Rubbettino, l'unico che pubblichi idee liberali in Italia (Italia Oggi)

di Redazione, del 15 novembre 2012

il_mio_pianoil_nome_dello_statoil_problemaitalia_mille_anniDa Italia Oggi
15 novembre 2012
Libri a parte (e anche quelli pochi, ma per esempio la collana 1972-2012. Quarant'anni di idee "libere" con la quale le edizioni Rubbettino, benemerite, celebrano una lunga, frustrante militanza libertaria) il liberalismo italiano è la grande assenza al centro della catastrofe italiana, politica e culturale insieme, iniziata quasi un secolo fa all'avvento del fascismo.

Quattro titoli: Il mio piano non è quello di Keynes di Luigi Einaudi, Sul problema del metodo della psicologia del pensiero di Karl Popper, Italia mille anni. Dall'età feudale all'Italia moderna ed eruopea di Rosario Romeo e In nome dello stato di Ludwig von Mises. Intorno a questi titoli, intorno cioè al catalogo Rubbettino e pochi altri, c'è sostanzialmente il nulla, come sulla Luna, nei crateri intorno alla bandiera americana lasciata lì, quarant'anni fa, dall'Apollo 11. «Ridotte drasticamente», nel secondo dopoguerra, «le dimensioni del partito liberale», scrive Rosario Romeo nel suo Italia mille anni, «al centro della vita politica del paese si collocavano i grandi partiti di massa, dalla Democrazia cristiana ai partiti socialista e comunista». Non bastò che il liberalismo sparisse dalla scena elettorale. Doveva sparire (e sparì, infatti) anche dai cataloghi delle case editrici, dagli editoriali dei giornali, dai corsi universitari, dal linguaggio quotidiano. Tutte queste vetrine erano ormai interamente occupate dall'agitprop dei partiti di massa, per i quali la libertà non ha fatto mai fatto problema. Ci si professava liberali con imbarazzo e chi non scriveva parola «stato» con la maiuscola si vedeva segnato l'errore col pennarello rosso. Bisognava (e bisogna) guardarsi da quanti sostenevano, come von Mises nel suo In nome dello stato, scrive che «l'essenza (dell'attività dello stato) sta nel costringere gl'individui, con l'impiego e la minaccia della violenza, a comportarsi diversamente da come si comporterebbero spontaneamente e liberamente» e che «un apparato che esercita violenza viene chiamato stato oppure banda di rapinatori a seconda di come giudichiamo le sue intenzioni e i suoi fini». È soprattutto il velato disprezzo delle definizioni correnti per esempio «Italietta liberale», che stava (e sta) a designare l'Italia giolittiana e prefascista, la cui colpa agli occhi di mussoliniani e nazionalisti era d'aver «tradito» il Risorgimento, così come venticinque anni più tardi l'Italia degasperiana risulterà colpevole agli occhi delle sinistre fasulle d'aver «tradito» la Resistenza dico- no in che conto sia tenuto il liberalismo a sud delle Alpi, dove il mercato è sempre «selvaggio», la libertà minaccia eternamente di rovesciarsi ín «licenza», le tasse sono «bellissime», la spesa pubblica idem, i costi della politica «necessari» e le «rivoluzioni liberali», nei rari momenti in cui non praticano il bunga bunga, hanno una pallina rossa sul naso, come i clown del circo. Centocinquant'anni dopo l'Unità, settant'anni dopo la fine della guerra contro Hitler, oltre vent'anni dalla fine della guerra fredda, il liberalismo non è neppure un'oasi perduta da qualche parte nel deserto italiano, tra lontane linee ondulate di calore, come nelle vignette della Settimana Enigmistica. E ancor meno, non ce n'è quasi più traccia. Quel che ne resta è una specie di Forse non tutti sanno che... intellettuale, però del tipo delirante, come le idee di Beppe Grillo sulla genesi dell'Aids o quelle, se possibile più bizzarre ancora, del suo capo del marketing, Gianandrea Casaleggio, secondo il quale entro il 2020 ci sarà, per dire, una guerra globale e il mare s'alzerà minimo di 12 metri (immagino per effetto dei bombardamenti atomici o di qualche infernale marchingegno templare dissepolto da un terremoto provocato dai mostruosi esperimenti parapsicologici della Cia). Oggi si riderebbe sul muso di chi, come Luigi Einaudi in un articolo che compare a p. 159 di questo Il mio piano non è quello di Keynes, osasse sostenere che «profeti, riformatori e giornalisti devono, se possibile, ridurre al minimo le sciocchezze propinate al pubblico» e che «compito stupendo dei politici sarebbe pur sempre quello di promuovere scambi tra uomini ai quali oggi è vietato produrre e comperare da impedimenti che paiono creati a bell'apposta per creare quella crisi di cui tutti ci lamentiamo». Al posto del mercato, oggi ci sono «i mercati»; «mercati» che s'incarnano nelle banche centrali dei paesi forti, e sono queste banche a governare le nazioni col pugno di ferro dello spread, dei commissari in loden, dei ministri del lavoro in lacrime, delle agenzie di rating, dell'economia di rapina travestita da filosofia morale. Ciò che oggi passa per liberalismo e per liberismo ne è la parodia: il mondo distopico (il contrario cioè d'un mondo utopico) delle democrazie prive di compassione e della finanza globale, la cui tempesta, che ha provocato l'attuale crisi planetaria, non ha smesso di soffiare. Temuto come un peccato mortale dai cattolici di sinistra, come un peccato veniale da quelli di destra, canzonato dagli eredi politici delle peggiori avventure totalitarie, minacciato col pugno da sindacalisti ed esponenti delle sinistre tarocche, del liberalismo italiano non resta dunque granché, come si diceva più sopra; non fosse per editori disallineati e coraggiosi come Rubbettino, non ne resterebbe nulla.

di Diego Gabutti