Saturnia Tellus: l’animus mundi e il pensiero post-moderno (Connessioni - Il blog di Mariateresa D'Agostino)

di Mariateresa D'Agostino, del 23 gennaio 2017

La presente epoca è contrassegnata dal dominio assoluto dell’uomo sulla natura, che è stata degradata a materia sfruttabile e manipolabile. Il potere della tecnica e la smodata pulsione al profitto nel breve periodo hanno portato a uno squilibrio tale che universalmente si ha apprensione per la tenuta materiale del pianeta e si invocano difficili inversioni di rotta. Simmetrica al crescere del disastro ecologico, si ha la crescita del disagio psichico, non più compensato. Da più parti emerge il richiamo alla necessità di un recupero della relazione estetica con il mondo circostante e alla costruzione di una nuova cosmovisione, che sia armonica e in grado di rasserenare un mondo preda di timori e fantasie apocalittiche.

«Saturnia Tellus è una prospettiva ideale che Virgilio fa rivivere poeticamente. All’epoca in cui scriveva, l’Italia era già un paese latifondista e schiavista. I coloni idealizzati come modello appartenevano all’Ausonia arcaica e venivano indicati nel tentativo di dare una fondazione mitica all’era augustea. Ho fatto riferimento a quel mondo per affermare che una certa sensibilità diciamo animistica non è esclusivamente limitata a situazioni esotiche. L’adesione empatica con l’ambiente ha avuto anche da noi esperienze significative. Ovviamente determinate dal contesto storico e culturale: la Saturnia Tellus non è l’ermetismo rinascimentale. Quindi nessuna regressione a un mondo arcaico o esotico, ma il cercare, qui e ora, di ricostituire un equilibrio con parti significative che sono state negate dal modello meccanicista e dal dominio entropico della tecnica. Ripeto: assolutamente non vi è un atteggiamento antiscientifico, ma l’invito a correggere una ideologia ‒ perché di ideologia si tratta ‒ scientista totalizzante». Saturnia Tellus – L’anima dei luoghi è la nuova pubblicazione di Giancarlo Vianello, studioso di dinamiche interculturali, per Rubbettino editore. Un affascinante punto di vista sul mondo contemporaneo e sulla saturazione di un modello materialista che, per non implodere su se stesso, dovrebbe lasciare il posto a un vivere armonioso tra uomo e natura. Cosmovisione. Ne parliamo con l’autore.

Cos’è la Cosmovisione? Si tratta di un processo inconscio e collettivo in cui i dati dell’osservazione scientifica (cosmologia, quindi fondati esclusivamente sul logos) vengono integrati da elementi simbolici, empatici, archetipici, mitici. Equivale, più o meno, al tedesco Weltanschauung. Il termine è stato coniato da Raimon Panikkar.

L’animismo dell’epoca contemporanea com’è? In cosa si differenzia dall’animismo dei popoli primitivi? Animismo è la credenza che la realtà sia animata, viva e non solo materia inerte. Ogni cultura poi elabora questa prospettiva in modo differente. Ognuna di queste elaborazioni ha una sua intrinseca validità. Quello che nel mio libro contesto (e prima e meglio di me antropologi e filosofi) è la partizione moderni/primitivi, in cui la supposta supremazia moderna si fonda sulla scissione cultura/natura.

Secondo i popoli animisti tutto discende dall’uomo: le piante, gli animali, le cose. Quindi tutto è dotato di anima come l’uomo. Per gli europei, invece, dallo stato di natura è emersa l’umanità. Un capovolgimento importate, significativo. Il multinaturalismo, che riprendo dagli studi di Viveiros De Castro, riguarda esclusivamente i Campa amazzonici. Lo cito a mo’ di esempio: si tratta di una delle tante letture possibili del proprio ambiente. Insisto nel dire che non si propone un modello prescientifico, ma un atteggiamento empatico con il proprio ambiente, che nel nostro caso è composto anche, ma non solo, di scienza e tecnologia.

…sarebbe opportuno recuperare la consapevolezza del fatto che ferire l’anima mundi significa creare una disarmonia nell’intera realtà, significa ferire la vita del mondo. E poiché facciamo parte di questo mondo, significa ferire la nostra stessa anima…

Parlare di animismo oggi è una sorta di “provocazione”, un modo per estremizzare e dire così che abbiamo perso di vista il valore dell’uomo e dell’universo, o siamo realmente di fronte a un sentite diffuso che oggi prende forma magari nelle battaglie ecologiche, nella difesa dell’ambiente e degli animali? Di fatto non si parla di animismo, che è un termine coniato con intenti dispregiativi. Credo invece si debba parlare del superamento di una visione della realtà esclusivamente meccanicista e improntata a forme di dominio estreme, che ha causato il disagio esistenziale che è sotto i nostri occhi. Vi è, a mio avviso, la necessità di equilibrare e ricostruire una prospettiva armonica. Non solo i movimenti ecologisti spingono a ciò, ma anche discipline disparate, oltre a un sentire generale che comincia a farsi strada.

Questa moderna filosofia dove nasce? Non si tratta di filosofia, che contribuisce attivamente ma è astratta, ma piuttosto di una necessità di riorganizzare una visione del mondo squilibrata e causa di malessere. La lista di chi tratta questi temi è molto lunga: i primi tre nomi che mi vengono in mente sono Bruno Latour, Raimon Panikkar e James Hillman.

 

Le culture cosiddette animistiche hanno una particolare attenzione all’ascolto della totalità del loro ecosistema. Dove noi europei vediamo negli animali solo organismi biologici, tali culture vedono persone in forma di animale.

Secondo la Sua lettura dei nostri tempi, stiamo vivendo un’epoca in cui a questa diffusa consapevolezza sulla natura, la terra, il mondo, si oppone un sistema di potere distruttivo, che procede al di là di tutto e tutti. Ci sono margini per sperare in un capovolgimento, per attendersi ragionevolmente una rivoluzione “animista”? Il futuro è inconoscibile. Certamente stiamo vivendo un’epoca di transizione in cui i vecchi miti non reggono più e quelli nuovi faticano a consolidarsi. Anche questo genera insicurezza e malessere; da ciò vi è una spinta a rivedere i parametri della nostra esistenza. Purtroppo, la macchina che è stata messa in moto corre ormai autonomamente ed è molto difficile invertire la rotta. Sul dominio della tecnica si scrive da più di un secolo. Non ci resta che vedere come si evolveranno le cose. Magari impegnandoci in una presa di coscienza più lucida e trasformandola in azione quotidiana. Come si dice qui a Venezia: speremo ben.

Giancarlo Vianello ha pubblicato inoltre: La scuola di Kyoto (1996), Messaggeri del nulla(2006) e Colligite fragmenta – La questione del nulla (2011), tutti per Rubbettino.