Quello 007 ha del metodo (Sette )

di Ferruccio Pinotti, del 14 febbraio 2014

da Sette (Corriere della Sera) del 14 febbraio

Quando si nominano i servizi segreti, la mente corre immediatamente a misteri d'Italia come la trattativa Stato-Mafia (che ha visto processato e assolto l'ex direttore del Sisde, il generale Mario Mori) o gravi episodi come il rapimento dell'imam Abu Omar condotto dalla Cia con l'aiuto degli 007 italiani. O peggio, a depistaggi come quello relativo alla strage di Bologna che ha visto condannato l'ex agente del Sismi Francesco Pazienza. Eppure l'intelligence è un'attività vitale per la sicurezza di un Paese, necessaria a proteggere la sua struttura industriale e finanziaria, centrale nel gestire rischi come il terrorismo o problemi come l'immigrazione clandestina. Per questo è stato detto (curioso, ma è così: da Karl Popper) che: «Il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza». Il compito degli operatori dell'Intelligence è infatti quello di fornire informazioni di elevato spessore al decisore politico, al fine di compiere scelte utili ad assicurare alla popolazione una libera e sicura convivenza civile. È chiaro, d'altro canto, che le informazioni prodotte dall'intelligence o sono vere e proprie conoscenze dì alto livello, oppure restano dossier e notizie campate per aria; e altrettanto Mutilizzabili, vaghi sospetti. E siccome autentiche conoscenze sono soltanto quelle che risultano da indagini condotte con metodo scientifico, ne consegue che ogni fase del «ciclo dell'intelligence» debba venir affrontata con coerenza logica e il più severo controllo fattuale. In breve, l'applicazione rigorosa del metodo scientifico deve essere in funzione in ogni segmento dell'analisi. Tutto questo secondo la concezione fallibilista della scienza che vede la ricerca procedere by trial and error, per congetture e confutazioni, dove anche la meglio consolidata teoria resta sempre sotto assedio e dove vale l'imperativo per cui razionale non è un individuo (o lo 007) che vuole avere ragione, ma è piuttosto colui che impara dai propri errori. Di qui l'utilità e l'originalità di un libro come Intelligence e metodo scientifico (edito da Rubbettino) che vede insieme due competenze forti, ma molto diverse: la prima è quella di Adriano Soi, prefetto ed esperto di intelligence, già direttore della Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, responsabile della comunicazione istituzionale del Dipartimento informazioni per la sicurezza e docente del Master in Intelligence economica dell'Università di Tor Vergata. Di altrettanto spessore il profilo del filosofo Dario Antiseri, che ha insegnato alla Sapienza di Roma, a Siena, a Padova e alla Luiss e che è membro del Direttivo della Scuola Superiore di Alti Studi del Collegio San Carlo di Modena. Il libro è agile, divertente, pieno di riferimenti, da Einstein a Conan Doyle (che usava dire: «Nella matassa incolore della vita scorre il
filo scarlatto del delitto, noi abbiamo il dovere di dipanarlo, isolarlo e tirarlo fuori da capo a fondo»). E spiega con chiarezza la valutazione delle fonti, il "circolo ermeneutico" con cui si analizza una notizia, termini come l'inferenza adduttiva" (si produce un'ipotesi per provare a dare una spiegazione di un fatto osservato e se ne fa derivare una possibile causa assente: la conclusione del ragionamento di tipo abduttivo è un'ipotesi, ossia una possibilità che deve essere sottoposta a verifica). Il filo rosso sotteso alle riflessioni dei due autori è importante: una seria padronanza del dibattito epistemologico contemporaneo è un presupposto ineliminabile nella formazione professionale degli operatori dell'intelligence. Ovvero di quei servitori dello Stato i guaii, talvolta anche
a rischio della vita (pensiamo al povero Nicola Calipari, morto in Iraq nel 2005 per salvare la giornalista Giuliana Sgrena), lavorano nell'ombra per garantire la nostra sicurezza. Un controllo dei metodi di lavoro dei Servizi (per l'Italia l'Aisi quello interno, l'Aise quello estero) può inoltre produrre una spinta alla moralizzazione e all'efficienza, quanto mai necessari in un delicato settore di attività dello Stato come questo, non privo di scandali e corruzione.

di Ferruccio Pinotti

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