Randolfo Pacciardi. Profilo politico dell'ultimo mazziniano (Archivio Storico)

di Redazione, del 05 ottobre 2012

Da Archivio Storico - 04 ottobre 2012
Un profilo politico e biografico di Randolfo Pacciardi (1899-1991), basato su una vasta e inedita documentazione di diversa provenienza. Pacciardi è stato uno dei grandi dell'antifascismo italiano in esilio e dopo, uno dei padri della Repubblica. Fondatore e segretario generale del primo movimento clandestino antifascista, l'Italia Libera, poi esule in Svizzera dove diresse una "centrale" antifascista che organizzò ardite manifestazioni di propaganda e attentati a Mussolini. Nel '36-'37 comandò la Brigata Garibaldi nella guerra civile spagnola.
Segretario del Partito Repubblicano, vicepresidente del consiglio con De Gasperi e ministro della Difesa che ricostruì le forze armate italiane, il suo nome è legato alla svolta centrista del '47, all'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, alla lotta contro il centrosinistra, che gli costò l'espulsione dal Pri nel 1964, e all'idea presidenzialista, che cercò di affermare con l'Unione Democratica per la Nuova Repubblica. Il profilo di questo protagonista politico del '900 si chiude con il suo coinvolgimento in alcune delle vicende più controverse della storia della Repubblica: il governo d'emergenza teorizzato nei giorni del Piano Solo (1964) e il "golpe bianco" di Edgardo Sogno (1974).

Dal testo -  “Tra Pacciardi e Maranini, che l'Udnr definiva «il Duverger italiano», c'era dunque una sintonia di fondo sulla valutazione della Costituzione americana come possibile modello di riferimento del presidenzialismo italiano. Da buon mazziniano quale voleva sempre essere, Pacciardi si concentrò da allora sugli aspetti presidenzialisti del pensiero del Maestro, avendo come punto di riferimento il famoso discorso tenuto davanti all'Assemblea Costituente della Repubblica Romana in veste di triumviro, quando «nella sua grande giornata storica come uomo di governo, al di là delle “chiacchierate dell'Assemblea” [... ] Mazzini in contatto diretto col Popolo anticipava la repubblica presidenziale», per concludere, in tarda età, con allusioni autobiografiche: «Non è azzardato dire che la repubblica presidenziale col Capo dello Stato e del governo eletto dal popolo è il sistema repubblicano più vicino alle idee mazziniane. E per questo Mazzini fu accusato, anche lui, di carezzare sistemi dittatoriali o addirittura di voler diventare re o papa perché degli scemi in ogni epoca non si perde mai la semenza». Tentò anche, con qualche forzatura, di «americanizzare» Mazzini, ponendosi il problema dell'influenza della «grande repubblica americana» sul suo pensiero; e citando una lettera del 1865 in cui Mazzini parlava di «forze quasi favolose», «Nazione-guida» e «gigante americano», affermò con volo pindarico: «Altro che indifferenza. Sono parole, sono grida di ammirazione per una repubblica che fra venti e maree, ha portato la Nazione americana a un grado di potenza incommensurabile e che per due volte nel giro di una sola generazione, ha salvato l'Europa dalle catene del dìspotismo»". In realtà, come s'è visto, Mazzini non espresse mai particolare simpatia per i principi di fondo del modello costituzionale americano, a cominciare da quello cardine della divisione dei poteri, muovendosi piuttosto nel solco della tradizione democratica europea di derivazione rousseauiano-giacobina.”