Roma città chiusa. Così cadde l'impero (Avvenire)

di Luca Miele, del 29 maggio 2013

 Da Avvenire - 29 maggio 2013

Esiste un «accordo» segreto che ritma la nascita e il declino delle civiltà? È possibile leggere, nell' avvicendarsi degli imperi, una legge che consegni agli eventi una logica, catturandone lo sviluppo? Perché ogni qualvolta una formazione politica raggiunge l'apogeo, perché quando l'urbs vuole farsi orbs, precipita ineluttabilmente verso la dissoluzione come testimoniano, ad esempio, la parabola di Roma e quella dell'impero inglese? E in ultimo, allargando ancora la prospettiva: la storia è in qualche modo abitata da un telos o, come voleva già Tucidide, è dominata da un destino inesorabile, dato che «la natura di tutte le cose è di crescere e perire»? È il grande tema che ossessionò Machiavelli, il quale scrisse animato dalla volontà di disegnare una strategia che sottraesse ai rovesci della fortuna il destino dei prìncipi e le «variazioni dei governi», per opporre alla volubile fortuna il ferreo vincolo della virtus. Nunziante Mastrolia in questo suo Dalla società aperta alla società chiusa (Rubbettino, pp. 238, euro 18) impiega due categorie di derivazione popperiana - quelle di «società aperta» e «società chiusa» -, le immerge nel tessuto storico, ne saggia la tenuta teorica al cospetto di due civiltà (e della loro caduta): Roma e la civiltà comunale. Quali dinamiche catturano queste categorie?

La prima designa le forme sociali nelle quali regna la libertà («In una democrazia – scriveva Popper - i governanti possono essere licenziati dai governati senza spargimenti di sangue»). La seconda è invece caratterizzata da assenza di libertà, dispotismo, tirannide. Cosa precipitò l'impero romano nella polvere? Quali le cause che ne decretarono la fine? L'autore passa in rassegna le soluzioni che gli storici hanno fornito a uno degli enigmi più tormentati della storiografia. Due i punti indicati da Mastrolia. «Nessuno ha fatto crollare Roma; essa si è autoimposta la sconfitta, si è "autodistrutta"». Roma crollò «perché l'antica struttura istituzionale e politica, costruita per garantire la libertà ai propri cittadini, fu distrutta dalle armi di un esercito di proletari, il sottoprodotto di quella rivoluzione economica che prese il via con la sconfitta di Cartagine». Un crollo che in qualche modo era già contenuto «nella costruzione dell'impero» che non fu «l'anticipazione di una razionale amministrazione, né l'incipit dello Stato moderno, ma fu la pietra tombale di quel processo di modernizzazione e di secolarizzazione che aveva plasmato l'antica società aperta romana». È quando Roma rinuncia o smarrisce le risorse e le progettualità che garantiscono la libertà ai suoi cittadini, quando rinuncia ad «essere una società aperta» che si avvia verso la catastrofe. Una traiettoria che è anche un monito per la nostra contemporaneità.

Di Luca Miele