano del suo viso che scivolava sott’acqua in una vasca da bagno. Sergio era nudo. Le mutande rischiavano di entrare in campo.
Per timidezza ero andata al monitor in un’altra stanza. Non lo faccio mai, asfissio gli attori così appiccicata alla macchina da presa che spesso l’operatore quando panoramica mi prende a schiaffoni con il paraluce. Dall’altra stanza vedevo solo ciò che era inquadrato. Così non mi sono accorta che Sergio, fuori campo, aveva paura di mettere la faccia sott’acqua. Non ci potevo pensare, non conoscevo nessuno che non sapesse nuotare.
Al quarto o quinto ciak si è scomposto, ha fatto un movimento incomprensibile, sconclusionato, gli è entrata l’acqua nel naso, ha aperto la bocca, ha inspirato una sorsata d’acqua e ha annaspato come fosse in mezzo all’Oceano Pacifico.
Ho dato la stop e dopo poco è arrivato in accappatoio. Lo sguardo sulla soglia, quando è apparso, è forse il ricordo più vivido che ho di lui.
Spesso gli attori hanno bisogno di mandare nel mondo una controfigura che reciti un falso sé, somigliante ma insincero, a protezione di una rabbia inconfessata, una frustrazione perenne per ambizioni smodate, uno sconforto e un’inquietudine che vengono da lontano. Ma poi il motivo per cui recitano, quello vero, viene fuori in accappatoio.
Provo molta tenerezza per quello sguardo di Sergio, così fiero di aver sfidato la morte in trenta centimetri di acqua, per abnegazione al film, al nostro lavoro, consapevole di essere ridicolo e grande al tempo stesso.