“Risorgimento liberale” di Gerardo Nicolosi. Il giornale del nuovo liberalismo ()

di Redazione, del 04 febbraio 2013

  Da Il Foglio - 4 febbraio 2013

Se Risorgimento liberale rimane a oggi uno dei più riusciti esperimenti editoriali liberali della storia italiana, non lo si deve soltanto a un felice connubio di ottimi articoli, firme autorevoli e robusta ortodossia. Piuttosto il periodico, come emerge da questo saggio che colma un vuoto storiografico quasi assoluto, fu innanzitutto liberale nel modo stesso di concepire la propria esistenza giornalistica ed editoriale. Già i contenuti ricorrenti nel quotidiano diretto da Mario Pannunzio (dal 1943 al 1947) e poi da Manlio Lupinacci e Vittorio Zincone (fino all'ottobre 1948), furono trattati in modo innovativo per gli standard del tempo. Risorgimento liberale enfatizzò per esempio il carattere nazionale della Resistenza e non le differenziazioni geografiche, ideologiche o sociali. Perfino sull'episodio di Piazzale Loreto, Pannunzio si espresse al di fuori del coro di allora, lanciando un coraggioso monito "per gli aspiranti a nuove dittature, di destra e di sinistra: 'Noi non facciamo che insegnare opere di sangue – diceva Macbeth prima del delitto – le quali, appena insegnate, finiscono per punire il maestro'". Giudizi eterodossi, figli di una concezione allora minoritaria, per la quale l'antitotalitarismo – e non soltanto l'antifascismo – doveva essere posto a fondamento della ricostruzione democratica e dell'azione politica. In campo economico, pur muovendosi in un'epoca di "piani", Risorgimento liberale propugnò le ragioni del liberismo: inteso non come puro laissez-faire, ma come sistema in cui lo stato doveva garantire libertà d'impresa, assicurare il contrasto a monopoli e privilegi, oltre alla piena libertà d'associazione anche nel mondo sindacale. In questo ambito spiccavano gli interventi di un collaboratore illustre come Guido Carli. Infine, da organo di partito del Partito liberale italiano (Pli), il periodico difese il partito sia quando esso fece cadere il governo di Ferruccio Parri, sia quando passò all'opposizione dell'esecutivo guidato da Alcide De Gasperi, argomentando che in una democrazia matura "opposizione al governo" e "opposizione al regime" non potevano essere confuse. A quanto si evince dalla ricostruzione di Nicolosi, però, la prassi editoriale di Risorgimento liberale non fu meno originale dei suoi contenuti. Il giornale, nato nel clima di fermento successivo al 25 luglio su un'asse che univa Napoli-Roma-Torino – cioè essenzialmente Benedetto Croce, Leone Cattani e Anton Dante Coda, oltre a molti altri – fu un giornale di partito atipico. Pannunzio, per esempio, si oppose fin dall'inizio alla proprietà formale della testata da parte del Pli, e questo per esigenze sia di libertà sia economiche (così da fare concorrenza ai giornali "indipendenti"). Ma l'analisi dei percorsi individuali di editorialisti e redattori contenuta nel volume, da Mario Ferrara a Panfilo Gentile, passando per Antonio Baldini ed Emilio Cecchi, fa risaltare soprattutto la battaglia al "conformismo antifascista" che Risorgimento liberale guidò. La campagna per temperare gli eccessi giustizialisti dell'epurazione degli ex fascisti fu un tema presentissimo sulle colonne del giornale. Anche perché Pannunzio, osserva Nicolosi, cercò già attraverso i canoni con i quali sceglieva i colleghi di "dare voce all'Italia degli esuli in patria e dell'antifascismo morale e anche a quella del distacco, della dissimulazione e dell'indifferenza". "Il fascismo disse che la tessera non dava l'ingegno – scrisse Pannunzio – Dovrà dunque l'antifascismo affermare che la tessera, o la feluca, hanno tolto l'ingegno? Si dovrà un giorno dire che il fascismo era più tollerante dell'antifascismo?". Domande del genere, tra il 1943 e il 1948, fecero sicuramente di Risorgimento liberale "il giornale del nuovo liberalismo".