Ricette semplici per far ripartire l'Italia bloccata dalla paura (Il Tempo)

di Nicola Imberti, del 25 giugno 2013

Da Il Tempo del 23 giugno 2013


La crisi economica ha avuto degli effetti evidenti sulla vita di ognuno di noi. C'è chi ha ridotto i consumi per arrivare alla fine del mese, chi si è ritrovato senza lavoro e si è dovuto «reinventare», chi ce l'ha fatta e chi invece, continua a vivere sulla propria pelle il dramma della disoccupazione. Ma la crisi ha avuto anche effetti che potremmo definire «marginali». Tra questi, sicuramente, quello di aver incrementato un particolare filone letterario: il «ricettario». Negli ultimi anni in molti, infatti, si sono esercitati nel tentativo di spiegare e suggerire cosa bisognerebbe fare per superare l'ostacolo. Per rimettere in moto l'economia, soprattutto in Italia. All'elenco si è aggiunto Davide Giacalone.

Un passato a fianco di personalità come Vincenzo Muccioli e Giovanni Spadolini (è stato suo capo-segreteria a Palazzo Chigi). Un presente da opinionista (anche per Il Tempo) e autore di saggi e inchieste. Il suo ultimo saggio si intitola, appunto, «Rimettiamo in moto l'Italia». E la domanda sorge spontanea: perché aprire un libro che, all'apparenza, sembra uguale a mille altri? Anzitutto per il titolo e quel verbo, «rimettiamo», che fa pensare di non trovarsi di fronte al solito «guru» pronto ad impartire lezioni dall'alto della propria saggezza. Così è. Perché se c'è un filo rosso che lega la prima e l'ultima pagina di questo volume, è proprio il senso di una missione collettiva. Da cui nessuno può sentirsi escluso.

Giacalone offre il proprio contributo. Partendo da un dato troppo spesso sottovalutato: se «apriamo gli occhi» e smettiamo di «piangerci addosso», l'Italia è molto meglio di quello che vorrebbero farci credere. Certo, il debito pubblico è impressionante e pesa come un macigno. È un «male ereditario - scrive l'autore -, ma gli altri lo hanno sviluppato assai più di noi, negli ultimi tre lustri». Non è fantascienza, ce lo dicono i numeri. Basta saperli leggere. Ora, ed è qui che si capisce l'originalità dell' analisi di Giacalone, se da un lato è sbagliato «piangerci addosso», dall'altro sarebbe «suicida» leggere questa analisi per concludere che nel nostro Paese «tutto va bene». Al contrario dovrebbe aiutarci a comprendere che «l'Italia sta pagando un pesantissimo deficit di politica e di rappresentatività. Contiamo troppo poco rispetto a quello che valiamo». Di chi è la colpa? Della politica? Troppo facile. E autoassolutorio. Per l'autore, infatti, il problema è «un più generale immiserimento intellettuale e morale della classe dirigente. Economia, cultura e giornalismo compresi». Se questo è il punto di partenza la prima ricetta è semplice: «guardarsi seriamente allo specchio. Sputandosi in faccia per quel che non siamo riusciti a fare, ma avendo coscienza di quel che possiamo essere». Solo questa presa di coscienza collettiva può smuovere un Paese bloccato. E tradursi in interventi concreti.

Da un taglio della spesa pubblica che permetta di restituire l'Italia «ai capaci, agli innovatori, ai visionari, a quanti non hanno dimenticato chi siamo e cosa valiamo». Alla realizzazione di un mercato veramente libero (anche nel campo del lavoro) con regole certe, una giustizia che funziona, capace di attrarre investimenti. Da una lotta alla corruzione che passi anzitutto attraverso la trasparenza delle procedure. Al superamento di quel «moralismo fiscale» che si traduce in «salasso fiscale». Fino alla necessità di riaffermare il nostro ruolo in Europa.

C'è una formula, nel libro, che vale la pena di riprendere: «S=I³». Significa «Sicilia=Italia al cubo». È la formula da cui l'autore partì, nell'ottobre del 2012, per decidere di candidarsi alle Regionali siciliane. Tutti i problemi del Paese, nell'isola, risultano amplificati. Eppure, sottolinea, «non c'è ragione che i problemi siano irrisolvibili, né per rassegnarsi. Anzi sappiamo esattamente cosa si dovrebbe fare e come. Ed è questo l'incubo che sta vivendo l'Italia, riflesso nella sua elevazione al cubo: quel che dovrebbe fare si sa, ma non si fa».

Per Giacalone tutto questo è dovuto alla presenza di un «muro». Il «muro» di quelli che da anni gestiscono il potere rifuggendo qualsiasi cambiamento. Bisogna abbatterlo e qui la ricetta proposta dall'autore è semplice: «restituire all' elettore il diritto-dovere di decidere chi eleggere e all'eletto il diritto-dovere di fare quel che ha promesso». Dobbiamo tornare, insomma, ad un meccanismo di selezione fondato sul merito. A guardare con fiducia al futuro. Solo così, tutti insieme, potremo rimettere in moto l'Italia.

Di Nicola Imberti